Jorge Martinez, Malaka, Catania, Juventus

Il malinconico caso di Jorge Martinez

Quando arrivò Jorge Martinez a Catania pensai subito che fosse il solito sudamericano venuto in Italia a sbarcare il lunario. Il solito Rodriguez, Gonzalez, Martinez. Hanno tutti gli stessi cognomi, saranno tutti uguali, diresti. Eppure questo qui, questo uruguayano qua, lo chiamano El Malaka in patria, parola greca che vuol dire "genio", "folle". Questo allora c'avrà ottimi numeri. D'altronde Pietro Lo Monaco il più delle volte ha pescato bene in Sudamerica. Non dimentichiamoci che fu lui a portare in Italia, tra i tanti, Juan Vargas, Matias Silvestre e il Papu Gomez.

Jorge Martinez, il funambolo di Montevideo

Jorge Martinez arrivò a Catania a 24 anni, con quasi 200 gare in Uruguay disputate e all'attivo una quarantina di gol. Non male se consideriamo che il Malaka è una seconda punta, se non mezzapunta, atipica, con intento maggiore a creare gioco e assist piuttosto che far gol. In mezzo a quegl'anni mettiamoci pure un terzo posto con l'Uruguay in Coppa America.

Molto abile anche sui calci piazzati, il numero 25 rossoazzurro non tarda a farsi apprezzare. Nei tre anni di Catania realizzerà oltre venti reti per 86 match disputati. I tifosi etnei si ricorderanno sempre delle giocate ubriacanti di Jorge Martinez. Impossibile non citare il gol salvezza contro la Roma nel 2008, o la rete da capogiro all'Inter di Mourinho, nell'anno del Triplete. Oppure i numerosi gol fatti contro i rivali del Palermo. Tutta una serie di elementi che non hanno fatto altro che far innamorare i tifosi del Catania di Jorge Martinez.

Il fatidico passaggio di Jorge Martinez alla Juventus

Quasi impossibile trattenere un campione simile: arrivano i 12 milioni di euro della Juventus. E' la Juve di Delneri, non certo al livello di quello odierna, che punta anche sul Malaka per rialzare la cresta. Sarà un annus horribilis per la Juventus. Era l'anno di Manninger, Motta, Grygera, Krasic, Rinaudo, Traorè. L'anno in cui in Europa riuscì a pareggiare 3-3 con i modesti polacchi del Lech Poznan. Jorge Martines viene schierato a fasi alterne. A volte esterno di centrocampo, altre volte mezzapunta. Ma niente. Non funziona, come tutta quella Juventus. Racimola 20 presenze e zero gol, e, nonostante gli altri 4 anni di contratto, non farà più alcuna gara con la Juventus.

Jorge Martinez, Juventus
Jorge Martinez alla Juventus (fonte calcio.com)

Arriva Antonio Conte sulla panchina dei bianconeri e rivolta la squadra come un calzino. Jorge Martinez va prima fuori rosa e poi a Cesena, dove gioca una decina di gare, ancora senza reti, riuscendo inoltre a retrocedere in Serie B, malgrado quella squadra avesse in rosa gente come Edèr, Mutu, Candreva, Iaquinta, Parolo, Ghezzal. Piccola parentesi fuori tema: questo fa capire che tipo di squadre retrocedevano solo 5 anni fa, a differenza di quelle, rose alla mano, retrocedono oggi. Fate voi le dovute conclusioni. Chiusa parentesi.

L'uruguayano torna a Torino, ma da Torino lo mandano ancora più lontano: il Cluj, club romeno, militante in Champions League, lo prende in prestito. Eppure tra quest'ultima, campionato e varie coppe nazionali, Jorge Martinez non accumula neanche un minuto di gioco. Gli infortuni stavano divorando il talento sbrilluccicante del Malaka. Lontanissimi i tempi di Catania, in cui si era rivelato uno dei migliori giocatori della Serie A. La stagione successiva la Juve lo tiene in Italia, nella speranza che una vetrina simile possa ingolosire qualche club per acquistarlo, e di conseguenza alleggerire il monte ingaggi dei bianconeri. Quindi va in prestito al Novara in B, dove gioca solo l'ultima mezzora del playout di ritorno. Scelte tecniche e una valanga di infortuni muscolari lo hanno relegato all'ultimo girone di un inferno infinito. Piccola postilla: anche il Novara retrocedette quell'anno.

Cosa fa oggi Jorge Martinez?

La Juventus lo rispedisce in prestito in Uruguay, alla Juventud, dopo avergli prolungato il contratto fino a giugno 2016, in modo da poter spalmare il contratto su più anni. Anche in Uruguay stenta a riprendersi. Gioca qualche gara in più realizzando pure qualcosa come gol ed assist, ma niente di eccezionale. Ad oggi è svincolato e continua ad essere tormentato dagli infortuni e da una patina opaca di malinconia che ha decalcificato del tutto l'allegro talento del Malaka, Jorge Andres Martinez.


