Marcelo Zalayeta, Juventus, Barcellona

Marcelo Zalayeta, l'uomo della provvidenza

Il gol che Marcelo Zalayeta fece in quel 22 aprile 2003, nei tempi supplementari al Camp Nou, in termini di circostanze l'ho sempre poi paragonato a quello di Grosso contro la Germania. L'attaccante uruguaiano ha pescato dal cilindro, ad un passo dai rigori, un gran gol che ha permesso la qualificazione alla sua squadra. Proprio come Grosso, Marcelo Zalayeta non era uno dei top player della propria squadra. Quasi l'uomo che arriva dalle retrovie.

Era anche quello un quarto di Champions, Buffon l'unico superstite di quel match di 14 anni fa. Anche se bisognerebbe citare un Luis Enrique capitano nell'occasione. Dopo l'andata a Torino, finita 1 a 1 con gol di Montero e Saviola, i bianconeri si presentano al cospetto di un Camp Nou da brividi. Kluivert contro Del Piero, Thuram contro Puyol, Davids contro Xavi, Riquelme contro Nedved. E' il Barcellona di Antic, contro la Juventus di Lippi.

Juventus Barcellona nel segno di Marcelo Zalayeta

E chi la risolve? Un uruguaiano acquistato per 5 miliardi nel 1997 che aveva stentato alla sua avventura alla Juve e ad Empoli, dove andò in prestito. Un po' meglio a Siviglia, per poi rientrare alla base e fare da 5° punta dietro Del Piero, Trezeguet, Di Vaio e Miccoli. Dopo i gol di Nedved e Xavi, e il rosso a Davids, la Juventus si arrocca in difesa ai supplementari, sperando nella lotteria dei rigori, sempre più vicina. Ma niente da fare: è la Juve dei gregari.

Recuperata palla al limite dell'area, Nedved lancia la palla verso Zalayeta, unica boa davanti, il quale gira la palla di destro sull'accorrente Birindelli. Quest'ultimo chiude il triangolo con Zalayeta mettendo un cross perfetto per l'uruguaiano che sguscia in mezzo tra Puyol e De Boer e la mette dentro. Al 114° minuto. 

E' un tripudio per un ragazzo che non ha avuto una grandissima carriera, ma è sempre stato un gran professionista, mai una parola in più. Anche lui scese in B nel 2006 con Del Piero e compagni. Pochi ricordi positivi di lui, ma proprio perchè giocò poco, ma momenti come quello di Barcellona non si potranno mai dimenticare, e chissà oggi chi sarà il "nuovo Zalayeta".

E oggi cosa fa Marcelo Zalayeta?

Marcelo Zalayeta e l'Uruguay
Marcelo Zalayeta, Uruguay

Il Panteron si è ritirato circa un anno fa dal calcio giocato, chiudendo la carriera al Penarol, in Uruguay, a 36 anni. Ha giocato anche al Napoli, lasciando ottimi ricordi, come li ha lasciato in Turchia al Kayserispor. In Nazionale ha giocato 35 volte, andando a segno 10 volte. Tuttavia un suo penalty sbagliato contro l'Australia al playoff per andare al Mondiale del 2006 ha decretato la sconfitta alla nazionale albiceleste, fallendo l'obiettivo. Da lì si è chiusa la sua avventura in Nazionale.

Ma di certo la sua simpatia non si è mai arrugginita. memorabile la sua conferenza stampa quando annunciò che avrebbe smesso di giocare:

«Mi ritiro. È una mia decisione, nata dopo che mi son reso conto che non sto dando, in questo campionato, ciò che dovrei dare. Ci sto pensando dall’inizio della stagione, non credo di essere un elemento di disturbo per il gruppo ma è una decisione che ho preso da qualche mese. La cosa più bella che mi possa capitare è diventare campione d’Uruguay con il Penarol. Dovrò godermi quest’ultimo anno e intendo farlo dando il mio meglio per la squadra: giocherò al Centenario e sarà la mia ultima Copa Libertadores, tutte cose di cui beneficiare per l’ultima volta.  Un progetto personale? Forse aprirò un chiosco di verdura»


Chievo Verona, Chievo dei miracoli

Il Chievo dei miracoli: cosa fanno oggi tutti i protagonisti

Il Chievo dei miracoli credo sia stato il modo più bello e sorprendente del calcio per festeggiare il nuovo millennio. Chievo, quartiere di Verona di poche migliaia di abitanti, aveva una squadra di calcio che da anni navigava ottimamente in Serie B. Si diceva sempre, soprattutto tra i tifosi dell'Hellas, che quando i mussi, gli asinelli, voleranno allora si vedrà un derby in A con il Chievo. Ed ecco, che il miracolo nella stagione 2000/2001 è avvenuto. Ma quello fu solo il preludio di quel che fu il Chievo dei miracoli.

Quando il piccolo Chievo divenne grande

Mister Delneri guida una banda di giocatori, ai più sconosciuti, che inanella subito una serie ottima di vittorie, anche di prestigio. Tutta la stagione è un tripudio, tant'è che i clivensi finiranno addirittura 5°, ad un punto dal Milan che gli soffò per poco la Champions League, dopo che con gli stessi rossoneri si contesero il primo posto (addirittura) tra ottobre e dicembre. Il 21 aprile fermò sull'2 a 2 l'Inter di Ronaldo, facendole perdere punti preziosi, visto che il 5 maggio successivo passò alla storia per come i nerazzuri videro sfumare per un punto il titolo.

Il Chievo l'anno dopo andò pure in Uefa, incappando in un sorteggio sfavorevole contro la Stella Rossa che li eliminò. Ma il Chievo dei miracoli durò parecchi anni, e non è un caso che alcuni diventarono davvero grandi. Ma adesso dove sono tutti? Ricostruisco quella rosa che fece sognare non solo i 4mila abitanti del quartiere Chievo, ma tutti i paesini italiani di 4mila anime, che eprom una stagione hanno sognato cosa si provasse se il proprio paesino  era primo in Serie A.

Cosa fanno adesso tutti i giocatori di quel Chievo Verona

Cristiano Lupatelli: preparatore portieri primavera Fiorentina

Marco Ambrosio: ha allenato i portieri di Lumezzane e Brescia, poi scomparso dai radar calcistici

Maurizio D'Angelo: attuale vice allenatore di Filippo Inzaghi al Venezia

Lorenzo D'Anna: attuale tecnico della primavera del Chievo

Paolo Foglio: allenatore nelle serie minori

Salvatore Lanna: attuale vice allenatore di David Lopez al Palermo.

