Rabah Madjer, Porto

Rabah Madjer, il tacco di Dio

La stagione appena conclusa è stata segnata, tra gli altri, dalle prodezze di Mohamed Salah. All'attaccante egiziano è mancato solo il sigillo della vittoria in Champions League per aspirare legittimamente al Pallone D’Oro. Avrà tempo per riprovarci, Salah, e cercare di raggiungere un altro atleta di Allah come Rabah Madjer, facilmente il miglior calciatore algerino di sempre e una delle leggende africane.

Pochi, forse, ricordano Madjer, un giocatore dalla straordinaria competenza tecnica che ha imperversato sui campi europei durante gli Anni Ottanta. Escludendo i naturalizzati (Eusebio, per esempio), l’algerino è stato il primo africano a fare realmente la differenza ad alto livello. Che fosse un predestinato, Madjer, lo capirono subito nella terra natia: esordì in Nazionale a vent’anni, e nel 1980 la condusse a risultati inediti per la sua storia: secondo posto nella Coppa d’Africa e quarti di finale del Torneo Olimpico.

Quando il calcio si accorse di Rabah Madjer

La prima consacrazione internazionale giunse nel Mondiale di Spagna, nel 1982. L’Algeria di Madjer riuscì a battere con una sua rete la Germania Ovest (poi finalista contro l’Italia), ma dovette abbandonare la kermesse iridata per differenza reti, complice il pareggio “sospetto” tra i tedeschi e i cugini austriaci.

Per raggiungere il gradino superiore, ovvero fare il professionista in Europa, Madjer dovette superare un vincolo importante: in Algeria non era concesso ai calciatori di trasferirsi all’estero prima dei 28 anni. Si rese necessaria una lunga querelle con la Federazione, nel 1983 arrivò infine il trasferimento al Racing Parigi, ma la consacrazione giunse in Portogallo, tra le fila del Porto, dove giunge nel 1985.

Una Coppa dei Campioni conquistata a colpi di tacco

Madjer restò con i biancoblu per sei anni, con il solo intervallo di un semestre passato in prestito al Valencia. Il suo periodo migliore, ricco di trofei: tre campionati, due coppe del Portogallo, due Supercoppe e, soprattutto, la Coppa dei Campioni del 1987, ottenuta superando in finale il Bayern Monaco per 2-1, grazie anche ad un iconico colpo di tacco di Madjer.

https://www.youtube.com/watch?v=nk6ZtOEmP4w

Questo era Madjer: non uno sfondareti dalle statistiche incredibili, ma un fuoriclasse dalle giocate imprevedibili, in grado di segnare goal pesantissimi, proprio quando era necessario. Questo raffinato gesto tecnico è giustamente passato alla storia, tanto che in Algeria il nome dell’attaccante viene utilizzato comunemente per definirlo. Nello stesso anno arrivò anche la Coppa Intercontinentale, ottenuta superando gli uruguagi del Penarol (allenati da un giovane Oscar Tabarez) per 2-1. Una partita strana, questa, giocata a Tokyo (erano i tempi della Toyota Cup) dopo una fitta nevicata, e decisa ancora una vota dall’algerino, autore dell’assist per il primo goal di Fernando Gomes e della segnatura finale, siglata nel secondo tempo supplementare.

Rabah Madjer e il suo (quasi) approdo in Italia

Un giocatore straordinario, Madjer, poco conosciuto in Italia. Eppure “rischiò” di giocare anche da noi. Nell’estate del 1988 era stato ingaggiato dall’Inter di Ernesto Pellegrini: sarebbe stato il terzo straniero assieme a Lothar Matthaus e Andreas Brehme, proprio coloro che aveva sconfitto nella finale di Coppa dei Campioni. Non si trattò della solita voce di mercato, era tutto fatto, al punto che Madjer venne addirittura presentato a giornalisti e tifosi.

Rabah Madjer, Inter
Quando Rabah Madjer sfiorò l'Inter

Poi vennero le visite mediche, e qui insorse il problema: Madjer soffriva di un problema al bicipite muscolare dovuto ad un infortunio di gioco, apparentemente tanto grave da impedire al medico nerazzurro, il dottor Bergamo, di rilasciare il certificato d’idoneità.

Ne nacque un caso diplomatico tra le due società, l’Inter si ritirò dall’acquisto e, forse cercando di risparmiare un po’ in un calciomercato fino ad allora sontuoso, optò per Ramon Diaz in prestito dalla Fiorentina. Madjer dimostrò di non essere proprio finito vincendo un altro paio di scudetti con i portoghesi e poi si ritirò nel 1992, giocando in Qatar. Nel frattempo aveva alzato anche l’unica Coppa d’Africa algerina, nel 1990.

Tutti ai piedi di Rabah Madjer, e precisamente sul suo tacco destro.


David Ginola

Mi ricordo di David Ginola

David Ginola appartiene a due schiere di calciatori. Una è senz'altro quella dei calciatori belli e dannati, con tanto di genio e sregolatezza al seguito. A dire il vero i suoi eccessi non erano comunque deleteri, ma il buon David si districava molto bene tra un letto all'altro, viste le sue infinite fiamme in tema amoroso. L'altra schiera a cui può senz'altro appartenere David Ginola è quella dei giocatori talentuosi degli anni '90 che hanno avuto la sfortuna di avere una carriera proprio negli anni '90, periodo in cui il calcio era una reale fucina di talenti e di conseguenza tanti giocatori hanno avuto molto meno spazio di quello che meritavano. Fu così anche per Ginola, classe '67, nato tra i miti assoluti di Cantona e Zidane, punti fermi della storia del calcio francese.

David Ginola era un trequartista che amava spaziare a tutto campo: la sua azione offensiva poteva avere luogo a sinistra, al centro o a destra. Non potevi saperlo. Palla al piede era inarrestabile, non tanto per la sua velocità, quanto per la sua capacità di mantenere il pallone incollato al piede anche nei dribbling più efferati. All'occorrenza giocava anche come seconda punta, motivo per cui i gol furono circa un centinaio per il giocatore che incantò Francia e (soprattutto) Inghilterra.

I successi con il Paris Saint Germain e il dramma Nazionale

Prima di approdare al Paris Saint Germain nel 1992, il talentuoso ragazzo di Gassin, ha peregrinato in squadre minori come Tolone,  RC Paris e Brest. Fu in quest'ultima formazione che Ginola si mise in mostra al punto da essere tesserato dalla prima squadra della capitale. Badate bene, non è il Paris Saint Germain odierno, ricchissimo e pieno di stelle, anzi era una squadra che da anni non navigava in posizioni di vertice. Malgrado ciò Ginola portò a casa ben 4 trofei con i parigini in 3 stagioni. Per ben due volte vinse la Coppa di Francia, nel 1993 e nel 1995, intervallati dalla vittoria nel campionato 1993/94. Nel 1993 è stato eletto pure miglior giocatore francese della Ligue 1. David Ginola chiuderà la sua esperienza transalpina con 112 gare disputate e 33 reti. Ma il suo addio fu burrascoso.

Il 17 novembre 1993, al Parco dei Principi di Parigi va in scena lo spareggio Francia - Bulgaria. Ai francesi andrebbe bene anche un pareggio. All'89esimo minuto il risultato è di 1 a 1, con gol di Cantona e Kostadinov. Ultimi sgoccioli di una gara che sembrava chiusa. Ginola ha la palla nella metà campo bulgara. Anzichè temporeggiare, portarsi sulla bandierina, il trequartista del PSG appronta un cross in mezzo, nella deserta area bulgara. I biancoverdi così possono ripartire, mentre il cronista diceva "Perchè Ginola non ha guadagnato tempo?".

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David Ginola, Francia - Bulgaria
David Ginola, Francia - Bulgaria

D'altronde da uno che è molto abile con dribbling e giochetti, ti aspetti che al 90' faccia impazzire i difensori impazienti. E invece no. L'azione si ribalta, la palla arriva al limite dell'area al solito Kostadinov che insacca alle spalle di Lama. Parigi è ammutolita. È festa bulgara, la Francia è fuori da USA '94, ed ha trovato il suo colpevole: David Ginola.