Eder, Portogallo

Eder, dal gol Europeo al dimenticatoio

Gli ultimi Europei (tra i più belli delle ultime rassegne) hanno lasciato in eredità una bellissima caratteristica. Chi l'ha detto che le finali le devono decidere i big, i leader, i numero 10? Quanto è stato bello vedere un "gregario" come Eder, punta di riserva del Portogallo, fare il gol che ha decretato la sua nazione campione? D'altronde noi ricordiamo tutti gli sguardi commossi di gente come Grosso e Materazzi, che dalla polvere dei campi di periferia sono diventati eroi nel Mondiale 2006. Anche la Coppa del Mondo del 2014 è stata decisa da un subentrante dalla panchina: Mario Gotze.

Eder, dalla tragedia familiare al sogno realizzato a Parigi

Éderzito António Macedo Lopes, meglio noto come Eder, ha avuto la classica storia del ragazzo dall'infanzia difficile, che riesce a farsi forza e arrivare al grande pubblico. Si trasferì da piccolo dalla Guinea Bissau in Portogallo con la mamma. Il padre è in carcere da quasi vent'anni per aver ucciso la matrigna. Lo stesso Eder dirà di essere molto attaccato al padre. Probabilmente ha sviluppato un forte senso di attaccamento dopo che a 12 anni ha dovuto vivere in un collegio a Coimbra. Anni bui, che danno ben più lustro per la tenacia con cui Eder è riuscito a venirne fuori.

Diventa calciatore professionista: ragazzone di 1,90, treccine alla Gullit, ma del talento dell'olandese neanche l'ombra. Eder, classe '87, attaccante prima punta, vede molto poco la porta: neanche 80 gol in 300 gare. In Nazionale solo 4 gol in 33 gare. Ma uno di questi 4 è stato il gol più importante della sua carriera. Entra durante la finale contro la Francia, risultato 0-0. Al secondo tempo supplementare il ragazzo originario della Guinea Bissau, lascia partire una staffilata, neanche troppo irresistibile, dalla tre quarti francese. È gol. Clamoroso. La decide Eder. Quello che prima della finale aveva disputato solo sei minuti di Euro 2016. La decide Eder. Quello che nessun portoghese voleva che fosse tra i convocati per la rassgena europea. La decide Eder.

Che fine ha fatto Eder, un anno esatto da quel gol

Eppure la sua gloria finisce subito lì. Ironia della sorte è proprio una squadra francese ad acquistarlo: il Lille. Solo 6 gol in Ligue 1, solo 6 gol in Coppa di Francia. Nonostante le oltre 40 gare (o spezzoni) disputate. Pian piano scivola anche qui tra le riserve, e quando entra in campo, i tifosi avversari non gli fanno mancare le bordate di fischi. Non gli perdoneranno mai quel gol, a casa loro, dello scorso 10 luglio. La sua stagione scialba non gli ha permesso di meritarsi neanche la convocazione per la Confederations Cup 2017. Nessuna gratitudine eterna.

Ma francamente, uno che è cresciuto con le difficoltà che ha vissuto lui, tutta questa durezza, che traslittererà presto in un'autobiografia, scivola. Come scivolò la stagione 2015/2016 allo Swansea, in Premier League, in cui Eder non realizzò neanche un gol in 13 gare. Poco male, Eder ha già fatto gol nella vita emergendo, ed ha già vinto per aver regalato al suo Portogallo qualcosa per cui nessuno era stato in grado di fare. Neanche chi di gol ne ha fatti 500.


Italia, Campione del mondo, Mondiali 2006

Italia 2006 campione: dove sono gli eroi di Berlino oggi

Sembra ieri. Ieri quando uscivo dal locale del mio paesino per festeggiare insieme ad un'Italia intera. Raramente, forse mai, ho visto scene di totale condivisione. Mai vista gente così unita. Lo so, sarebbe bello che fossimo uniti in altre circostanze pure. Ma nell'attesa di maturare anche lì, godiamo dei rari momenti di unità nazionale. L'Italia campione del mondo a Berlino compie oggi 11 anni. Eventi magici come quello scandiscono in maniera inesorabile il passare del tempo.

Il tempo passa per noi, ma soprattutto per quei campioni lì. Oggi c'è chi allena, chi commenta e chi gioca ancora. La stima per loro sarà eterna, ma eterna non poteva essere la loro carriera. Quindi già da tempo è iniziata la corsa a "cosa fare dopo Berlino".