Nicola Legrottaglie: attuale vice allenatore di Massimo Rastelli al Cagliari

Moreno Longo: attuale tecnico della Pro Vercelli

Stefano Lorenzi: attuale tecnico dell'Atalanta under 15

Fabio Moro: ha fatto il dirigente al Chievo, senza ottenere rinnovo.

Luca Mezzano. responsabile Allievi '97 del Torino.

Simone Barone: attuale vice allenatore di Gianluca Zambrotta, al Delhy Dynamos (India)

Jonathan Binotto: ha allenato le giovanili al Bologna.

Eugenio Corini: quest'anno lo abbiamo visto coach a Palermo

Daniele Franceschini: allenatore al Martina Franca

Luciano (già Eriberto): tornato in Brasile, dopo il ritiro, gestisce un suo residence a Florianópolis

Simone Perrotta: dopo aver fatto il consigliere federale, ha collaborato anche per un reality sul calcio

Christian Manfredini: Ricopre il ruolo di responsabile formazione all’interno della Roitalia

Andrea Zanchetta: allenatore Inter under 17

Luigi Beghetto:  ha itnrapreso la carriera da direttore sportivo

Bernardo Corradi: commentatore Sky

Federico Cossato: dopo aver appeso gli scarpini ha provato a dilettarsi con il calcio a 5

Ciro Di Cesare: tecnico dell'Under-17 della Salernitana.

Massimo Marazzina: uno dei più importanti di quel Chievo dei miracoli, eppure dopo il ritiro è sparito.

Jason Mayele: concludo con lui, perchè il povero Jason morì in un incdente stradale nel gennaio 2002.

Jason Mayele, Chievo Verona, Chievo dei miracoli
Jason Mayele

Era una squadra incredibile: dalle basette di Lupatelli, con tanto di numero 10, ai futuri campioni del mondo Perrotta e Barone, per poi passare dalla fantomatica storia di Eriberto, poi rivelatosi Luciano, per poi ricordarsi, con un po' di amarezza, di Mayele. La sua scomparsa fu un colpo pesante per la squadra: fu il periodo di rendimento peggiore. E direi anche comprensibilmente. Il Chievo ritirò la sua maglia, la numero 30.

Eppure la cosa che balza all'occhio è come quasi tutti hanno intrapreso, con risultati buoni, la strada dell'allenatore. Quasi a dire che quel Chievo non era una squadra qualunque salita in A, ma un team formato da teste pensanti, che messe insieme non potevano che realizzare il miracolo di inizio millennio, il Chievo.


Edmundo, o'animal

Edmundo e tutte le sue follie

Quando scrivo questo genere di articoli, come questo su Edmundo, parto sempre dal presupposto di parlare magari ad un pubblico un po' troppo giovane per ricordare le gesta del protagonista del mio scritto. E quindi questa cosa fa assumere al racconto dei contorni magici, ai confini tra realtà e immaginazione, perchè spesso si parla di calciatori che fanno cose che oggi sarebbe difficile per chiunque ripetere, di giocatori con un carisma troppo enorme che un calciatore di oggi non potrebbe reggere mai.

La storia di Edmundo, o'Animal

La storia di Edmundo Alves De Souza Neto, ma più semplicemente Edmundo, è una delle più controverse. Attaccante brasiliano, di cui ci si ricorda per i suoi modi rudi: innumerevoli le sue risse. Di gol ne fece oltre 200 tra Brasile, Italia e Giappone, ma se vi dico che ce lo ricordiamo tutti per il suo comportamento, beh, è tutto dire.

Edmundo, o'animal
Edmundo in uno scontro

Soprannominato "O Animal", perchè in un'intervista un giornalista lo definì "l'animale della partita", in quanto spesso era il migliore, grazie alla sua tecnica e alla sua tempra. Eppure la cosa non lo soddisfaceva molto: "Adriano, una persona a cui voglio bene, è diventato l’Imperatore. Fa le stesse cagate che faccio io, anche peggio, eppure è l’Imperatore. E pure Luis Fabiano fa molte cagate ed è diventato Fabuloso, favoloso. E io sarei l’animale…”.

La sua passionalità lo portava ad avere delle reazioni esagitate: quando perdeva diceva che necessitava di ore per metabolizzare. Non parlava alla moglie o ai figli: solo dopo aver smaltito la rabbia. Oppure, come rivelò Nicola Amoruso, attaccante, ex suo compagno di squadra al Napoli, quando Edmundo si chiuse nello spogliatoio a chiave perchè non aveva ricevuto lo stipendio.

A Firenze vivette un periodo buono: con Trapattoni alla guida, si laureò campione d'inverno. peccato che poi a febbraio scappò in Brasile per l'immancabile Carnevale di Rio. Con Malesani le cose non migliorarono: il brasiliano era assolutamente convinto che non lo si faceva giocare per chissà quale complotto.

A Firenze fu protagonista di una scazzottata con un ragazzo della primavera, tale Stefani, reo di avergli fatto fallo da dietro. Sicuramente più simpatico quando in un Vicenza - Fiorentina gli fu lanciato addosso dagli spalti un'arancia e lui in tutta tranquillità la sbucciò e la mangio. Mentre adesso ci ricordiamo solo della banana lanciata (e poi mangiata) a Dani Alves.

La sua esuberanza lo portò spesso fuoristrada: memorabile la querelle con gli animalisti, poichè Edmundo, per il compleanno del figlio, diede da bere whisky ad una scimmia (in quanto aveva affittato un circo come attrazione). Il tutto ovviamente documentato. Alla guida non era certo un lord: ben 219 i punti della patente persi.

Quello che non si sa di Edmundo

Edmundo, o'animal
Edmundo dopo una sconfitta

Ma furono ben altre le cose gravi in cui Edmundo fu invischiato: fu emesso un mandato di cattura nei suoi confronti per essere stato riconosciuto colpevole per la morte di tre persone in un incidente avvenuto a Rio de Janeiro nel 1995. In precedenza, nell'ottobre del 1999, era stato condannato a 4 anni e mezzo di carcere in regime di semilibertà, ma finora è sempre rimasto libero grazie ai continui ricorsi presentati. Nell'incidente del 2 dicembre 1995 morirono tre persone: una ragazza che viaggiava con lui e una coppia in un'auto investita dal fuoristrada del giocatore. Altre tre ragazze, che si trovavano sul mezzo guidato da Edmundo, rimasero ferite gravemente.