Il post gara è drammatico. Le lacrime di Ginola non addolciranno la stampa e i tifosi francesi nei suoi confronti. Anzi, sarà anche il CT francese, Gerard Houllier a rincarare la dose:

Sa giocare a calcio, peccato abbia il cervello di un bambino dell’asilo”

La rinascita di David Ginola in Inghilterra

Ginola farà altre due gare con la maglia blues e a 28 anni chiuderà, con 17 gare e 3 gol, la sua esperienza in nazionale, precludendosi la possibilità di diventare Campione del Mondo 3 anni dopo. E dire che successivamente, quando David sbarcherà in Inghiltera, farà vedere le cose migliori. Esattamente, non poteva più rimanere in Francia, lo avrebbero massacrato. Ecco quindi servito il trasferimento al Newcastle. Via da Parigi, via dalla Francia, nella città più a nord dell'Inghilterra. Molti diranno che la Premier League non sarà un campionato adatto a lui. Ma non avevano fatto i conti con la voglia di riscatto del bello di Gassin.

David Ginola giocherà due stagione con i Magpies, centrando due clamorosi secondi posto. Tutto questo grazie al suo estro, abbinato a quello di giocatori come Alan Sherear e Les Ferdinand, autentici leader di quel Newcastle allenato da Keegan. Viste le sue prestazioni maiuscole viene contattato da Johan Cruijff, che lo voleva nel suo Barcellona, ma Keegan fece di tutto nel trattenerlo. Tuttavia, un anno dopo emigrò a Londra, al Tottenham, dove disputerà tre grandi stagioni, con oltre 20 reti al seguito. Il suo rendimento lo porterà ad essere eletto il giocatore più forte in assoluto della Premier League nel 1999. Roba non da poco se ci si ricorda che squadre fossero in quegl'anni Manchester United, Arsenal e Liverpool su tutte. Essere eletto il migliore di tutti dai colleghi è la risposta più bella che David Ginola diede a chi lo definì inadatto al calcio inglese o, peggio ancora, un giocatore bello ma fine a se stesso.

Il ritiro nel silenzio di David Ginola

Concluderà la carriera con un climax discendente, disputando tre stagioni tra Aston Villa ed Everton e con l'eterna consapevolezza di essere stato tra i giocatori più apprezzati dell'intera storia della Premier League. Avrà sempre il rimpianto di non aver fatto parte di quella Nazionale francese che tra 1998 e 2000 vinse tutto. Probabilmente sarebbe stato oscurato dall'exploit di Zinedine Zidane, ma non avremo mai la controprova per saperlo. Oggi David Ginola è fuori dal calcio, e si gode la moglie e i suoi due figli. Il 19 maggio 2016 David Ginola fu colto da un infarto, mentre giocava a golf. Fu salvato grazie all'impianto di un quadruplo bypass, viste le preoccupanti condizioni coronarie. Per una volta si è dovuto preoccupare del suo cuore e non di quello degli altri, che faceva battere tra una serpentina e il suo ciuffo affascinante.


Tutti gli eroi italiani contro l'Inghilterra





Stasera la nuova (si fa per dire) Nazionale di Di Biagio sarà di scena contro l'Inghilterra in quello che è definito all'unanimità il tempio del calcio: lo stadio Wembley di Londra. La nazionale azzurra non ci arriva nelle migliori condizioni: confusione, scarsa autostima e poca resa sul campo. Tutti valori e parametri che si riflettono in federazione, dato che non si intravede alcuna chiarezza. Sono passati quattro mesi e oltre dal tracollo con la Svezia eppure non sembra esserci traccia di rifondazione. Ma ci saranno altri momenti per discutere di questo.

Inghilterra - Italia, sfida d'altri tempi

Qui si parla di Inghilterra - Italia, o Italia - Inghilterra che si voglia, sfida storica tra due Paesi che hanno probabilmente dato storicamente i più importanti apporti a questo sport. Gli inglesi non mi sembrano più gli eterni incompiuti, complici i recenti successi giovanili in campo europeo e mondiale, dato che porrà molto probabilmente l'Inghilterra nelle posizioni di vertice tra qualche tempo. Quindi occhio a sottovalutarli, anche perchè ora come ora faremmo bene e a non sottovalutare neanche Malta (con tutto il rispetto per la nazionale isolana).

Inoltre questa sfida ha da sempre dato luce a dei campioni italiani che sono riusciti ad imporsi, che fossi in Italia, in terra d'Albione, o in campo neutro, riuscendo a stabilire una storica supremazia italiana nei confronti degli inglesi. Visto che non riusciamo ad essere tanto certi con il presente, provo a stilare una lista di chi ha fatto più che bene con la maglia azzurra quando ha affrontato l'Inghilterra.

Fabio Capello

Il tecnico di Pieris fu un giocatore importante per l'Italia: da più parti viene ricordato per il suo gol il 14 novembre 1973 a Wembley, che coincise con la prima vittoria azzurra in Inghilterra. Fu così che Capello zittì quell'Inghilterra che nei giorni precedente aveva definito gli azzurri "una nazionale di camerieri". Eccovi servita la sconfitta.





Marco Tardelli

Tutti si ricordano del Marco nazionale quando si parla di Germania, ma in pochi sanno che il centrocampista della Juventus fu decisivo contro la Nazionale dei Tre Leoni nella fase finale degli Europei del 1980, in cui l'Italia conquistò il 4° posto.





Salvatore Schillaci

Sono i Mondiali del 1990 e si gioca al San Nicola di Bari la finale per il 3° posto tra le deluse Italia e Inghilterra. Vinceranno gli azzurri 2-1, le reti di Baggio, Platt e Schillaci. Metto in evidenza Totò anzichè Roberto Baggio, in quanto con questo gol Salvatore Schillaci si laureò capocannoniere della manifestazione.





Gianfranco Zola

Un'altra vittoria a Wembley: stavolta è l'inglese d'adozione Gianfranco Zola che, nel febbraio 1997, regala i tre punti fondamentali per la rincorsa ad un posto a Francia '98. Questo gran gol e una grande difesa sigillano la vittoria degli azzurri.





Gennaro Gattuso

In 73 gare con la maglia azzurra il campione del mondo originario di Corigliano Calabro ha realizzato una sola rete. Proprio contro l'Inghilterra, nel 2000, durante un'amichevole al Delle Alpi di Torino. Il gol di Gattuso è tecnicamente spettacolare: non te lo aspetteresti da uno come Ringhio.





Vincenzo Montella

Esattamente 16 anni fa a Leeds si disputò la stessa amichevole: Inghilterra - Italia. Gli inglesi passano in vantaggio, ma a ribaltarla ci pensa l'aeroplanino Vincenzo Montella che, coadiuvato con l'esordiente Massimo Maccarrone, reduce dall'Under 21, consegnano a Trapattoni una prestigiosa vittoria.





Giampaolo Pazzini

Non si tratta di Nazionale Maggiore, ma l'incontro tra Italia e Inghilterra Under 21 del 24 marzo 2007 ha una valenza storica doppia: con questo match si inaugurò il nuovo stadio Wembley e il nostro Giampaolo a fine gara presentò il conto con una tripletta da urlo.





 Andrea Pirlo

Le due Nazionali sia ffrontano ai quarti di finale degli Europei del 2012. Finisce 0 a 0, e ai rigori sarà Andrea Pirlo a regalare una magia dal dischetto: uno dei cucchiai più morbidi mai visti.





Mario Balotelli

È l'ultimo lampo di Mario Balotelli in maglia azzurra: con la sua incornata regala i tre punti all'Italia e una spavalderia tale da pensare di poter arrivare in fondo ai Mondiali brasiliani del 2014. Purtroppo non andrà come sperato. Inoltre questo gol è l'ultimo realizzato dall'Italia ad un Mondiale, e sarà così fino ad almeno giugno 2022, qualora ci qualificassimo per i mondiali qatarioti.






Andres Escobar, autogol, Colombia

Morire di autogol: la storia di Andres Escobar

La storia di Andres Escobar è una storia di coraggio, dal 1° al 90° (più recupero) della sua breve vita. Spesso ci dimentichiamo di come il calcio sia solo un gioco, ma al contempo ignoriamo come per molti sia solo un gioco, ma di interessi, giri strani e affari. Chiedete alla Colombia di metà anni '90 cosa fosse il calcio. Chiedete a Valderrama e Asprillia, stelle della Colombia del mondiale di Usa '94 cosa volesse dire giocare per la Colombia. Oppure chiedetelo all'allenatore della nazionale colombiana di allora, Francisco Maturana, storico allenatore sudamericano di livello di quegli anni, il quale, che, dopo tutto quello che dovette vedere attorno al calcio, affermò:

"Ormai la Colombia è un manicomio permanente".