Ecco cosa fanno i Campioni del Mondo dell'Italia 2006

  • 1 Buffon: portiere e capitano della Juventus
  • 2 Zaccardo: attualmente svincolato, in cerca di un ingaggio in B
  • 3 Grosso: allenatore del Bari
  • 4 De Rossi: centrocampista e capitano della Roma
  • 5 Cannavaro: allenatora in Cina del Tianjin Quanjian.
  • 6 Barzagli: difensore della Juventus
  • 7 Del Piero: opinionista Sky
  • 8 Gattuso: allenatore Milan Primavera
  • 9 Toni: opinionista Mediaset Premium, da poco ex dirigente dell'Hellas Verona
  • 10 Totti: finito il suo contratto con la Roma, deve ancora decidere cosa fare
  • 11 Gilardino: svincolato, cerca una sistemazione, non per forza in A
  • 12 Peruzzi: club manager della Lazio
  • 13 Nesta: allenatore Miami FC
  • 14 Amelia: svincolato, in cerca di un ingaggio
  • 15 Iaquinta: ha preso il patentino di allenatore, ma non sta lasciando tracce
  • 16 Camoranesi: allenatore con diverse esperienze in Messico
  • 17 Barone: vice allenatore del Delhi Dynamos.
  • 18 Inzaghi: allenatore del Venezia
  • 19 Zambrotta: assistente di Fabio Capello al Jiangsu Suning
  • 20 Perrotta,
  • 21 Pirlo:  centrocampista del New York City
  • 22 Oddo: allenatore, di recente al Pescara
  • 23 Materazzi: da poco esonerato dal Chennalyn, in India.

E il ct Marcello Lippi? Dopo aver raggiunto ottimi risultati in Cina con il Guangzhou Evergrande, è passato alla guida tecnica della nazionale cinese. Purtroppo per lui le cose per Russia 2018 si stanno mettendo maluccio, e sarà difficile rivedere Lippi alla guida di una squadra ad un mondiale. E forse, perdonaci Marcello, è meglio così: come CT ad un mondiale di calcio preferiamo ricordarti solo con i colori azzurri.


Paolo Villaggio, partita, Fantozzi

Paolo Villaggio racconta "Fantozzi e il calcio"

La partita di calcio di Fantozzi

"C’è sempre, in ogni agglomerato umano, l’ "organizzatore di sfide calcistiche” (o delle famose tedesche). Mentre godono fama di organizzatori, questi elementi sono in realtà dei criminali pericolosi e la loro monomania porta periodicamente dei padri di famiglia sull'orlo della tomba.

Nella società in cui Fantozzi presta tragicamente servizio da sempre, l’”organizzatore” è Fracchia, ovviamente dell’ufficio Sinistri. Erano due mesi che il cervello malato di quest’ultimo stava perfezionando una sciagurata idea: una sfida calcistica. Aveva cominciato con l’interpellare (o meglio violentare) i colleghi più timidi per metterli in squadra; aveva impiegato lunghe ore di ufficio per varare le due formazioni, aveva prenotato il campo, insomma aveva con la sua mente organizzativa allestito un quasi genocidio preterintenzionale. Per dare allo scontro un pizzico di interesse aveva lanciato un cartello di sfida: scapoli contro ammogliati.

Agli orologi timbratura c’era già da quindici giorni un cartello “spiritosissimo" con le formazioni, due disegni a pastello e l’avviso: “Scapoli contro ammogliati”, ore 6,30 di domenica 24 novembre, al Campaccio. Molti commentarono che le sei e trenta era un’ora un po’ tragica per un giorno festivo, ma si sa, in Italia i campi da gioco sono pochini e la colpa non era certo dell’”organizzazione”.
Gli spogliatoi sembravano gelide catacombe e molti, quando si videro nudi alle 6,30 del mattino a battere i denti in un’umidità tale che Fracchia si trovò una trota sotto il braccio, cominciarono a maledire gli eventi che li avevano getti in quell’avventura.

Alle 7, quando l’arbitro signor Mughini decise di dare ugualmente inizio allo scontro, mancavano ancora quattordici giocatori. C’era, limitato al rettangolo di gioco, un temporale come dai tempi di Noè non si vedeva.

Parlare di scelta del campo in quel pantano terrificante sarebbe stato ridicolo, e si cominciò. Da una parte erano schierati tre ammogliati, dall’altra cinque scapoli. In partite di questo tipo in Svezia, si presentano ventidue giocatori tutti alti, tutti biondi, tutti belli. Questi erano di taglia mediterranea. C’era un giocatore sui 112 chilogrammi alto 99 centimetri. Altri invece erano alti sull’1,90 ma pesavano 23 chili, purtroppo. Abbondavano i calvi, che nelle giornate di pioggia non riescono a colpire la palla di testa perché scivola via. A volta anzi, trattandosi di un vecchio pallone, li scotenna ferocemente quando colpiscono dalla parte della stringatura, che l’usura ha affilato come un rasoio.