Se si puo' pensare che uno come Edmundo sia solo un personaggio legato ai trionfi (vicecampione del mondo e campione d'America con il Brasile) e alla baldoria ci si sbaglia. Il fratello fu ucciso e messo in un bagagliaio, i suoi genitori ne soffrirono molto e morirono poco dopo. Queste sue seguenti parole fanno si che un personaggio come Edmundo mi stia antipatico:

“Sono distrutto ancora oggi. Ho perso mio fratello, ma anche mio padre e mia madre, che si sono ammalati e sono morti pochi anni dopo. Le mie sicurezze se ne sono andate. Non mi riprenderò mai del tutto. Scambierei i miei soldi, la mia carriera, la mia fama, per averli qui con me. Posso solo fare finta di essere felice.".


Rui Costa, Fiorentina

Rui Costa, ci manchi moltissimo

Sarà che negli ultimi giorni sto leggendo Treno di notte per Lisbona di Pascal Mercier, ma ultimamente sto familiarizzando con tutto ciò che è portoghese. E quindi mi viene anche più automatico parlare di un campione davvero d'altri tempi, uno di quelli che avrebbe meritato una fama migliore, più longeva e ricordata nel tempo. Si, perchè Rui Costa è uno di quei giocatori magnifici degli anni 90-2000, che ha avuto solo la sfortuna di vivere la sua carriera calcistica in annate troppo ricche di campioni. Attenzione, campioni, e non talenti.

I talenti a volte si perdono, ogni giorno vediamo come sia facile vederli sbandare di qua e di là, attirati da sirene che sempre meno hanno a che vedere con il calcio. Rui Costa invece era uno di quelli eterni, che non andava mai oltre con le parole. Parole in effetti poche fuori dal campo, ma dentro era quello che metaforicamente serviva su un piatto d'argento la battuta a chi doveva fare la stoccata vincente. Impressionante come in 5 anni di Milan realizzò la bellezza di 65 assist. Si avete letto bene. Ha fatto meno gol rispetto quando era a Firenze, ma il trequartistanon dovrebbe fare questo? E' molto meglio avere un fantasista che sia più bravo e propenso con gli assist, anzichè con i gol. I gol possono farli tutti, ma se in squadra hai uno come Rui Costa vuol dire che in fase di possesso hai infinite possibilità di concludere l'azione.

Chi era Manuel Rui Costa

Rui Costa, ragazzo di Lisbona, già, proprio Lisbona. "Lisbona per molti, forse per tutti, è la luce chiara, distesa su sette colli, il suo quartiere più antico, Alfama, ha la voce di Amalia Rodrigues, ma quando penso a Lisbona, la prima cosa nella mia testa è la Damaia"

Rui Costa, Benfica, Portogallo
Rui Costa al Benfica

Alla Damaia, quartiere modesto della città, il 29 marzo del 1972 vide la luce Rui Manuel Cesar Costa. Un angolo della bellissima città portoghese in cui il tempo sembra fermarsi, in cui tutti si conoscono, in cui la gente umile va da generazioni alla solita piccola bottega di pesce a comprare il baccalà per zuppa del pranzo. E' qui che Rui cresce calciando il pallone, crescendo nel mito del Benfica e della "Cattedrale", lo stadio Da Luz di Lisbona.

E' proprio nel Benfica che sciorina un talento purissimo. Prima visse anni di calcio giovanile fino alla vera e propria esplosione nel mondiale under 20 del 1991, in cui un Portogallo di futuri campioni (Rui, Figo, Paulo Sousa, Joao Pinto tanto per dirne alcuni) vinse la finalissima contro il Brasile ai rigori. Ed indovinate chi tirò il rigore decisivo? Proprio Rui Costa.

Il passaggio di Rui Costa alla Fiorentina

Annate strabilianti che convinceranno la Fiorentina ad accaparrarselo: e pensare che era ad un passo dal Barcellona, come rivela in un bellissimo articolo Davide Bighiani di Eurosport. Rui Costa a Firenze fa una coppia memorabile con Batistuta: la squadra orbita al vertice, partecipa più volte in Champions. Ma come fu quando dovette andar via dal Benfica, anche quando si congedò da Firenze lo fecè per salvare il proprio club dalle cattive acque finanziarie. Indimenticabile la festa che la tifoseria viola gli tributò allo stadio, cosa mai fatta con nessun partente. La cosa acquisisce maggior valore se pensate a come spesso i tifosi viola non si lasciano benissimo con quei giocatori che varcano oltre la riva dell'Arno.

Rui Costa, Milan
Rui Costa al Milan

Rui Costa va al Milan, per 85 miliardi di lire (investimento più caro della storia del Milan). Un Milan pieno di campioni, con la quale vince pure la Champions nel 2003. Nonostante, appunto, l'abbondanza di talenti, Rui Costa non va mai ai margini del progetto. Galliani anzi, rivelò che una volta Kakà in allenamento gli disse "Questo qui è più forte di me", riferendosi al portoghese. Lo stesso ad del Milan disse che in 30 anni di calcio aveva sentito questo genere di affermazioni pochissime volte.

Questo era Rui Costa, un giocatore superiore senza bisogno di doverlo ostentare, un campione che con la sua umiltà ha conquistato anche i tifosi avversari. Mai la ricerca di un ingaggio stellare, mai il tentare chissà quale avventura iperbolica. E da copione nel 2006 rientrò nella sua amata Lisbona, al Benfica, nella quale poi vestì i panni del direttore sportivo, riuscendo a ricavare ingenti somme di denaro per il club, grazie alle cessioni di gente come David Luiz, Ramires e Di Maria.