Era una Colombia sulla bocca di tutti, sotto l'oscura egida del narcotrafficante più famoso di tutti i tempi, Pablo Escobar (finanziatore dell'Atletico Nacional, squadra in cui militava Andres). Il narcotraffico influiva sul calcio, ma anche sulle scommesse logicamente. Le schiere degli allibratori e gli scommettitori riflettevano la rivalità tra il cartello di Calì e il cartello di Medellin. Se la recente serie tv, Narcos, ha quasi mitizzato la figura di Pablo Escobar e di tutto ciò che gli circumnavigava intorno, ci tengo a sottolineare il clima di terrore in cui si viveva in quegli anni, con il cartello colombiano a fare il bello e cattivo tempo su tutto. Pure sulla vita di Andrès Escobar.

Cosa era il calcio in Colombia negli anni '90?

L'estroso portiere Renè Higuita, famoso per il suo scorpione, aveva passato 7 mesi in carcere a fine 1993, per aver fatto da intermediario al rapimento della figlia di un magnate locale: il riscatto serviva a finanziare la latitanza di Pablo Escobar. Questo gli costò i mondiali americani. Poco prima di questo mondiale fu rapito il figlio del nazionale colombiano Luis Fernando Herrera, a cui fu richiesto un riscatto enorme che costrinse il calciatore a fare degli appelli televisivi per riavere il bimbo. Un anno dopo, un giocatore dell'Envigado, Alveiro Pico Hernandez, fu assassinato all'alba nel quartiere Prado. Era questo il calcio in Colombia, e richiedeva coraggio. Più del dovuto.

Valderrama e compagni lo sapevano, ed è per questo che quei mondiali furono difficilissimi. A partire dalle minacce giunte a Maturana se fossero stati convocati giocatori dell'Antioquia, squadra rivale all'Atletico Nacional. Il CT ignorò l'avvertimento e ne convocò addirittura tre, promuovendo vice ct Hernan Dario Gomez, fratello del discusso Gabriel Jaime Gomez. Discusso perchè? Secondo la stampa (ma non solo chiaramente), fu ritenuto il principale responsabile della disfatta contro la Romania, gara d'esordio che vide i Cafeteros soccombere per 3-1, sotto i colpi di Hagi e Raducioiu. Giunsero delle minacce di morte a Maturana e al 35enne centrocampista se quest'ultimo avesse giocato la partita successiva, quello contro i padroni di casa degli Stati Uniti. Gomez si rifiutò di giocare. Tutti furono ignari del fatto che il bersaglio si stava spostando dal cuore del centrocampo al cuore della difesa, capeggiata dallo sfortunatissimo Andres Escobar.

La morte di Andres Escobar

Era il 22 giugno, era un torrido mercoledì a Los Angeles luglio. La Colombia era favorita, aveva maggior giocatori di talento, mentre gli Stati Uniti erano anni luce lontani dai buoni livelli raggiunti oggigiorno. Basti pensare a uno dei suoi uomini simbolo, Alexis Lalas, all'apparenza tutto, fuorchè un calciatore. Alla mezzora accade un evento a tratti drammatico. John Harkes, laterale degli States, mette da sinistra un cross tagliato e basso. Escobar, nel disperato tentativo di anticipare Stewart, mette goffamente alle spalle del portiere.

1-0 per gli USA, che raddoppieranno con lo stesso Stewart nel 2° tempo. Allo scadere l'inutile 2-1 del colombiano Valencia, come fu inutile il 2-0 che la Colombia rifilò nell'ultima gara contro la Svizzera. La Colombia va a casa. Escobar aveva già spento la luce al 30' di quella maledetta gara, perchè sapeva cosa vuol dire fare un autogol indossando la maglia della Colombia.

Il 29 giugno i sudamericani rientrerono in patria, accolti da poche decine di persone intente a consolarli. Andres Escobar portava addosso le cicatrici profonde di un autogol che gli spezzò il sorriso. Furono giorni durissimi che neanche la fidanzata Pamela Cascal, seppe mitigare. La notte tra l'1 e il 2 luglio Andres si trovava nella sua Medellin girando in varie discoteche. Intorno alle 4 del mattino scoppiò una rissa in un parcheggio tra Andres ed altre persone. I fatti sono un po' confusi, ma diversi testimoni sentirono pesanti improperi (venduto, frocio, ecc) verso il difensore per via di quel maledetto autogol. Fu Humberto Munoz Castro, ex guardia giurata, ad aprire il fuoco contro il centrale dell'Atletico Nacional. Durante i suoi 6 colpi di mitraglietta urlò:

"Goooooool!!! Grazie per l'autogol"

A 27 anni muore Andrès Escobar.

Dopo la morte di Andres Escobar

Si presenteranno oltre 120mila persone, mentre il cordoglio generale per il povero ragazzo fu sempre raffreddato dalla paura, infinita, di vivere negli intorni del narcotraffico, vero responsabile di questo dramma. Esporsi troppo sarebbe corrisposto ad un autogol, un altro.

L'autogol di Escobar di fatto fece estromettere la Colombia, facendo perdere ingenti quantità di denaro agli scommettitori del cartello di Medellin, cartello che comunque era già al tramonto, ma che non si limitò nel fendere gli ultimi colpi di cosa come questa uccisione.

Il sicario che uccise Andres fu condannato a 43 anni di carcere, ma ne scontò neanche 12: dal 2005 è in libertà. Piuttosto qualche mese fa è stato arrestato il mandante di tale omicidio: Santiago Gallon Henao, un narcotrafficante colombiano, il quale aveva dato ben tre milioni di dollari ad un procuratore per evitare che indagassero su lui e il fratello Pedro. Giustizia dopo 24 anni.

Per diverso tempo la Colombia non assegnò a nessuno la maglia numero 2, indossata dallo sfortunato calciatore. Fu Ivan Cordoba, più talentuoso di Escobar, ma di caratteristiche tecniche piuttosto simili, a dare vita alla maglia numero 2 della Colombia. Forse aveva ragione Maturana che, sprezzante, tirò fuori i peggiori appellativi per un Paese che ha vissuto uno sbando enorme negli anni '90, in cui, anziché portare palla e costruire l'azione, era molto meglio spazzare via la palla e non pensarci più. Proprio come faceva Andres Escobar.


Luciano Re Cecconi, Lazio, morte

Il mistero della morte di Luciano Re Cecconi

Sono passati 41 anni dall'assurda morte di Luciano Re Cecconi, leader della prima Lazio scudettata della storia. Proprio perchè sono passati tantissimi anni a molti non dice nulla questo nome, ignorando sia collegato ad una delle pagine più controverse del calcio. Ma prima ripercorro la sua vita e perchè fosse considerato uno degli uomini simbolo del calcio italiano degli anni Settanta.

Chi era Luciano Re Cecconi

Luciano Re Cecconi è nato nel 1948 a Nerviano, in Lombardia. Suo padre muratore, mentre lui, col cugino, facevano dei lavoretti di carrozzeria quando non era impegnato con il suo hobby preferito: il calcio. Ma ben presto l'hobby divenne un lavoro. Alto, fisico importante, centrocampista a tutto campo, con quello sguardo da nordico, forse anche per via della sua chioma bionda. Tant'è che fu ribattezzati Cecconetzer, per via della sua somiglianza con  Günter Netzer, stella del calcio tedesco dell'epoca. Raggiunse l'apice del successo con la Lazio, nella quale entrò a far parte nel 1972. Prima si mise in luce Tra C, B, e poi anche A, coi gli altri due club dove militò, ovvero Pro Patria e Foggia.
Ma fu appunto coi biancocelesti che iniziò a giocare ad altissimi livelli, complice anche la mossa tattica del suo allenatore Tommaso Maestrelli, che impostò Re Cecconi come regista. Vinsero uno storico scudetto nel 1974. Era la Lazio fantastica dei Chinaglia, Pulici, Wilson, Petrelli, Martini, di un giovane Vincenzo D'Amico. Oltre ovviamente all' Angelo Biondo, come veniva osannato appunto Re Cecconi. Quest'ultimo partecipo' con l'Italia anche ai Mondiali sfortunati del 1974. Tuttavia furono solo due le presenze con la maglia azzurra, anche per via dell'abbondanza di talento che imperversava nella penisola (si stava infatti formando il mitico gruppo del Mundial '82). La Lazio successivamente perse diversi pezzi e sbandò, ma Re Cecconi la condusse alla salvezza. Il regista si infortunò gravemente l'anno dopo, per poi tornare a giocare. Fino a quel maledetto 18 gennaio 1977.