Viene incaricato del calcio d’inizio simbolico il Direttore Magistrale Superiore. Questi parte con breve rincorsa e colpisce una grossa pietra scambiandola per la palla e va a pozzanghera ululando tra lo scoramento generale. Poi il fischio d’inizio. Una frazione di secondo e c’è subito uno scontro a otto, si sente un rumore tremendo di tibie e di ossaglia, qualche lamento, degli scricchiolii, e la partita viene interrotta. Arrivano intanto alla spicciolata i giocatori ritardatari. L’arbitro rimette in gioco la palla scodellandola con la mano mentre arriva in ritardo anche Fantozzi."

(Paolo Villaggio, Fantozzi, Rizzoli, 1971)

Ad uomo immenso, ciao Paolo.


Helmut Duckadam

Helmut Duckadam, i baffi, i 4 rigori parati e le ali spezzate.

In questi giorni si è parlato molto di Claudio Bravo, portiere cileno, che nella semifinale di Confederations Cup contro il Portogallo ha parato ben 3 rigori ai lusitani. Mai nessun portiere prese tre rigori consecutivi nelle competizioni Fifa. Ma Claudio Bravo dovrebbe chiedere ai suoi ex tifosi del Barcellona se la sua recente impresa ha portato alla loro memoria una qualche spiacevole reminiscenza. Un salto indietro di 31 anni, e un nome ben preciso: Helmut Duckadam.

La leggenda di Helmut Duckadam

Era la Coppa dei Campioni del 1985/86, e ancora potevamo vedere come la competizione fosse davvero europea. Le semifinali furono Barcellona - Goteborg e Steaua Bucarest - Anderlecht. Spagna, Svezia, Romania e Belgio (erano gli anni in cui squadre belghe arrivavvano in fondo in Europa).  Ultimamente queste nazioni, escludendo chiaramente la Spagna, non hanno manco una rappresentante nella fase a gironi, figuriamoci nelle semifinali del torneo. A conquistare la finale di Siviglia sono i catalani e i romeni. Lo Steaua di Helmut Duckadam.

Il clima in Romania non era proprio al massimo del benessere. Vigeva il regime dittatoriale di Ceausescu, scarseggiava gas ed elettricità. Addirittura per la finale vennero chiuse le frontiere romene, per evitare chissà quale esodi da parte del popolo romeno. Solo mille i tifosi dello Steaua Bucarest, tutta gente vicina al regime. Contro 60.000 tifosi del Barcellona.

La partita è di un equilibrato incredibile: l'estro spagnolo si scontrò contro la sagacia dei romeni, che seppero portare la finale sui binari dei rigori. Lì accaddè qualcosa d'incredibile: il portiere dello Steaua Bucarest, Helmut Duckadam, ben pensò di neutralizzare addirittura quattro calci di rigore dei catalani. I centri dal dischetto di Lacatus (che qualche anno dopo vedemmo a Firenze) e Balint, completarono l'impresa: lo Steaua Bucarest era campione d'EuropaHelmut Duckadam divenne un mito: la stampa italiano l'indomani titolò "Superman esiste ed è romeno". Questo spilungone simpaticissimo, con capigliatura folta e baffoni, divenne subito un'icona. Il Manchester United si mise sulle sue tracce.

Il triste epilogo della carriera di Helmut Duckadam

Solo che la finale di Siviglia fu il suo picco più alto: dopo qualche settimana scomparve da ogni taccuino e da ogni gara. Progressivamente non venne più convocato, finché la sua carriera si spense del tutto, inspiegabilmente. L'eroe di Siviglia verrà ritrovato, qualche anno dopo, a difendere i pali di una squadra di terza serie. Un paio di presenze e poi il ritiro.

Steaua Bucarest, Helmut Duckadam
Steaua Bucarest campione d'Europa 1985/86

Cosa gli successe? E' sempre circolata la versione per cui Helmut Duckadam si fosse opposto alla richiesta del figlio di Ceausescu, il quale chiese espressamente al portiere di consegnargli una Mercedes che gli regalò il Real Madrid, che volle ringraziare il portiere per non aver fatto vincere i rivali del Barcellona. I rumors di allora dicevano che questo rifiuto gli costò tantissimo: gli furono spezzate le mani a suon di bastonate, al punto da non poter più giocare. Solo nel 2007, quasi vent'anni dopo, pubblicamente Helmut Duckadam smentì categoricamente questa versione dei fatti, parlando invece di un grosso problema, una trombosi che stava per compromettergli l'intero braccio.