L'unica macchia è il non essere riuscito a vincere nulla con la nazionale maggiore lusitana: solo un rigore dubbio concesso alla Francia ai supplementari negò a Rui Costa e compagni la gioia della finale di Euro 2000. Eppure non mancavano i momenti felici e queste sue parole descrivono tutto:

"Quante partite fatte sulle spiagge di Carcavelos durante i ritiri in Nazionale. Era il nostro appuntamento fisso. Partitella e poi di corsa a fare il bagno, chi perdeva avrebbe dovuto pagare pegno. Le punizioni potevano essere svariate, anche di non permettere ai malcapitati di turno, di non andare in bagno per una notte intera. Nuno Gomes impazziva per queste cose: scendeva in spiaggia e come al solito per farsi notare si bagnava prima tutti i capelli, e poi cominciava a giocare. Quanti calci che ci siamo dati, quante risate. Con la maggior parte di loro ci conoscevamo da anni. Avevamo fatto tutta la trafila delle nazionali giovanili insieme. Io, Simao, Joao Pinto, Luis Figo, Fernando Couto, Vìtor Baia. Eravamo praticamente come fratelli. Non abbiamo vinto molto, ma era una generazione di fenomeni, cresciuti con le cose semplici della vita. Eravamo spontanei, ci consideravamo i classici ragazzi Portoghesi. Bacalhau, calcio e spiagge di Carcavelos.".

Chapeau.


Francesco Toldo, Italia - Olanda

Italia - Olanda, e pensi subito a Toldo e al cucchiaio di Totti

Stasera amichevole di lusso: Italia - Olanda. Anche se di lusso pare esserci poco, rispetto a quello che la storia ci ha raccontato. L'Olanda, dopo aver toppato clamorosamente l'accesso a Euro 2016, primo europeo a 24 squadre, non passando manco dai playoff, rischia di non andare a Russia 2018. Sabato ha subito una sconfitta inaspettata in Bulgaria, scivolando al 4° posto dietro proprio a Bulgaria, Svezia e Francia. Salta il ct Danny Blind proprio qualche giorno prima dell'amichevole di Amsterdam contro l'Italia.

Cucchiaio, Totti, Italia - Olanda
Il cucchiaio di Totti

Ma non preoccupiamoci dei problemi degli altri. Piuttosto pensi a Italia - Olanda e pensi a quel 29 giugno 2000, quando un'incredibile Italia battè gli orange ai rigori, nella semifinale di Euro2000, giocato in Belgio e, appunto, Olanda.

Sarà per sempre la partita in cui Toldo parò 3 rigori, sarà per sempre la partita in cui Totti fece il suo primo cucchiaio. Da lì, poi, solo imitazioni. Ricordate chi c'era in campo oltre loro due? Ripercorro quel tabellino e vediamo dove sono finiti tutti adesso.

Tutti i protagonisti di quella gara: cosa fanno oggi

Francesco Toldo: consigliere del progetto Inter Campus.

Fabio Cannavaro: tecnico del Tianjin Quanjian, in Cina.

Alessandro Nesta: tecnico del Miami FC,  negli USA.

Mark Iuliano: fino a poco più di un anno fa ex tecnico del latina, in Serie B.

Gianluca Zambrotta: tecnico del Delhi Dynamos, in India.

Paolo Maldini: coproprietario e direttore tecnico del Miami FC, negli Usa.

Gianluca Pessotto: team manager della Juventus primavera.

Demetrio Albertini: ha iniziato la carriera dirigenziale nella FIGC.

Luigi Di Biagio: tecnico Italia under 21.

Stefano Fiore: opinionista televisivo di Mediaset Premium.

Francesco Totti: è sempre lì, alla Roma.

Marco Delvecchio:  commentatore per Sky Sport e Teleradiostereo.

Filippo Inzaghi: tecnico al Venezia, in Lega Pro.

Alessandro Del Piero: opinionista Sky Sport.

Concludo menzionando l'artefice di quella bellissima avventura azzurra, l'allenatore Dino Zoff, che si gode la sua meritata pensione in quel del Friuli.


Zdenek Zeman

Il fascino di Zdenek Zeman in sette punti

Quando qualche giorno fa il Pescara ha annunciato che il sostituito di Massimo Oddo sarebbe stato Zdenek Zeman, moltissimi hanno esternato la medesima perplessità: "Una squadra che prende 11 gol in due partite cambia allenatore prendendo Zeman?".

Eppure tutti smentiti alla prima contro il Genoa: gli abruzzesi hanno ottenuto la prima vittoria sul campo, con il roboante risultato di 5-0. Preferisco tralasciare i miei personalissimi dubbi sul fatto che mi appare molto strano come gli stessi giocatori di 7 giorni fa abbiano fatto una prestazione simile. Faccio finta di niente e mando una carezza a Massimo Oddo.

Preferisco tornare a parlare di Zeman, si, proprio il boemo. Colui che è diventato un allenatore cult, simbolo, per tantissimi motivi. E allora io ho voluto elencare una serie di ragioni per cui Zdenek Zeman non è considerato un allenatore come tutti gli altri.

Perchè Zdenek Zeman è così amato

  • Gioco offensivo spumeggiante: le sue squadre sono sempre state macchine da gol. Una squadra di Zeman poteva fare tranquillamente 3,4,5,6 gol a partita. Memorabili le caterve di reti delle sue Foggia, Lazio, Pescara, Lecce. Autentico esteta del calcio.
  • Scarsissima fase difensiva: diciamo che se una squadra di Zeman poteva fare tranquillamente 3,4,5,6 gol a partita, poteva subirne altrettanti. A Insigne diceva, durante la fase di non possesso, di non rientrare e di pensare solo ad attaccare.
Zemanlandia, Zdenek Zeman
Zemanlandia (fonte Il Fatto Quotidiano)
  • Mai banale: nelle sue dichiarazioni non è mai stato scontato. Di proposito voglio evitare di addentrarmi nelle accuse di abuso di farmaci nel calcio italiano (e nella Juventus nello specifico), ma posso dire oggettivamente che Zeman sia una persona libera, che non dirà mai cose dette perchè è giusto dire quelle cose lì. Tra le tante: «Ho apprezzato la preparazione con cui siamo arrivati in zona gol, si è faticato e abbiamo costruito tutte le occasioni a un metro dalla porta. Però sul 5 0 ci siamo distratti, è umano ma non dovrebbe capitare». Dichiarazioni post Lazio-Fiorentina 8-2.
  • Si è costruito da solo: a Zeman nessuno a mai regalato niente. Lo ricorderemo su panchine importanti come quelle di Lazio, Roma e Napoli, ma fino a 10-15 anni prima le sue squadre erano Cinisi, Bagacilupo e Carini, società palerminate dilettantistiche.
  • Personaggio non solo sportivo: Zeman ha attirato l'attenzione non solo del mondo sportivo. Il suo carisma è stato fonte d'ispirazione per diversi artisti. Venditti gli dedicò la canzone La coscienza di Zeman, mentre nel 2009 esce Zemanlandia, film documentario di Giuseppe Sansonna. Decine le pubblicazioni che hanno Zeman come argomento.
  • Occhio scout: Zeman ha lanciato parecchi giovanotti che negli anni si sono tolti grandi soddisfazioni. Signori, Baiano, Rambaudi, Di Biagio, Nesta, Di Vaio, Nedved, Nocerino, Osvaldo, Vives, Regini, Immobile, Insigne, Verratti, Florenzi, Marquinhos. E chissà che non potremmo aggiungerne altri dopo questa esperienza al Pescara.
  • Non ha mai vinto nulla: tolti un paio di campionati inferiori, Zeman non ha mai vinto nulla. E allora, direte, perchè viene tuttavia incensato? Perchè è unico, nel bene e nel male: insegna ancora calcio, un tipo di calcio che puo' piacere o meno, dentro un contesto in cui tutti sembrano la fotocopia sbiadita dell'altro. Lui è la prova più facile per poter dire che le mani dell'allenatore sono visibili nel gioco di una squadra. Zeman non ha come obiettivo finale la vittoria, seppur importante, ma il gioco della sua squadra, perchè chi viene allo stadio vorrebbe vedere spettacolo e non gioco tattico e spezzettato. Lo scorso hanno andò in finale della Coppa di Svizzera con il suo Lugano. Di fronte lo Zurigo, ultimo in classifica ed oggi militante nella B elvetica. Zdenek era ad un passo piccolissimo dal suo primo trofeo, ma niente da fare. Vinceranno i biancorossi dello Zurigo.