La morte di Luciano Re Cecconi

Era tardo pomeriggio, Luciano Re Cecconi con il compagno di squadra Pietro Ghedin e l'amico comune, il profumiere Giorgio Fraticcioli, entrarono nella gioielleria di Bruno Tabocchini, sita in via Nitti, nel quartiere romano Flaminio, in quanto Fraticcioli avrebbe dovuto consegnare dei prodotti. Da qui in poi non è chiaro cosa successe, perchè per 41 anni si sono inseguite conferme e smentite come se piovesse, ma un secondo devo fermarmi e contestualizzare. Erano gli anni di Piombo, Roma  viveva il "mito" della Banda della Magliana, e per le attività al calar della sera subentrava un timore legittimo.
Precisato ciò, i tre entrarono nella profumeria e, secondo quella che è la ricostruzione ufficiale dei fatti, Re Cecconi avrebbe detto "Fermi tutti, questa è una rapina!". Il gioielliere non ci pensa due volte e tira da sotto il bancone una Whalter, revolver calibro 7,65 e la punta su Ghedin, il quale alza subito le mani. Subito dopo il gioielliere cambiò bersaglio e esplose un proiettile verso il torace di Luciano Re Cecconi, vistò che quest'ultimo, a quanto pare, non ebbe la prontezza di alzare le mani in segno di resa. Tramortito a terra, sussurrerà:"Era uno scherzo, era solo uno scherzo". Viene portato all'Ospedale San Giacomo, dove alle 20,04 verrà dichiarato morto.
Luciano Re Cecconi muore a 28 anni, lasciando la moglie Cesarina, i figli Stefano di 2 anni e Francesca, nata solo qualche mese dopo.

Il processo, l'assoluzione di Bruno Tabocchini e le reazioni

Bruno Tabocchini fu arrestato per "eccesso di legittima difesa". Dopo 18 giorni, il 4 febbraio, ci fu il processo per direttissima, in cui il gioielliere venne scagionato per "aver sparato per legittima difesa putativa" .
Morte, Re Cecconi, Lazio
La reazione della stampa alla morte di Luciano Re Cecconi (fonte Il Post)
Non fu presentato ricorso, anche se  il pubblico ministero Franco Marrone affermò che «la motivazione della sentenza è stata giuridicamente e tecnicamente scorretta. Il tribunale pervenne al suo convincimento omettendo di valutare dovutamente tutti gli elementi emersi».  Pure Bettino Craxi fu contrario alla sentenza, poichè «non si spara al cuore di una persona a occhi chiusi per aver agito in stato di legittima difesa putativa».

Chi non conosce la storia sta pensando a quanto fosse stato ingenuo Re Cecconi a fare una cosa simile. Solo che negli anni si susseguiranno tantissime incongruenze che faranno capire che il dubbio è più che legittimo. Quella Lazio fuori dal campo era molto rissosa. Ma non Re Cecconi, detto 'Il saggio', proprio per la tranquillità che lo contraddistingueva. Si sapeva che alcuni di loro andassero in giro armati di pistole. Durante i ritiri, dalle finestre dell'Hotel Americana, sull'Aurelia, sparavano ai lampioncini, oppure la sera facevano gli spacconi nel locale “Jackie O". Una Lazio tosta fuori e dentro il campo, ma gli eccessi non facevano parte del personaggio Luciano Re Cecconi.

Le pubblicazioni sulla morte di Re Cecconi

Fu la tesi del giornalista Maurizio Martucci con il suo libro 'Non scherzo. Re Cecconi 1977, la verità calpestata', pubblicato nel 2012, che spiega come quelle parole "Fermi tutti, questa è una rapina" non furono mai pronunciate, nè da Re Cecconi nè dagli altri. Ma che avrebbe potuto essere stata la fobia di Tabocchini ad aver ingenerato a sè stesso un'ansia cronica per via di precedenti vere rapine subite.

«Ciò che davvero conta è che la gente smetta di pensare a Luciano Re Cecconi come a un povero scemo fascistoide ed esaltato, morto alla Collina Fleming per la propria sfrontata stupidità». [Guy Chiappaventi]

Il giornalista Guy Chiappaventi, pubblicò un libro-inchiesta a fine 2016, dal nome Aveva un volto bianco e tirato – Il caso Re CecconiAnche qui l'obiettivo non è revisionistico, ma il puntare a far riflettere che quello che accadde quella sera è un qualcosa di diverso rispetto alla ricostruzione ufficiale. Ad esempio, come faceva Tabocchini a non riconoscere Luciano Re Cecconi, che solo tre anni prima aveva vinto uno Scudetto con la Lazio, peraltro giocatore della Nazionale, e che per giunta abitava pure nello stesso quartiere (nella Cassia)? Anche il figlio, Stefano Re Cecconi, scrisse un libro sulla vita del padre intitolato "Lui era mio papà".

A Roma dal 2003 c'è una via, nella Tuscolana, dedicata a lui dal Comune, così come il centro sportivo di Nerviano, suo paese natale, porta il suo nome.

Re Cecconi, un mistero senza fine

In questo scenario il ruolo di Pietro Ghedin è assai particolare. L'ex tecnico di Malta sostenne inizialmente che prima di entrare dentro la gioielleria, Re Cecconi gli avrebbe confidato la voglia di fare uno scherzo, versione poi confermata anche da un altro testimone visivo, il macellaio Mario Isidori, nonché padrino di Stefano, figlio di Luciano Re Cecconi. In un secondo momento, però, Ghedin smentì di aver sentito pronunciare quelle frasi. Fra l'altro mai confermate comunque neanche da Fraticcioli che era con loro. Insomma, un caos.

Luciano Re Cecconi, Lazio
Luciano Re Cecconi, indimenticato dalla tifoseria della Lazio

Lo stesso Ghedin si è poi sempre imposto di non parlarne più pubblicamente dopo la prima deposizione alla polizia. Il figlio di Re Cecconi tentò un approccio con Ghedin, ma i risultati furono deludenti per Stefano, come raccontato QUI. Anni dopo, ad un'intervista all'Unità, Ghedin disse che «quel giorno non ci fu nulla di premeditato, di previsto. Lo ripeto: se fossi morto io non avrei saputo perché».

Interessante in questa chiave l'inchiesta realizzata dalla redazione di Premium Sport. Fu messo in luce un retroscena nuovo, svelato dal suo ex compagno di squadra Luigi Martini.

"Luciano morto per uno scherzo?   Io sono fortemente convinto di no. Ghedin quella notte dormì da me, era sotto shock, e mi raccontò che lui quando entrò nell'oreficeria, alzò la testa e vide la pistola puntata su di sé. Poi di colpo il gioielliere da Ghedin puntò la pistola su Re Cecconi e sparò".

Questo è il brutto della verità: quando non se ne è a conoscenza si rischia di ricordare nel modo sbagliato una persona. Luciano Re Cecconi fu dipinto come uno sciocco, poichè con una rapina burla avrebbe gettato via la sua vita. Tuttavia queste incongruenze, il contesto dell'epoca, i silenzi, le deposizioni rilasciate e poi cambiate, lasciano con l'amaro in bocca.

Dopo 41 anni l'unica verità certa è che Luciano Re Cecconi fa l'Angelo biondo a tempo pieno lassù.


Ivan Zamorano, CIle, Inter

Mi ricordo di Ivan Zamorano

“Durante il primo allenamento al Real Madrid, dopo che Jorge Valdano mi disse che avevo poche possibilità di giocare perché ero il quinto straniero ed ero appena arrivato, stavamo giocando una partitella; io stavo correndo come un selvaggio da una parte all’altra: era il mio modo di allenarmi. Poi Valdano entrò a giocare. Dopo pochi istanti gli arrivò una palla tesa, ci andai troppo forte, convinto di anticiparlo, ma non riuscii a frenarmi. Lo presi in pieno, facendolo sollevare in aria e cadere pesantemente. Si bloccarono tutti. Valdano si rialzò e mi disse: Ti alleni sempre così, o soltanto quando odi il tuo allenatore?”