Ma questa versione, onestamente, vista anche la tardività con cui è stata rivelata, fa un po' acqua da tutte le parti, sembrando più che altro un modo per assicurarsi a lui, e alla sua famiglia, protezione. D'altronde la popolarità di Helmut Duckadam fu una cosa inusuale per la Romania, e probabilmente Ceausescu ne fu anche geloso, visto che nessuno poteva essere superiore al dittatore.

Ridateci la Coppa Campioni, ridateci le semifinaliste provenienti da tutta Europa, ridateci soprattutto Helmut Duckadam e ridate a lui la sua carriera, perchè lui a noi poi avrebbe ridato l'ennesimo pallone bloccato dopo un rigore. In cambio vi avremmo dato Ceausescu e tutte quelle cose che con il calcio, ma più largamente con la giustizia, non hanno nulla a che vedere.


Francesco Totti, Roma

Quando esordì Francesco Totti...

Francesco Totti, giocatore da una vita

Domenica 28 maggio va in scena l'ultima gara di Francesco Totti. Con la maglia della Roma aggiungo. Ho come la sensazione che la carriera del Pupone non si chiuderà con Roma - Genoa, ma che Totti possa ascoltare le sirene transoceaniche, lato America, direzione Miami. Ma avremo tempo per parlare di questo. Per adesso c'è tutta una serie di magoni che gli appassionati di calcio dovranno smaltire. Si, perché con l'addio di Totti (e con quelli prossimi di Pirlo e Buffon), si chiude definitivamente la porta di quel calcio meravigliosamente nostalgico che ha appassionato più generazioni in quel periodo magico che furono gli anni '90.

Negli anni passati gli addii al calcio di giocatori come Baggio, Maldini, Cannavaro, Nesta, Gattuso, Del Piero e Zanetti, hanno creato un solco tra il calcio di ieri e quello di oggi, tra i più nostalgici e i più giovani, ben felici piuttosto di identificarsi nei miti moderni come Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar.

Francesco Totti esordì in Serie A e nella Roma nel marzo del 1993. Ventiquattro anni fa. Una vita fa. Da allora ad oggi sono successe un'infinità di cose, un quarto di secolo di storia.

Cosa succedeva quando Francesco Totti esordì

Nel marzo 1993 non esisteva ancora il rigore di Baggio contro il Brasile e Maradona era ancora un calciatore. Fabrizio De Andrè e Lucio Battisti, Alberto Sordi e Massimo Troisi erano vivi ed erano la massima espressione che si può' raggiungere col talento. La Danimarca era campione d'Europa, e tutti ci fermavamo quando correvano Ayrton Senna e Alberto Tomba, mentre dei giovani Michael Schumacher e Marco Pantani si affacciavano al professionismo.

Nel marzo 1993 Berlusconi era solo un imprenditore, Grillo solo un comico, e non avevamo bisogno di aggiungere il senior quando menzionavamo Bush, visto che quello junior non sapevamo manco esistesse quasi. A Sanremo aveva vinto Enrico Ruggeri con Mistero, mentre tra i giovani una ragazzina di nome Laura Pausini vinceva nella sezione giovani, con La solitudine.

In TV impazzava un programmino di nome Non è la Rai, mentre si intravedevano delle serie neonate come I Simpson e Willy il principe di Bel Air: Friends nemmeno esisteva ancora. Ci sarebbero voluti quasi dieci anni per accogliere capolavori come La vita è bella e Titanic.

Era questa la situazione generale quando il 27 marzo 1993 quel ragazzetto biondo si alzò dalla panchina per entrare in quel Roma - Foggia. Per l'ultima di Francesco Totti ad alzarsi non dovrà essere lui, ma tutti gli sportivi veri ed applaudirlo, ovunque si trovino in quel momento. Se nelle loro vite hanno avuto a che fare col calcio è impossibile non aver incrociato (e apprezzato) quel tizio con quella numero 10 lì.


Juventus Real Madrid, Pedrag Mijatovic

Juventus Real Madrid, 19 anni dopo

La finale di Champions League sarà Juventus Real Madrid. I madrileni potrebbero essere i primi a vincere due Champions League consecutive, mentre la Juventus vuole interrompere un digiuno di ben 21 anni. Sarà la stessa finale che vedemmo nel 1998, quando all'Amsterdam Arena i blancos ebbero la meglio sui piemontesi per 1-0, grazie ad un gol, in offside, del serbo Pedrag Mijatovic.

Juventus Real Madrid, 19 anni dopo

Juventus Real Madrid, 1998, Finale Champions League
Juventus Real Madrid, 1998

Oggi sarà Massimiliano Allegri contro Zinedine Zidane, che allora la giocò quella gara, ma da bianconero. Entrambi hanno conquistato due finali di Champions League, e sono lanciatissimi nel diventare tra i migliori coach al mondo. Allora, invece, c'erano due maestri sulle panchine: Marcello Lippi e Jupp Heynckes

Tantissimi volti noti tra le due squadre, ma anche gente scomparsa dai radar calcistici. Vediamo dove sono i protagonisti che disputarono quel Juventus Real Madrid.