E pazienza se non ha vinto niente lo scorso anno e pazienza se non riuscirà a non salvare il Pescara, ma a volte i perdenti hanno da insegnare più dei vincenti.


Saadi al Gheddafi, il Perugia di Gaucci

Tutti i giocatori esotici del Perugia di Gaucci

Ci fu un periodo, della durata di 7/8 anni, in cui c'era una squadra che stupiva tantissimo: era il Perugia di Gaucci, e che peccato per chi non riuscì a viverlo. Cosa aveva di speciale? Spesso passarono di lì giocatori (sopratutto italiani) provenienti da serie minori, sconosciuti ai più. Fu lì che si presentarono al grande pubblico gente come Grosso, Liverani, Materazzi, Ze Maria, Nakata e Miccoli ad esempio, con in panchina un esordiente Serse Cosmi.

Ma se, nonostante questi nomi ormai blasonati, si chiama Perugia di Gaucci un motivo ci sarà. Luciano Gaucci è una persona vulcanica, sempre oltre le righe, ma buonissima. Memorabili le sue esternazioni ai vari processi del lunedì da Biscardi. Fu il primo e unico presidente ad affidare una squadra di calcio maschile ad una donna: nel 1999 ingaggiò Carolina Morace, come allenatrice della Viterbese (club satellite). Ma a mio avviso l'apice si raggiunse quando tesserò per una gara il Trio Medusa, allora semplici inviati del programma Le Iene!

Ma la mia attenzione oggi è rivolta a tutta quella schiera di giocatori stranieri, provenienti da Paesi in cui il calcio non è proprio la prima cosa che ti passa per la testa. Tutti giocatori sconosciuti, di cui poi solo pochissimi ebbero un futuro roseo. Altri caddero nel dimenticatoio. Ma un vero appassionato di calcio non puo' dimenticare cosa era diventata quella squadra umbra.

Ecco tutti gli strani protagonisti del Perugia di Gaucci:

Ahn, Perugia di Gaucci
Ahn, Perugia
  • Ahn Jung-Hwan: primo coreano a giocare in Italia, Ahn non si rivelò poi così un pacco internazionale. Era un ordinato centrocampista d'inserimento, all'occorrenza anche rifinitore. Peccato che la sua esperienza a Perugia finì perchè fece un gol, con la sua Corea del Sud, all'Italia, ai Mondiali 2002. ve l'abbiamo già detto quanto Gaucci fosse stato un presidente sui generis.
  • Jay Bothroyd: dicono che sto ragazzino, scuola Arsenal, sia davvero bravo. D'altronde veniva da una bella stagione a Coventry. E possiamo dire che questo inglesino, attaccante molto agile, soprannominato "The Snake" per la capacità di liberarsi facilmente, fece bene a Perugia. Ma durò sei mesi: troppa nostalgia di casa. Oggi, dopo aver girovagato le serie minori, ma anche la Premier inglese, gioca in Giappone.
  • Ferdinand Coly: messo in luce ai mondiali del 2002 con il suo Senegal, questo onesto difensore di fascia si guadagnò la stima degli addetti ai lavori. Giocò due anni a Perugia, prima poi di andare al Parma.
  • Nicolas Cordova: fu grazie a Gaucci che questo talentuoso fantasista cileno sbarcò in Italia. Collezionò poche presenze con gli umbri, ma da lì iniziò il suo tour in Italia, dove giocò per ben 8 squadre diverse (anche a Parma), prima di ritirarsi.
  • Traianos Dellas: la storia perugina del difensore greco fu uno dei misteri di quel Perugia. Pilastro arcigno della sua nazionale, si mise in mostra anche in Umbria. Le prime 8 gare davvero di valore. Poi entrò in collisione con la società per accordi contrattuali, e continuò a vedersi le gare dalla tribuna vip del Curi. La stagione successiva passò alla Roma, in cui visse le stagioni migliori e il fantastico europeo del 2004, vinto dalla Grecia.
  • Souleymane Diamoutene: il difensore maliano fu una rivelazione. Giocatore dotato di gran fisico e senso della posizione. Durò un solo anno a Perugia, per approdare in altri lidi importanti come la Roma.
  • Guilherme Raymundo do Prado: centrocampista eclettico di velocità, arriva dalla società satellite di allora, il Catania di Riccardo Gaucci e si dimostra subito un buon giocatore. Alcuni importanti infortuni ne hanno destabilizzato l'ascesa,ma ebbe comunque in futuro modo di giocare con Fiorentina, Southampton e Chicago Fire.
Saadi Gheddafi, il Perugia di Gaucci
Saadi Gheddafi (fonte sportmediaset.it
  • Juan Carlos Docabo: era moda già avviata nel Perugia di Gaucci cercare portieri in giro per il mondo, modo poi, purtroppo, assai copiata dai team odierni. Il risultato spesso è che arriva un portiere argentino, finalmente alla sua fatidica occasione in Europa, fa 4 stagione tra Perugia e Viterbese, e realizza sole 4 presenze. C'è qualcosa che non quadra.


