“Eravamo spacciati, stavamo già dicendo addio al sogno, eravamo quasi sull’aereo di ritorno, ma Baggio ci ha salvati”

disse così Arrigo Sacchi, allora commissario tecnico della nostra nazionale, dopo la partita Italia – Nigeria, valida per gli ottavi di finale dei  Mondiali di USA 1994.

Era il 5 luglio, e quella sera non avevo neanche sette anni. Ricordi non troppo confusi, forse l’afa è una di quelle cose che non dimentichi, a costo di sotterrare altri ricordi: ma non quella sera.  Da qualche mese, dopo alcuni controlli, risultai affetto di diabete di tipo 1. Sono dovuto crescere tutto in una volta,  studiando subito quel famoso equilibrio tra zuccheri e dosi precise di insulina da assumere. Quella sera faceva tanto caldo e mi ricordo che eravamo a casa di amici. Avevo nel mio piatto insalata, un hamburger con formaggio e un po’ di pane.  Faceva troppo caldo, ma dovevo mangiare. Davo un morso, ma poi mi fermavo. A 7 anni non capisci per forza il pericolo di alcune alchimie e quindi m’impuntai di non voler cenare. Ovviamente le persone con me si preoccuparono e non sapevano come fare per convincermi.

Il calcio, l’Italia e la mia vita

Alla tv, di fondo, c’era una partita di calcio, giocava l’Italia e mi dicevano che noi dovevamo tifare quelli bianchi, mentre i nostri avversari erano verdi. I verdi vincevano già uno a zero, e la corsa e la  generosità italiana mi colpì, e mentre imboccavo il cibo davanti a me, restavo folgorato dalle sgroppate di Mussi e Benarrivo. Mentre finivo di deglutire il pane chiedevo se Roberto Baggio e Dino Baggio fossero cugini; mentre davo l’ultima forchettata all’insalata

Gianfranco Zola, Italia
L’espulsione di Zola

chiedevo perché Zola si disperava: l’avevano espulso, mica gli avevano fatto male.

 

Capivo a tratti, ma capì la gioia di quello sport quando  Roberto Baggio, il cugino di Dino, nei minuti finali fece il gol dell’1-1. Ancora lo guardo e mi chiedo quant’è incredibile che quella palla, passata attraverso una selva gambe di un avversario preso in controtempo, sia riuscita ad entrare nell’angolo, l’unico pertugio disponibile, alla destra del portiere.

Esultai senza sapere che si faceva in quel modo, ignaro che sarebbe stata la prima di altre innumerevoli volte. E chissà quante altre ancora il destino me ne riserverà.

Sono qui per parlare di calcio, perché me ne innamorai grazie a quel gol di Baggio, e se lui aveva salvato una nazione intera, il calcio quella sera salvò me.

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