Juventus

  • Angelo Peruzzi: club manager della Lazio.
  • Moreno Torricelli: non ha sfondato come allenatore, ha fatto anche il supervisore di formazioni giovanili.
  • Paolo Montero: allenatore del Rosario Central, in Argentina.
  • Mark Iuliano: qualche discreta esperienza da allenatore tra Pavia e Latina, adesso fermo.
  • Angelo Di Livio: commentatore e opinionista per diverse emittenti tv, radiofoniche e testate giornalistiche.
  • Gianluca Pessotto: team manager Juventus Primavera.
  • Edgar Davids: dal 2013 ricopre l'incarico speciale di portabandiera della Juventus nel mondo.
  • Zinedine Zidane: allenatore del Real Madrid. Buffo, vero?
  • Filippo Inzaghi: allenatore del Venezia.
  • Alessandro Del Piero: dal 2015 opinionista Sky.
  • Alessio Tacchinardi: dal 2014 opinionista Mediaset Premium.
  • Antonio Conte: allenatore del Chelsea.
  • Daniel Fonseca: procuratore sportivo.

 

Real Madrid

  • Bodo Illgner: commentatore per Sky Deutschland e Al Jazeera Sport.
  • Christian Panucci: allenatore, ma al momento senza squadra. Opinionista Sky.
  • Manuel Sanchis: capitano per quell'occasione, totalmente scomparso dia radar calcistici.
  • Fernando Hierro: allenatore del Real Oviedo.
  • Roberto Carlos: diverse esperienze da allenatore tra Russia, Turchia e India. Dal 2016 collabora con la cantera del Real, di cui è ambasciatore del club in Asia.
  • Fernando Redondo: dopo il calcio, l'eccentrico argentino ha fatto perdere le sue tracce.
  • Christian Karembeu: attuale talent scout per l'Arsenal.
  • Clarence Seedorf: non fortunate le sue esperienze da allenatore al Milan e in Cina. La UEFA, nel 2014, lo nomina "Ambasciatore Globale Uefa per la Diversità e il Cambiamento".
  • Raul Gonzalez Blanco:  direttore tecnico del settore giovanile dei New York Cosmos.
  • Fernando Morientes: non fortunato da allenatore, specie agli spagnoli del Fuenlabrada.
  • Pedrag Mijatovic: riapparso dal 2006 al 2009 epr aver fatto il ds al Real Madrid. Da allora sembra si sia allontanato dai riflettori.
  • Jaime Sanchez Fernandez: nessuno si ricorda di questo spagnolo, che entrò a gara in corso, e nessuno sa che fine abbia fatto.
  • Josè Emilio Amavisca: anche l'ex Deportivo sembra essersi fatto da parte dopo il ritiro.
  • Davor Suker: già presidente della federazione calcistica della Croazia e membro della Commissione Calcio dell'Uefa, Davor è vicepresidente della Commissione consultiva Marketin e membro del Comitato Esecutivo UEFA.

Riccardo Maspero, Marcelo Salas, Derby della Mole

Lo scavetto di Riccardo Maspero nel derby della Mole

Correva l'anno 2001, precisamente era metà ottobre quando si svolse un epico derby della Mole. Si giocava al Delle Alpi: era la Juventus di Del Piero, Trezeguet e Nedved. In porta un giovanissimo Buffon. Per i granata i capisaldi erano Cristiano Lucarelli, Ferrante e il capitano Antonino Asta.

Ma il vero protagonista di quella gara fu l'ex Cremonese Riccardo Maspero, un buon fantasista di provincia, tipologia di calciatore che in quegli anni abbondava a iosa. Al 60' la Juventus era avanti di tre gol, dopo la doppietta di Del Piero e il gol di Tudor. Sembra tutto già scritto, ma sappiamo quanto i derby possano esser imprevedibili. Prima Lucarelli e poi Ferrante accorciano le distanze. All'83' addirittura il già citato Maspero la pareggia. E' un tripudio granata per aver agguantato una gara, per giunta un derby, quando non ci si sperava più.

La "furbata" di Riccardo Maspero nel derby della Mole

Ma la cosa che passò alla storia fu altro. All' 87' viene concesso un fallo da rigore per la Juventus. Del Piero era già uscito, lo calcia il cileno Salas. Nel marasma pre rigore, Maspero si avvicina al dischetto e con un paio di colpetti con la punta dello scarpino realizza una piccola, ma decisiva, buca nei pressi della palla. Questo fa si che il pallone puo' essere calciato più "da sotto" e che sia più probabile che la palla schizzi in alto.