  • Saadi Gheddafi: questa è in assoluto la ciliegina sulla torta. Ingaggiare il figlio del comandante libico Gheddafi. Oltre ad essere uomo di peso, fu anche presidente della federazione libica. Fu anche capitano, ma singolare fu che, quando il ct era Franco Scoglio, Gheddafi non venisse mai convocato. Il tecnico di Lipari si definì più forte di ogni ricatto. Poteva mancare questo elemento alla collezione di Luciano Gaucci? Tuttavia a Perugia giocò solo una gara (divenendo il primo giocatore libico in Italia di sempre), contro la Juventus, di cui è tifoso, e allora pure socio. Assurdo che poi venne sospeso perchè risultante positivo all'antidoping dopo un perugia Reggina, passato peraltro in panchina. Inspiegabilmente poi fu ingaggiato pure da Udinese e Sampdoria.
  • Pablo Horacio Guiñazú: il Perugia prese pure un centrocampista, soprannominato Cholo. Magari fosse Simeone. E invece Guiñazú era discreto mestierante di metà campo, ma che portò in dote una serie di beghe immense burocratiche legate al trasfe. Cosa che fece culminare la fine della sua (magra) esperienza umbra.
  • Hilàrio: per 4 anni gioco al Curi un portoghese nato in Corsica. Identikit perfetto per questo Perugia camaleontico. Anche lui non convinse. Solo una trentina di presenza, prima di tornare a vagare nelle serie inferiori lusitane e di vivere un'esperienza, anch'essa fugace, alla Sambenedettese.
  • Ivan Kaviedes: l'attaccante ecuadoregno è uno dei colpi più ad effetto del Perugia di Gaucci. Nel 98 realizzò nell'Emelec (una delle migliori squadre ecuadoregne) 43 gol nel solo campionato. Fu il giocatore a far più gol a livello di un singolo torneo nazionale del 1998. Gli umbri drizzano le orecchie e fiutano il colpo. Solo 14 presenze e 3 gol e un ambientamento mai arrivato. Dopo un litigio con Ze Maria fu allontanato dal ritiro e lui per dispetto andò in Sudamerica a farsi le vacanze! Cambiò maglia altre 20 volte. Ancora oggi, a 39 anni suonati, gonfia la rete. Si, ma in Ecuador.
  • Aleksandar Kocić: portiere iugoslavo (si, nel 1996 calcisticamente esisteva la Jugoslavia), approdò a Perugia nel 96, disputando una ventina di partite. Successivamente fu prestato all'Empoli, dopo però, per via dell'infortunio al menisco e e della conseguente esplosione di Roccati, rimase ai margini della squadra e tornò in Jugoslavia. Senza passare da Perugia.
  • Mika "Bana" Lehkosuo: nel '99 arrivò pure un finlandese a centrocampo. Lui è l'esempio perfetto che porto quando dico che in Finlandia, storicamente, sono pochissimi i giocatori che vengono alla ribalta. Litmanen sembra più un miraggio che una storia vera. Ma tornando a Lehkosuo, furono solo una decina le presenze, prima di tornare al suo amore più grande HJK di Helsinki, squadra di cui oggi è tecnico.
  • Massimo Lombardo: nome italianissimo, ma lui era uno svizzero doc. Proprio perchè gioco solo in Svizzera...e a Perugia. Se parli di un centrocampista di nome Lombardo di quegli anni, tutti pensano al buon Attilio. Eppure ci fu anche un Massimo. Non si puo' definire invece proprio il massimo la sua esperienza coi biancorossi: una ventina di gare, qualche gol e.... a casa.
  • Kōnstantinos Loumpoutīs: qui si è cercato di ripetere l'operazione Dellas, ma con fortuna diversa. Questo difensore greco non riuscì, nonostante si provò a più riprese, a convincere i tecnici umbri, rimanendo sempre tra le secondo linee. Niente da fare: la sua carriera proseguì tra Olanda, Cipro e Greci
  • Christian Obodo: il nigeriano fu una delle più belle scoperte di quella squadra. Centrocampista instancabile, recuperapalloni prezioso. Oltre 60 gare a Perugia, prima di girovagare tra Fiorentina, Udinese e Torino.
  • Milan Rapajc: l'esperienza dell'attaccante croato in seno alla squadra umbra si è rivelata tuttavia positiva. Il cognome già in un certo senso anticipava le caratteristiche, da rapace d'area, del giocatore. 4 stagioni in cui realizzò venti gol: il più famoso quello nel 1996/1997, in cui realizzò l'1-1 definitivo contro il Napoli, grazie ad una sua schiacciata pallavolista. All'arbitro Nicchi disse che aveva segnato col mento: non ho mai capito come ci ha potuto credere il direttore di gara: anche in un'ottica prettamente fisica. Leggendario il voto che gli tributò la Gazzetta il giorno dopo: 1.
  • Rahman Rezaei: poteva mancare il giocatore iraniano?  Rezaei si disimpegnò bene nella difesa degli umbri, spazzando via ogni critica e pregiudizio, essendo anche freddo nell'area avversaria. Due stagioni per lui, poi Messina e Livorno, e infine il rientro in Iran. Da idolo.
Zisis Vryzas, il Perugia di Gaucci
Zisis Vryzas (fonte calciomercato.com)
  • Hector Tapia: di questo cileno si diceva che spaccava le porte. Abbagliati dagli splendidi Salas e Zamorano, il Perugia di Gaucci non si fece mancare neanche il bomber cileno. Caterve di gol solo in Cile, al Curi solo 4 gare e rientro in Sudamerica. Realizzò solo qualche gol, anni dopo, con il Lille e con il Thun, ma anche quelle esperienze europee furono un flop.
  • Zisis Vryzas: l'attaccante greco forse risulterà il migliore di questa carrellata. Dopo aver fatto molti gol in patria, a Perugia si esprime su buoni livelli, facendo ben 25 gol in tre stagioni. Le sue buone prestazioni gli valsero ingaggi con Fiorentina e Torino. Ma la perla è aver vinto gli Europei del 2004, da protagonista, con la sua Grecia. E a Perugia, complice anche la brutta figura di quell'Italia, si tifava per la nazionale ellenica.