Ivan Zamorano, l'eroe venuto dalle Ande

Basterebbe questo aneddoto per far capire a chi non ha avuto la possibilità di vederlo giocare, chi era Ivan Zamorano, soprannominato Bam Bam. Perchè? Perchè era combattivo, un continuo coltello fra i denti. Portava con sè la garra tipica sudamericana e al tempo stesso, nel suo cuore, l'emblema della rivincita cilena. Sul suo volto c'era tutta l'identificazione dell'indio. Sguardo intenso, zigomi alti, quasi spostati in alto per trasmettere la maggiore fierezza  possibile.

Fiero, fiero si che lo era Ivan Zamorano, nato nel 1967 da genitori umili che gli hanno impartito cosa voglia dire lottare e lavorare. E questa passione lì, per il calcio, faceva da accompagnatore per la crescita di questo ragazzetto che si esercitava a colpire di testa il lampadario di casa. Crescita che fu segnata irrimediabilmente dalla prematura scomparsa del papà, quando Ivan Zamorano aveva 14 anni. Insieme guardavano le imprese del Colo Colo, storico club cileno di cui Papà Zamorano sognava un tesseramento del figlio Ivan.

Gli inizi di Ivan Zamorano e quell'Italia sfiorata

Fu invece il Cobresal, altro club cileno a mettere sotto contratto Ivan Zamorano. Lo prestò poi di fatto al Trasandino, club di serie B cilena. E fu allora che il Cobresal si rese conto che razza di attaccante aveva trovato: 29 partite 27 gol. Uno che non era alto neanche 1,80m e realizzava reti a a 2 metri e mezzo d'altezza. Rientrò quindi al Cobresal, giusto in tempo per vincere una Coppa del Cile e per provare il grande salto: l'Europa.

Ivan Zamorano, Bologna
Ivan Zamorano e Hugo Rubio al provino del Bologna

E dire che poteva essere il Bologna il primo club europeo di Ivan Zamorano. Ma al Piojo ("il pidocchio", in quanto balzava da un posto all'altro senza fermarsi mai) fu preferito un altro cileno, Hugo Rubio, ben più affermato allora. Si rivelò uno degli errori più sciagurati commessi in valutazione di mercato. Se Rubio, complice anche un infortunio, fu totalmente avulso nella sua esperienza felsinea, Ivan Zamorano comincò da subito a buttare giù le difese europee.

Andò al San Gallo, in Svizzera e ci rimarrà di due anni: 34 gol in 56 gare, un gol ogni partita e mezza circa. Ragion per cui sarà un club più importante a bussare alla porta degli elvetici: fu il Siviglia ad ingaggiarlo, formando una delle coppie più prolifiche e assortite degli anni 90, ovvero Davor Suker e Ivan Zamorano. Anche al Sanchez Pizjuán incanta tutti, mantenendo una media altissima, leggermente inferiore a quella avuta al San Gallo, ma in un torneo molto più probante. Era la Liga dove spadroneggiava il Real Madrid, voglioso di veder da vicino questo indio indiavolato.

Il grande salto di Zamorano con Real Madrid e Inter

Era il 1992 quando i Blancos ingaggiarono Ivan Zamorano. Furono 4 anni magici, in cui il cileno vincerà una Liga, una Coppa di Spagna e la Supercoppa Spagnola. Oltre al Pichichi del campionato spagnolo, con 28 gol nel 1994/95. Zamorano, con un giovanissimo Raul, aiutò a lenire il mal di pancia ai tifosi madrileni per la fine dell'era Butregueno - Hugo Sanchez. Nel giro di 5/6 anni Zamorano divenne uno degli attaccanti più forti al mondo. Lo sa bene Moratti che, approfittando della politica del Real Madrid, che inizierà a vertere in ottica "Galacticos", riuscì a strappare il cileno per 4 miliardi di lire. All'Inter Ivan Zamorano vivrà 5 anni incredibili.

Sono gli anni dei primissimi Zanetti e Recoba, del Cholo Simeone, dell'eclettico Djorkaeff, di un giovanissimo Ronaldo, a cui Ivan cedette, per ragioni di sponsor, la sua maglietta numero 9. E fu così che il cileno fece qualcosa di almeno 20 anni innovativo. Prese la maglietta 18, e ci mise in mezzo ai due numeri un bel "+", formando un poi celebre 1+8. A sottolineare che qualunque numero possa lui avere, sarà sempre e solo un numero 9.

Zamorano era spesso l'anima per via di quel suo modo battagliero e forsennato con cui giocava. A Milano non realizzò mai medie da urlo (colpa sua o davvero le difese della Serie A degli anni Novanta erano davvero difficili da superare?), ma entrò nel cuore dei tifosi. Memorabile il suo gol quasi allo scadere nella finale di Coppa Uefa contro lo Shalke 04 nel 1997. Allora si giocavano andata e ritorno, e dopo lo 0-1 patito a Gelsenkirchen, sarà il Piojo a ristabilire il pareggio con una zampata. Purtroppo il suo errore e quello di Aaron Winter dagli 11 metri consegneranno allo Shalke 04 la vittoria del trofeo. Ma è da una caduta che puoi prendere la migliore rincorsa per saltare in alto.

Il trionfo in Coppa Uefa e la firma di Ivan Zamorano

Questo Zamorano lo sapeva e la stagione successiva, benchè non giocò tantissimo, il cileno fu protagonista di una delle serate più importanti della storia dell'Inter. 6 maggio 1998.

Ivan Zamorano, Inter
Ivan Zamorano, Inter

La finale, stavolta secca, sul neutro del Parco dei Principi di Parigi, di Coppa Uefa, contro la Lazio. Dopo 5 minuti  venne lanciato Zamorano che, circumnavigando Negro, si trovò a tu per tu con Marchegiani, il quale viene freddato con un tocco delizioso di esterno destro. 1-0. Fu solo il preludio. Ci penseranno poi Zanetti con una legnata sotto l'incrocio e Ronaldo con una serpentina da brividi a scacciare via i fantasmi della finale persa l'anno prima. L'Inter vince la Coppa Uefa, grazie ai suoi sudamericani, e quindi anche grazie a Bam Bam.

Man mano che il tempo passò Zamorano trovò sempre meno spazio, finchè decise di tornare nel 2001 in Sudamerica, all'America, club messicano, giusto per fare un'altra trentina di gol, per poi chiudere in bellezza come ogni favola che si rispetti. Una stagione al Colo Colo, in modo che qualcuno, da lassù, potè vedere come non è stato dimenticato, anzi. Saranno 14 gare e 8 gol con la maglia del Colo Colo. Tutti per suo papà. Adesso Zamorano puo' dire basta al calcio giocato.

Ivan Zamorano, ieri e oggi nel segno del Cile

Notevole il suo contributo alla Nazionale del Cile: un argento nella Coppa America 1987 e un bronzo in quella del 1991, oltre ad un bronzo storico vinto alle Olimpiadi di Sydney del 2000 (con tanto di titolo di capocannoniere, 6 gol). Con la Roja formò una tandem storico d'attacco con Marcelo Salas, dando il meglio di loro al Mondiale di Francia '98, quando fecero ammattire anche la difesa italiana, che contava in difesa gente come Nesta, Maldini e Cannavaro. Con il Cile saranno 69 gare e 34 gol (4° marcatore di sempre dietro Alexis Sanchez, Marcelo Salas ed Edu Vargas). Ivan Zamorano viene eletto miglior calciatore cileno del secolo,  e inserito nella lista dei 250 giocatori migliori di tutti i tempi della rivista The Football History Boys.

Zamorano oggi, con Hugo Rubio, gestisce Passball, una procura sportiva internazionale di giocatori cileni. Rimase molto legato all'Inter: fu lui a consigliarle Mauricio Pinilla. Il cileno è anche il padrino della figlia di Javier Zanetti. Nel 2007 el Piojo fondò a Santiago del Cile un centro sportivo, Ciudad Deportiva Ivan Zamorano, in cui ci sono palestre, campi di calcio, piste d'atletica, un centro medico e anche un centro studi per discipline sportive. Nel 2014 ebbè qualche problema con degli istituiti bancari che gli faranno rischiare la bancarotta. Molte volte in bancarotta ci vanno i calciatori che sperperano tutto senza cognizione, ma Ivan Zamorano non fa parte di questa ampia cerchia di giocatori. Non fa parte del suo DNA, non accadrebbe neanche se cascasse un meteorite, perchè tanto, Bam Bam colpirebbe di testa anche quello.