Riccardo Maspero, Torino
Riccardo Maspero e la sua buca

Detto fatto, Salas la manda alle stelle: il pomeriggio granata continua ad essere da favola. Così epico che a distanza di 16 anni ancora se ne parla oggi, specialmente prima dei derby tra Juventus e Torino.

Riccardo Maspero, che oggi fa l'allenatore, fu spesso protagonista nei derby, sia quello di Torino che in quello con la Sampdoria contro il Genoa, ma ci tiene a demarcarne le differenze: "Sono due derby molto diversi. Quello della Lanterna è più colorato, folcloristico. A Torino si sente di più l'appartenenza alla maglia. Hai voglia di dimostrare che sei da Toro, che sei degno di questi colori. Vuoi far emergere il tuo valore contro una squadra che, nel bene o nel male, arriva spesso prima dei granata in classifica".


Vratislav Gresko, Inter, 5 maggio

Vratislav Gresko, la sua vita dopo quel 5 maggio

Ci sono giorni che resteranno memorabili per il mondo del calcio: sia se siano positivi che negativi. Se dici 9 luglio tutti pensiamo alla notte di Berlino del 2006, ma se dici 17 luglio pensi al giorno maledetto in cui Baggio steccò il rigore decisivo con il Brasile.

E se dico 5 maggio? Il 5 maggio, quello del 2002, passò alla storia per il modo rocambolesco in cui l'Inter di Ronaldo e Vieri persero sul filo di lana lo scudetto, perdendo contro una Lazio già mentalmente in vacanza. Ricordo dolorosi per gli interisti, di gioia per gli juventini. Ma in quel giorno, in cui salì in cattedra su tutti il ceco Karel Poborski, autore di due dei  quattro gol laziali. Dall'altra faccia della medaglia c'è un nome su tutti, che è stato utilizzato quasi da capro espiatorio per quel giorno disgraziato. parliamo di Vratislav Gresko.

Vratislav Gresko, una carriera segnata

Vratislav Gresko, Inter, 5 maggio
L'errore fatale di Gresko

Fu un suo retropassaggio goffo verso Toldo che spalancò le porte per il pareggio della Lazio, poco prima del fischio dell'intervallo. Quel pareggio, inaspettato, su una situazione tranquilla, mise un'incredibile tensione mista a timore nei giocatori dell'Inter, che nel secondo tempo videro i laziali prevalere su di loro. Finì 4-2 per i romani, e vista la vittoria della Juventus a Udine in contemporanea, la Vecchia Signora si laureò campione d'Italia.

Ovviamente Gresko fu mandato via in estate, e da allora, quasi fosse un tabù, non si nomina più ad Appiano Gentile. Si sono perse le tracce di questo giocatore, allora 25enne, acquistato due anni prima per 14 miliardi di lire dal Bayer Leverkusen. Dopo la sciagurata cessione di Roberto Carlos, nella corsia di sinistra di difesa vi è sempre rimasto un vuoto. Chiedere a Gresko di poter sostituire uno come il brasiliano è stato troppo. ma di certo non ci si aspettavano certe prestazioni.

Le stagioni successive e il ritiro di Gresko

Gresko venne ceduto al Parma, che comunque se ne sbarazzò molto presto a sua volta. Tre stagioni in Inghilterra al Blackburn, per poi tornare in Germania, al Norimberga e poi ancora al Bayer Leverkusen. La sua ultima squadra fu il Prodbezova, squadra del suo paese. Con la Slovacchia collezionò 34 presenze facendo due gol. Ma non era certo la Slovacchia di oggi, di Hamsik e Kucka.

Nel 2015 annunciò il suo ritiro: non ne volle sapere di continuare nel mondo del calcio, e preferì dedicarsi al teatro, aprendo un suo spazio personale in Slovacchia. Forse è un modo per dimenticare le delusioni che il calcio gli ha riservato: non solo con l'Inter, ma Gresko perse scudetti, nonostante i favori dei pronostici, all'ultima giornata sia con il Bayer Leverkusen che all'Inter Bratislava. Toccando ferro, possiamo dire che è un sollievo per i più scaramantici che abbia deciso di intraprendere il teatro a discapito dello sport? Essere scaramantici o no: questo è il problema.


Il Venezia di Recoba, Alvaro Recoba, Venezia

Il Venezia di Recoba, un sogno da ripetere

Se ti parlano di Venezia non è che pensi subito al calcio. Ti tornano in mente i gondolieri con le maglie a strisce, una coppia di innamorati che si specchia nel canale e i bellissimi colori di Burano. Poi se sei uno che il calcio lo mastica h24 e ti menzionano tale città, tu non puoi fare a meno di pensare al Venezia di Recoba.