 

All'appello risultano anche altri giocatori, alcuni anche senza presenze: il paraguayano Paulo da Silva Barrios, il norvegese Petter Rudi, lo spagnolo Daniel García Duque (noto semplicemente come Dani), il cinese Ma Mingyu (primo e unico della storia del calcio italiano), gli argentini Carlos Arano, Felix Benito, Juan Turchi e Claudio Martin Paris, i belgi  Denis André Dasoul, Rapahel Galeri, Fabian Michel Jacquemin e Donovan Maury (presi tutti e quattro nel 2001/2002, quasi fossero in offerta), i greci Vaggelis Nastos e Dīmītrīs Nalitzīs, addirittura il trinidadense Silvio Reinaldo Spann, il bosniaco Zlatan Muslimovic ( acquistato quasi fosse una questione di nome), l'altro iraniano Ali Samereh, i brasiliani Fabiano Lima Rodrigues, Muller e Tiago Calvano, i romeni Paul Codrea, Adrian Nalati e il marocchino Jamal Alioui.

FaFabio Gatti, Perugia di Gaucci
Fabio Gatti, con la maglia n° 44 (fonte goal.com)

Per chi ricorda tutto questo, per chi ricorda tutti i bei piazzamenti di quelle squadre, per chi ricorda anche la vittoria dell'Intertoto (sapete cosa è l'Intertoto, no?), e conseguente accesso degli umbri in Coppa Uefa, vedere poi oggi un Perugia così ardito in Serie B, quasi a solleticare sogni da A, è un piacevole conforto. Niente però sarà mai come il Perugia di Gaucci: possono nascere anche squadre più forti, ma mai sarà colorito come quel Perugia. Il Perugia di Gaucci.


Il disastro del Lužniki, Mosca

Il disastro del Lužniki di Mosca, 34 anni dopo

Oggi ricorre l'anniversario di una delle tragedie più grandi in ambito sportivo degli ultimi decenni. Era il 20 ottobre 1982 quando si consumò il cosiddetto disastro di Lužniki, durante  un normalissimo sedicesimo di finale della rimpianta Coppa Uefa. A Mosca, allo stadio Lužniki si sfidano lo Spartak Mosca e l'Haarlem, formazione olandese che oggi neanche esiste più, essendosi sciolta nel 2010.

Che cos'è il disastro del Lužniki di Mosca

Capite benissimo che è una partita normalissima, dentro un autunno che scoppietta già i rigori del freddo. I sovietici erano in vantaggio per 1-0 fino agli ultimi sgoccioli di gara. Parecchi tifosi (in una gara, peraltro, con pochi spettatori) iniziarono a imboccare l'uscita. Misteriosamente tutte le vie d'uscita erano chiuse: una sola, quella percorsa da tutti, era la via per uscire dallo stadio. Il calcio, che a volte sa essere perfido, prepara uno scherzetto mica male: all'88° lo Spartak raddoppiò con un gol di Sergej Švecov, e alcuni tifosi decisero di tornare indietro. Si creò un vero ingorgo di confusione, il classico gente che entra, gente che esce. Questo fu quello che fu riportato in via ufficiale: quello invece che si sa è che la polizia impedì il rientro sugli spalti. Questo sovraffollamento causò il crollo delle scale, in cui morirono 66 persone, e 61 altre rimasero ferite. Secondo la stampa i morti furono 360.

Il motivo di tutta questa incongruenza fu dovuta al fatto che le autorità russe provarono subito a nascondere la vicenda. I giornali sovietici nei giorni successivi parlarono solo di alcuni incidenti tra gli spettatori, minimizzando i fatti. Per non parlare della magistratura, che invece preparò un'indagine farlocca; vennero date versioni diverse da quelle realmente accadute e quando i testimoni cercarono di raccontare la verità vennero subito interrotti..

Le indagini e gli insabbiamenti della vicenda

Emblematico in tal senso l'epilogo subito da Yuri Panchikhin, custode da qualche anno al Lužniki, che, non solo cercò di salvare diverse vite, ma fu ritenuto colpevole e condannato a 3 anni e scontò 18 mesi (metà della pena) ai lavori forzati l'8 febbraio 1983. Particolare importante: questo dopo che fu per giunta costretto a raccontare una versione distorta degli accadimenti.

Monumento alle vittime  del disastro del Lužniki di Mosca
Monumento alle vittime (fonte thefootballstadiums.com)

Passarono anni prima che la stampa russa ne parlò e che i familiari poterono scrivere sulle lapidi morto in un incidente allo stadio Luzniki. Come solo dopo anni fu eretto un monumento sul luogo del disastro. Il 20 ottobre 2007, 25 anni dopo, si disputò un memoriale tra gli ex giocatori delle due squadre finito 2-2, ma ancora oggi le autorità russe non hanno chiesto scusa per il modo in cui si verificò quella strage e per il modo con cui venne condotta l'inchiesta penale. Infatti tutte le carte che potevano far capire cosa fosse successo davvero, e con che portata, furono distrutte. Come furono distrutti i documenti di autorità e ospedali: molti dei tifosi morti, nei loro certificati di morte riportano un’altra causa e un altro luogo di decesso.

Ma la cosa che mi lascia sbalordito è ciò che accadde ai giocatori dell'Harleem: il capitano,  Martin Haar, disse che appena finì la gara, i giocatori furono costretti dalla polizia a lasciare lo spogliatoio. Senza dir loro perchè. Il portiere Edward Metgod aggiunse che, uscendo dallo stadio, videro numerose ambulanze e auto della polizia, credendo fosse successo qualcosa di grave in città. Soltanto quando rientrarono in Olanda vennero a conoscenza di cosa realmente accadde. D'altronde, non era l'epoca di Facebook, Twitter, telecamere ovunque e quant'altro ti informa ogni secondo cosa è appena avvenuto il secondo prima.

E poteva succedere che una gara di Coppa Uefa di 34 anni fa, giocata in quelle condizioni, (basta guardare questo video per capire) potesse nascondere un fardello cupo così grosso, senza dover spiegare al mondo intero cosa effettivamente accadde. E chissà quante volte Sergej Švecov, autore di quel maledetto gol di testa, si sarà detto "era meglio non saltare.".