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Vicenza calcio, Coppa delle Coppe

Quel Vicenza in Coppa delle Coppe, 20 anni dopo

Lo scenario a cui stiamo assistendo ultimamente è qualcosa di davvero triste. In queste ore si sta consumando la "tragedia" sportiva del Vicenza Calcio. La storica società veneta rischia di scomparire per sempre, dopo 116 anni di storia. In data 12 gennaio la Procura ha chiesto il fallimento. Parlo di epilogo macabro perchè la sconfitta dell'Italia con la Svezia non è una macchia isolata del nostro sistema, ma solo la sveglia più sonora.

Il Vicenza rischia di sparire dopo 116 anni di storia

Se guardiamo bene ogni mese, ogni due mesi, fallisce una società. E non parliamo di piccole realtà. Oggi è il Vicenza, ieri accadde al Modena. E non sono certo remoti i fatti che videro protagoniste Vibonese, Pisa e Latina. Ma anche lo stesso Parma. Nonostante siamo in piena rifondazione, con l'elezioni del presidente FIGC programmati per il 29 gennaio, sento parlare di apparentamenti, numeri, voti, alleanze, muri contro muri. Mai di progetti, mai di sostenibilità del sistema calcio. Davvero non si vuole capire cosa sta realmente succedendo.

Quando il Lanerossi Vicenza segnò un'epoca

Non basterà, a quanto pare, neanche un miracolo per salvare il Vicenza, società storica del calcio italiano. Dagli anni '50 fino al 1990 denominato con il memorabile appellativo di Lanerossi Vicenza,

Il 26 giugno 1953 l'assemblea generale della società accolse a larga maggioranza la proposta di fusione con il colosso laniero di Schio, il Lanerossi, che si impegnò a colmare l'intero passivo, ristrutturare lo stadio nonché di dare vita ad un progetto di rafforzamento alla squadra con l'obiettivo di raggiungere nuovamente la Serie A.

Tra le strisce verticali biancorosse della squadra comparve, all'altezza del cuore, una "R" blu a richiamare il marchio della società laniera, mentre la ragione sociale della squadra venne mutata in Lanerossi Vicenza Associazione Calcio.

Il caso del Lanerossi Vicenza viene spesso superficialmente, ed erroneamente, indicato come il primo caso di sponsorizzazione nel calcio italiano, tuttavia all'epoca ancora vietate dagli organi federali: in realtà si trattò di qualcosa di diverso, un cosiddetto abbinamento, ovvero una vera e propria acquisizione di una squadra di calcio da parte di un'azienda.

Come accennato poc'anzi, sulle casacche vicentine non era presente il nome della ditta ma una piccola e semplice "R", intesa più che altro come un tradizionale stemma societario

(Wikipedia)

Da Baggio a Paolo Rossi, da Luca Toni a Hector De Marco. Il Vicenza vive un incubo a 40 anni esatti dal suo storico 2° posto del 1978, a 20 esatti dalla sua cavalcata in Coppa delle Coppe, dopo aver vinto la Coppa Italia l'anno prima. Impresa europea senza precedenti, paragonabile solo a quell'Atalanta che aveva fatto un percorso simile anni prima. I biancorossi di Guidolin realizzarono qualcosa di splendido. Si fermarono in semifinale solo per via del Chelsea di Vialli, Zola e Di Matteo, futuri detentori del trofeo. Tante soddisfazioni, dalle vittorie schiacciasassi ottenuti sia al Romeo Menti che in trasferta fino alla vittoria di Pasquale Luiso del titolo di capocannoniere di quell'annata (8 centri). Riviviamo insieme la rosa di quel Vicenza lì, vedendo cosa fanno oggi i suoi giocatori, con l'augurio che qualcuno in futuro possa ripercorrere le loro imprese.

La rosa del Vicenza nel 1997/1998

Pierluigi Brivio: preparatore dei portieri della Primavera dell'Inter.

Davide Falcioni: ritirato.

Luca Mondini: preparatore dei portieri delle giovanili del Parma.

Massimo Beghetto: tecnico della formazione Primavera del Cittadella.

Davide Belotti: qualche esperienza da vice allenatore nelle serie minori svizzere, fino al 2013.

Ricardo Canals: procuratore sportivo in Uruguay.

Francesco Coco: dopo diverse apparizioni televisive tra l'Isola dei Famosi e Quelli che il calcio, Francesco Coco ha investito nella moda e nella ristorazione, è opinionista su beIN Sports, tv del Qatar.

Mirko Conte: vice allenatore al Sion, in Svizzera.

Giacomo Dicara: fa parte dello staff tecnico dell'allenatore, suo ex compagno di squadra a Perugia, Andrea Camplone.

Gustavo Mendez: ritirato.

Lorenzo Stovini: dopo essersi ritirato nel 2012, aveva ripreso a giocare nella Seconda Categoria toscana, giocando gratuitamente.

Gabriele Ambrosetti: dopo aver fatto il ds a Varese, fa parte dello staff tecnico di Francesco Guidolin. Ha fatto da vice allo Swansea, in Premier League.

Massimo Ambrosini: opinionista Sky.

Roberto Baronio: attuale tecnico della Primavera del Brescia.

Carmine Coppola: procuratore sportivo.

Domenico Di Carlo: allenatore

Fabio Firmani: procuratore sportivo, diventando nel 2012 consulente dell'Al Nasr, squadra degli Emirati Arabi Uniti.

Riccardo Maspero (quello dello scavetto nel derby di Torino, si): allenatore.

Marco Schenardi: allenatore.

Fabio Viviani: allenatore.

Lamberto Zauli: allenatore della Primavera dell'Empoli.

Arturo Di Napoli: allenatore.

Alessandro Iannuzzi: Vice allenatore della categoria Under 16 della Lazio.

Pasquale Luiso: allenatore della Primavera del Vicenza.

Marcelo Otero: ritirato.

Goran Tomic: allenatore della Lokomotiv Zagabria.

E l'artefice del Vicenza dei miracoli?

Dulcis in fundo, impossibile non citare l'artefice di quel Vicenza lì, che ci teneva incollati alla tv, nonostante durante le gare interne c'era il famoso palo del Menti ad ostacolare una completa visuale, Francesco Guidolin. Il tecnico di Castelfranco Veneto porrà al termine altre stagioni positive, soprattutto a Udine, Bologna e Palermo, esordendo anche in Premier League, alla guida dei gallesi dello Swansea City.

Un tecnico come Guidolin non merita affatto di restare ancora fermo, ma, Francesco, mi devi scusare se ti metto un attimo in un angolo per concentrare tutta la mia amarezza sul fatto che è il Vicenza a rischiare di restare "fermo".


Antonio Angelillo, Inter, Morte

Chi era Antonio Angelillo

Proprio qualche giorno fa, all'alba di questo nuovo anno, il 2018, è giunta la triste notizia della scomparsa di Antonio Valentin Angelillo, calciatore argentino degli anni Cinquanta e Sessanta, che legherà a vita il suo nome all'Italia. Ma soprattutto ad un record particolare: maggior numero di gol realizzati in una stagione di Serie A a 18 squadre. Nel 58/59, con la maglia dell'Inter riuscì a realizzare ben 33 reti. Dieci anni prima circa era stato lo svedese Gunnar Nordhal, con la maglia del Milan, a farne addirittura 35, ma quell'anno le squadre di A furono 20. Tant'è che Gonzalo Higuain proprio qualche anno fa ritoccò questo record portandolo a 36. Ma nessuno fece 33 o più gol in un campionato italiano a 18 squadre. Ma chi era questo goleador? Cosa sappiamo di lui?