Il Venezia torna in Serie B dopo 12 anni

Ed ho pensato, con simpatia, a quella squadra quando qualche giorno fa è arrivata la matematica certezza della promozione in Serie B, dopo oltre 10 anni di bassifondi. Artefice di questa promozione è di certo Filippo Inzaghi, vittima al Milan di un ambiente non proprio favorevole per crescere e dimostrare. Ero sicuro delle doti di Inzaghi, e ho applaudito la sua umilissima scelta di partire dal basso, scegliendo stavolta il progetto ala categoria. Si che il Venezia era una bella sfida, ma in un panorama di A e B dove allenano pure persone abbastanza impreparate, con nomi non certo di grido, credo che Pippo avrebbe trovato più che un posto. Da citare ovviamente anche l'imprenditore americano Tacopina che ha investito in Venezia e nella sua rinascita calcistica.

Il Venezia di Recoba, autentico "mostro" della laguna

E chissà se Tacopina ha scelto Venezia perchè fu rimasto attratto da una delle più belle storie di calcio italiano. Quella appunto del Venezia del 1998/99. I lagunari tornarono in quella stagione in Serie A dopo 31 anni di assenza, grazie ad un novello Zamparini alla presidenza, che, coadiuvato dal ds Marotta, allestì una rosa di tutto rispetto. Dal Milan arrivarono Taibi e Maniero, poi qualche buono straniero come Bilica e Tuta, e soprattutto quella squadra godeva di una schiera di gregari esperti come Pavan, Carnasciali, Luppi, De Franceschi, Volpi, Pedone, Iachini, Valtolina, Schwoch. Non a caso diversi di loro hanno intrapreso una rosea carriera in panchina. Eppure l'inizio fu disastroso: il giocare a zona di Novellino non produceva alcun risultato: un punto in cinque gare, addirittura 15 nella sola andata.

Il Venezia di Recoba, Recoba, Venezia
Il Venezia di Recoba

Zamparini non si dimostrò ancora troppo mangia allenatore e bussò alla porta di Moratti per arrivare a quell'uruguagio immalinconito dal poco spazio, poiché davanti aveva soltanto Baggio, Djorkaeff, Pirlo. "Recoba? Bravo si, ma non corre nè si sacrifica, non puo' giocare in provincia". Dicevano questo del Chino. Eppure il suo impatto fu devastante. Dopo aver perso 6-2 a San Siro contro l'Inter, il Venezia di Recoba mostra i muscoli e inanella una serie impressionante di successi, contro squadre più titolate, come Roma, Udinese e Fiorentina. Storica la rimonta ad Empoli, da 2-0 a 2-3, nonostante si fosse in 10.

Ancora più storica divenne Venezia - Bari, autentica gara della svolta. Quella gara purtroppo passò alla storia per il gol vittoria all'ultimo secondo del brasiliano Tuta, che non fu affatto festeggiato dai compagni. Anzi, nel tunnel venne aggredito dagli avversari: apparve chiaro il sospetto della combine, nonostante l'indagine della Procura non rilevò alcunché.

Da gennaio in poi Maniero fece 12 gol, Recoba 11, e il Venezia finì 11°, ad un passo dalla zona europea. A distanza di anni ho difficoltà a trovare un esempio simile di squadra che riesce a sterzare così tanto grazie all'innesto di un singolo a stagione in corso. Fu per il suo essere determinante che a Recoba veniva perdonato il suo essere in ritardo perenne (i compagni per il compleanno gli regalarono un orologio da parete di due metri). Come si gli perdonava il suo essere poco propenso agli allenamenti di fatica: tanto domenica la risolveva lui. Vedasi i primi venti minuti del ritorno di Venezia - Inter. 3-0 in 19', grazie ad un suo gol ed assist.

La fine del Venezia di Recoba: ne arriverà un'altro?

Filippo Inzaghi, Venezia, Venezia di Recoba
Filippo Inzaghi, Venezia

Peccato che quel Venezia venne smantellato: Recoba tornò a Milano, non consapevole che non avrebbe mai ripetuto quegli exploit in Italia, e Novellino non resistette al fascino della chiamata del Napoli. A Venezia arrivarono giocatori come Berg, Bettarini, Nanami. Fu subito B e da allora al Penzo non si rivide più la A.

Oggi si gioisce per la conquista della Serie B, ma secondo me si festeggia anche perchè c'è un progetto abbastanza serio, che ti permette spesso il doppio salto dalla Lega Pro alla Serie A: vedi gli anni passati Frosinone e Carpi, o cosa sta facendo quest'anno la SPAL. E tutti noi che siamo cresciuti tra calcio romantico e incredibili storie di calcio, non vediamo l'ora di sederci su un muretto del canale e fantasticare su chi potrà fare il "Recoba" del nuovo Venezia in Serie A.