Angelillo, l'angelo della faccia sporca

Nato a Buenos Aires nel 1937, Antonio Angelillo iniziò nelle giovanili dell'Arsenal de Llavallol, finchè a 18 anni lo ingaggiò il Racing Avellaneda. Una stagione lì e poi l'exploit nel Boca Juniors. Nel 1957 Angelillo s'impose a più non posso. Quell'anno l'Argentina vinse a Lima, in Perù, la Coppa Sudamericana. Grazie a giocatori come Humberto Maschio, Oreste Corbatta, Omar Sivori e, ovviamente, Antonio Angelillo. Quest'ultimo fu considerato uno dei carasucias, ovvero quelli dalla faccia sporca. Il massaggiatore vedendoli stanchi e pieni in fango, li definì appunto casrasucias. E figli di buona donna.

Angelillo, amore di Moratti a prima vista

Rimase folgorato di tale prestazioni Angelo Moratti, patron dell'Inter, e desideroso di imporsi in Europa e nel mondo. Angelillo si trasferì a Milano per 95 milioni di lire. Questo trasferimento gli costò parecchio, in quanto, dovendo rinunciare alla leva militare, l'Argentina lo considerò disertore, visti anche i tempi (erano gli anni importanti della Revolucion Libertadora). Per oltre 20 anni non potè fare ritorno in Argentina, tant'è che quando il padre fu in fin di vita lo trasferirono a Montevideo, in Uruguay, affinchè Antonio potesse dargli l'ultimo saluto. Tutto questo fu uno svantaggio anche per l'Argentina che, con Angelillo, Sivori e Maschio (tutti emigrati in Italia), si giocò le carte per vincere il mondiale del 1958 in Svezia, non potendo neanche approfittare dell'assenza dell'Italia. In quel mondiale trionfò un altro giovanissimo su tutti: Pelè.

Tutta questa situazione fece si che il primissimo Angelillo dell'Inter non fu proprio esattamente quel gran centravanti che ci si aspettava. Tant'è che Angelo Moratti confidò a Gianni Brera che gli avevano mandato il fratello scarso di Angelillo. Il Presidente nerazzurro cercò allora di risollevare la situazione, affidando l'argentino a due suoi calciatori scapoli, Masiero e Fongaro, affinchè lo facessero integrare al meglio con l'ambiente milanese e fargli ritrovare il sorriso. Fu l'incontro con la soubrette Ilya Lopez, al secolo Attilia Tironi, durante una scorribanda notturna, a fulminare Angelillo. L'amore cambiò diametralmente questo argentino dal gran fisico . Arriverà il record dei 33 gol, arriveranno 77 gol in 127 partite. Ma arriverà anche Helenio Herrera.

Il difficile rapporto con Helenio Herrera e il declino di Angelillo

Il mago portoghese mette subito alle strette Angelillo, accusato di fare troppo bella vita, inficiando pesantemente il rendimento sul campo. Alcune voci sosterranno che Herrera fosse geloso della facilità con cui Angelillo facesse conquiste. L'idillio nerazzurro si spezzò: viene ceduto alla Roma, con la quale vincerà una Coppa Italia e una Coppa delle Fiere. Farà qualche gol in meno per via del suo cambio di ruolo: verrà spostato sulla tre quarti d'attacco o in regia, dove, a detta di Gianni Brera, disputerà delle stagioni di altissimo livello. Malgrado ci fosse una clausola che lo vietasse, la Roma lo cedette nel 1965 al Milan di Nils Liedholm. Saranno annate segnate da una parabola decisamente discendente. Lecco, poi di nuovo Milan (dove vincerà lo scudetto), Genoa in B e poi Angelana in Serie D. Sfiorò pure un passaggio al Napoli nel 1967, senza poi che tale possibilità si poté concretizzare.

Dopo aver realizzato 11 gol in 11 presenze con la maglia dell'Argentina (tutte in giovanissima età), vedrà anche la maglia azzurra dell'Italia, visto che il nonno era lucano. Solo due gettoni e un gol. Senza troppi sussulti anche la sua carriera d'allenatore: tutta in Italia, mai in una piazza di altissimo livello. Palermo, Brescia, Avellino, Arezzo. Pure qualche mese da CT del Marocco. Dopodichè preferì lavorare per l'Inter come osservatore. A lui va riconosciuto l'aver scovato in Argentina un certo Javier Zanetti. Questo fu l'ultimo colpo di coda di Angelillo all'interno del mondo del calcio, preferendo rimanere lontano dai riflettori.

Come erano lontano i tempi trascorsi al locale la Porta d'oro in Piazza Diaz di Milano, com'era tutto lontano nella bucolica fetta di Toscana dove si era acclimatato negli ultimi anni di vita, una distanza che neanche 33 gol avrebbero potuto colmare.

Ciao cara sucia!


Pasquale Luiso, Vicenza

Mi ricordo di Pasquale Luiso

Mi rendo conto con il passare degli anni che non è vero che il calcio è un ciclo che si ripete, e che i calciatori cambiano solo di nome, ma poi nella sostanza sono tutti uguali. O almeno, quando ero piccolo credevo fosse così. Quindi pensavo che nel giro di un tot di anni avrei vissuto gli stessi tipi di giocatori. E invece no, perchè sono passati 20 anni e io ancora non ho visto un giocatore che assomigli al Toro di Sora. Ho visto giocatori migliori, ho visto giocatori peggiori, ma sia i primi che i secondi erano comunque erano tutti diversi da lui, Pasquale Luiso.

Pasquale Luiso, calciatore tra lavoro e sacrifici

Pasquale Luiso incarna perfettamente lo stile dell'attaccante di provincia di metà anni '90: tanta gavetta, riuscire a far  tanti gol e in tutti modi, e un talento che avrebbe anche di più. E dire che Pasquale Luiso  diverse soddisfazioni importanti se le è anche prese. ma andiamo con ordine.

Napoletano doc, Luiso eredita dal padre la passione per il calcio: muove i primi passi nell'Afragolese, squadra che fa spola tra C2 e Interregionale campana. Farà solo 8 gol in quasi 80 partite. "Ma non era uno che faceva tanti gol?" vi starete chiedendo. Perchè? Perchè giocava esterno destro a centrocampo. Avendo già ben in mente le gesta di Pasquale Luiso, fa specie che uno con il suo fiuto non sia nato attaccante. Ma calma, ci penserà il suo mister al Sora a spostarlo al centro dell'attacco. Gol a grappoli, porta pure i ciociari in C1, facendosi notare da team importanti come Lecce e Torino. Non va benissimo con queste squadre, anche perchè non viene praticamente fatto giocare. Ma nessuna paura: uno così, o in un modo o nell'altro, tra i grandi si farà valere prima o poi.

Luiso, gol in quantità e di qualità

Sono le due stagioni cadetteria tra Pescara e Avellino che lo classificheranno come uno dei bomber italiani più prolifici. Ad Avellino segnò addirittura 19 gol: con il compianto presidente Antonio Sibilia, a inizio stagione stipulò una scommessa. Se Pasquale Luiso avesse fatto almeno 15 gol il presidente irpino gli avrebbe regalato una Mercedes. Ma l'Avellino, malgrado i tanti gol dell'attaccante, retrocedette in Serie C1. Da gran signore Pasquale Luiso rifiutò quel regalo, in quanto non era giusto festeggiare qualcosa in un contesto simile.

Il karma, ma anche il Piacenza, si accorge di lui. E' chiamato in Serie A, da protagonista. In quel Piacenza degli italiani fece 14 gol (la maggior parte festeggiati a ritmo di Macarena, tormentone musicale di quegli anni). Da ricordare la perla con cui stese il Milan, campione d'Italia in carica, e fece cacciare Tabarez dalla panchina rossonera: una rovesciata senza eguali, rimasta eterna nel tempo. Altri due gol furono fondamentali: la doppietta nello spareggio di Napoli in cui il Piacenza spedì in B il Cagliari. Salvezza sudata e meritata, adesso il Toro puo' puntare ancora più in alto.

Lo splendore degli anni a Vicenza

Arriva la chiamata del Vicenza, fresco vincitore della Coppa Italia, e che ha bisogno di un ariete d'attacco per schiodare le difese europee che si susseguiranno nell'esperienza dei veneti in Coppa delle Coppe. Fu una marcia trionfale, quel Vicenza di Guidolin fece a spallate con tante realtà europee ben più quotate. Legia Varsavia, Shaktar Donetsk, Roda furono prese a pallonate da quel Vicenza. Il Toro di Sora le ha incornate ben sette volte. Accesso meritato alla semifinale: si aprono le porte dello Stamford Bridge, si apre la porta dei sogni.

Luiso contro il suo idolo, Vialli. Era il Chelsea degli italiani, che contava anche Zola e Di Matteo tra le sue fila. All'andata i vicentini strappano un fantastico 1-0 al Romeo Menti, grazie a Lamberto Zauli. E' al ritorno che Pasquale Luiso si farà notare. Realizzerà lo 0-1 che zittirà tutti i presenti, in uno Stamford Bridge gelato, e non per la temperatura. Purtroppo il Vicenza non terrà botta e soccomberà 3-1, dovendo rinunciare alla finale, di certo alla portata degli uomini di Guidolin, contro lo Stoccarda. Fu il punto più alto della storia calcistica del Vicenza, grazie anche a Pasquale Luiso, capocannoniere dell'edizione di Coppa delle Coppe 1997-1998.

Gli ultimi anni di carriera e cosa fa Pasquale Luiso oggi

Le annate successive frutteranno a Vicenza una ventina di gol, e un'ottima stagione alla Sampdoria in B, Man mano la carriera di Luiso si concluderà girovagando in diverse piazze, come Salernitana, Ancona e Catanzaro. Romanticissima la sua chiusura a Sora, dove tutto iniziò, dove disse "crossatemi una lavatrice, prenderò di testa anche quella". In 22 anni di carriera ha indossato 18 maglie diverse.

Oggi Pasquale Luiso, dopo aver allenato Sora, Sulmona, Triestina e Celano, si trova sulla panchina della Primavera del Vicenza, sognando magari un giorno di sedersi sulla panchina dei grandi.

Pasquale Luiso era un attaccante sui generis, non altissimo, ma capace di un'elevazione di tutto rispetto. Nato come bomber di provincia, ma definirlo così è riduttivo, viste le vette che riuscì a toccare. Giusto per far capire come l'Italia allora fosse ricca di talento, uno come Pasquale Luiso non collezionò mai neanche una convocazione nell'Italia. Non perchè non la meritasse, ma perchè davanti aveva gente come Vialli, Casiraghi, Zola, Del Piero, Ravanelli, Chiesa, Vieri, Inzaghi. Mentre adesso, e non definitela banale retorica nostalgica, sarebbe nel giro della Nazionale. E ce ne siamo accorti anche nelle ultime apparizioni azzurre: quanto sarebbe servito uno che incornasse un pallone da mettere dentro, proprio come faceva quello lì, il Toro di Sora.

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Dino Baggio, Parma, Juventus, Italia

Mi ricordo di Dino Baggio

Da oggi inaugurerò una nuova rubrica: "Mi ricordo di..". In questa sezione darò spazio a ex calciatori, o comunque a personaggi che hanno ruotato attorno al mondo del calcio, e che negli ultimi tempi non hanno lo spazio che meritano tra i media. L'obiettivo principale è di poter conferire loro una memoria storica da consegnare soprattutto a quella fascia di persone, relativamente giovani,  che non hanno potuto viverli per ragioni temporali. E voglio iniziare con uno dei miei beniamini di quando ero piccolo: Dino Baggio.

Dino Baggio, colonna del centrocampo, col vizietto del gol

Dino Baggio, classe '71, era un centrocampista (userò l'imperfetto solo perchè oggi non gioca più, non pensate male) completo. Anzi oggi direbbero centrocampista totale. Interditore ben strutturato fisicamente, Dino Baggio possedeva tra le sue armi principali la botta dalla distanza e un agonismo che si faceva sempre notare in mezzo al campo, non andando quasi mai sopra le righe.

Dopo le prime esperienze tra Torino e Inter, sarà poi con la Juventus e il Parma a vivere le sue annate più importanti. Alla Juve giocò due anni (tra il 1992 e il 1994), giusto in tempo per vincere una Coppa Uefa da protagonista: tre i suoi gol contro il Borussia Dortmund in finale, tra andata e ritorno. Si, anni fa le finali di Uefa si facevano in un doppio incontro.

Le annate eccezionali di Parma

Nel 1994 passò al Parma e ci restò sei anni realizzando 19 reti in oltre 170 gare. Conquisterà ben due Coppa Uefa con i ducali. Una nel 94/95 proprio contro la Juventus. Anche in quelle due gare timbrò il cartellino. Un gol di testa e uno a scavalcare Peruzzi. Niente male per un centrocampista: considerate che Dino Baggio detiene il record del calciatore con più gol realizzati nella finalissima della competizione (ben 5). Vincerà l'altra Coppa Uefa con il Parma nel 98/99, e sarà l'ultima volta che un'italiana vincerà tale trofeo. Tra gli italiani, solo Bergomi e Sartor hanno vinto lo stesso numero di Coppa Uefa (3): anche questo è un record. Sempre nel '99 vincerà Coppa Italia e Supercoppa Italiana. Ma negli anni di Parma si segnaleranno anche due episodi abbastanza controversi.

Dino Baggio, Coppa Uefa
Dino Baggio alza la Coppa Uefa

Durante una gara di Coppa Uefa contro il Wisla Krakow, dagli spalti dei sostenitori polacchi viene lanciato un coltello con una lama lunghissima che colpirà di striscio Dino Baggio in testa. Mentre oggi ad un gesto simile avremmo visto gente moribonda a terra per strapparsi i capelli, Dino Baggio si limita a massaggiarsi la testa, constatando se ci fosse sangue o meno. E' chiaro che poteva andare molto peggio, ma ci vollero ben 5 punti di sutura per chiudere la ferita. Il Wisla Krakow fu squalificato un anno dalle coppe europee.

L'altro episodio che contrassegnerà la sua carriera avvenne il 9 gennaio in un Parma Juventus, in cui fu espulso per un fallo su Zambrotta, lasciando il Parma in 9. Uscirà dal campo mimando il gesto dei soldi all'arbitro Nicchi, reo di un arbitraggio discutibile. La punizione fu severissima: sei giornate di squalifica, poi ridotte a due, e 200 milioni di lire di multa dal Parma. Ma soprattutto gli costò la Nazionale azzurra: l'allora Presidente della FIGC Nizzola gli farà saltare l'amichevole contro la Svezia. Ma non finì qui: singolare fu come Dino Baggio non venne mai più convocato a 28 anni, malgrado fosse titolare nel centrocampo azzurro.

Il felice binomio tra Dino Baggio e la maglia azzurra

E per essere titolare nello scacchiere azzurro vuol dire che il mediamo veneto si era guadagnato fiducia a suon di prestazioni decisive. Si parte dal gol (micidiale fucilata dai 25 metri) contro il Portogallo che ci porto ai Mondiali del 1994 in USA, dove Dino Baggio fu assoluto protagonista. Un gol contro la Norvegia ai gironi e uno importantissimo contro la Spagna ai quarti di finale. Dino Baggio era uno dei leader di quella squadra, che guiderà anche agli Europei del 1996 e ai Mondiali di Francia del 1998. Chiuderà la sua carriera in azzurro con 60 gare e 7 gol. Da segnalare anche una sua partecipazione alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, arrivando da Campione d'Europa con l'Under 21. Si ritrovò spesso a lavorare con Cesare Maldini, che non si privava mai di questo lungagnone dai piedi buoni e dalla corsa infinita.

Dopo il Parma ci fu la Lazio neocampione d'Italia, con cui giocò poco meno di una cinquantina di gare in 3 anni, prima di avere dei problemi con il nuovo presidente Lotito, il quale venne accusato di mobbing da Paolo Negro e dallo stesso Dino Baggio. Le esperienze successive tra Blackburn Rovers e Ancona non furono idilliache, specialmente per le difficoltà riscontrate da tali società. Nel 2005 prova a ripartire dalla B con la Triestina, ma dopo qualche gara preferisce smettere col calcio giocato a 34 anni. Proverà qualche anno dopo a giocare con il Tombolo, suo primo club in assoluto, in Terza Categoria.

Dino Baggio oggi

Dino Baggio qualche anno fa collaborò con il Padova nel settore giovanile, e tutt'ora quando si chiede a Dino di tornare nel mondo del calcio, lui preferisce sempre la strada del lavoro con i più giovani. La stessa strada dove magari trovi più fango che riflettori, ma che è quella che puo' aiutare tanti piccoli ragazzi a diventare campioni. Proprio come lo fu Dino Baggio.