Juventus Inter

I 5 Juventus Inter più memorabili della storia

Sabato arriva Juventus Inter, definito il derby d'Italia per eccellenza, in virtù del fatto che, fino al 2006, erano le uniche due squadre ad aver giocato sempre in serie A. Oggi si è un pochino perso l'agonismo degli ultimi anni, anche per via di una differenza tecnica, che comunque la dirigenza meneghina sta cercando di rosicchiare.

Nonostante ciò non ho dubbi che sarà una gara spettacolare: Icardi contro Higuain, Candreva contro Dybala, Banega contro Pjanic. Voglio, forte dei miei 28 anni, riportare alla memoria almeno 5 Juventus Inter, ripescando negli ultimi 20 anni di storia calcistica. Ce ne sono di tutti i tipi, ne sono successe di tutti i colori.

I migliori Juventus Inter in ordine cronologico

  • Inter Juventus 1-0, 4 gennaio 1998: ricordo benissimo quella gara. In campo una serie incredibile di campioni. Ronaldo, Del Piero, Simeone, Zidane, Djorkaeff, Inzaghi. Di questi è il francese a deciderla dopo una serpentina maestosa di Ronaldo. Entrambe, paradossalmente disputarono una delle migliori gare di quell'annata. E credetemi, come quella partita non ho mai visto tante altre gare così dure. Quando giocano gente come Iuliano, Davids, Montero, Simeone e Cauet non puo' che essere così.

https://www.youtube.com/watch?v=QwSRCDwrE9U

  • Juventus Inter 1-0, 26 aprile 1998: è il ritorno della gara sopracitata. Questa però la ricorderanno davvero tutti. Si decideva una grande fetta di scudetto. Nel primo tempo fece gol Del Piero, ma è nella ripresa che si scatenò un pandemonio. Iuliano atterra Ronaldo, ma l'arbitro Ceccarini non assegna il rigore, dato subito dopo alla Juventus (poi fallito) nel ribaltone successivo. Ad oggi è una delle ferite più grandi dei cuori nerazzurri. L'unica volta in cui vidì il Fenomeno fuori di testa: ormai leggendario il suo "siete fuori di testa" detto al barelliere juventino.

[youtube youtubeurl="https://www.youtube.com/watch?v=6AHMxXNRaxo" ][/youtube]

  • Inter Juventus 1-1, 19 ottobre 2002: è uno dei derby d'Italia più belli di sempre. Sono così forti, Inter e Juventus, che queste due squadre saranno tra le 4 semifinaliste di quell'annata di Champions League, al pari di Real Madrid e Milan. Ci sono sempre Zanetti e Del Piero. Ci sono Buffon e Nedved, ci sono Recoba e Vieri.  Dopo una gara tirata per i capelli, con continui capovolgimenti, all'88' Camoranesi viene agganciato da Coco. Collina fischia il rigore che Del Piero trasforma. Tutto finito? Macchè! Al 95' sugli sviluppi di un calcio d'angolo addirittura Toldo mise la palla dentro per il definitivo pareggio. Gli annali attribuiranno il confuso gol a  Vieri, ma più di un dubbio è venuto a tutti. Inutili le proteste juventine per una presunta carica: è pareggio.

[youtube youtubeurl="https://www.youtube.com/watch?v=2Wk0l9yPbjY" ][/youtube]

  • Inter Juventus 1-2, 12 febbraio 2006: in panchina Mancini e Capello. In campo, oltre alle colonne storiche delle due squadre, la classe di Vieira e Figo, la potenza Adriano e Ibrahimovic. Proprio lo svedese sbloccò la gara, subito dopo Samuel rimise in pari i conti. Poi è all'83esimo che Alessandro Del Piero realizzò una delle punizioni più belle (e importanti) della sua carriera. Palla sotto il sette e si esulta con la linguaccia. La prima di una lunga serie.

[youtube youtubeurl="https://www.youtube.com/watch?v=jOsNrDWEGfA" ][/youtube]

  • Juventus Inter 1-3, 3 novembre 2012: esce fuori la gara che non ti aspetti. Juve avanti con un gol di Vidal (viziato da fuorigioco), I bianconeri chiudono il primo tempo avanti. Finita? Ma anche no. Milito due volte e Palacio castigano Buffon e soprattutto lo Juventus Stadium: dopo 49 gare per la prima volta una squadra ha espugnato quel campo. E' il capolavoro di Stramaccioni.

[youtube youtubeurl="https://www.youtube.com/watch?v=IN99HAtXYmk" ][/youtube]

 


Gaetano Scirea, Italia

Se Gaetano Scirea fosse ancora fra noi

Io non avevo neanche due anni quando Gaetano Scirea morì in un incidente stradale in Polonia. Esattamente 27 anni fa. Per il calcio italiano, ma anche internazionale, fu una perdita abnorme.

Non era soltanto un difensore di altissimo livello, che con Juventus e Italia vinse tutto, ma era soprattutto un grandissimo uomo fuori dal campo. L'eleganza con cui riusciva a fermare un avversario, oltre il rettangolo verde si trasformava in dolcezza e dignità fra la gente.

In un periodo in cui dagli anni 80-90' il calcio è andato incontro verso un lento, ma progressivo, declino, una guida come Gaetano Scirea sarebbe giovata a tutti. Ma non mi piace stilare il solito coccodrillo che si compie quando si incappa nell'anniversario di morte di qualcuno. Voglio un attimo fantasticare con voi su come sarebbe potuta proseguire la sua vita.

Gaetano Scirea, elegante fuori e dentro al campo

Aveva da poco smesso i panni del giocatore ed era vice allenatore della Juventus. Me lo immagino allenatore della stessa nel giro di 2-3 anni, complice anche le annate non proprio favolose che ne sarebbero conseguite. Furono gli anni dei trionfi di Napoli, Inter, Sampdoria e Milan. Alla Juve non si vedeva un gioco così pessimo da moltissimi anni. Quindi facile immaginarlo su quella panchina per salvare il salvabile. E poi? E poi chissà se avesse preferito entrare in dirigenza o continuare ad allenare: magari avrebbe fatto bene e avremmo visto Scirea allenare Maradona o Van Basten.

Gaetano Scirea, Juventus
Scirea (fonte tifosibianconeri.com)

Ma non sottovalutiamo il suo feeling con l'azzurro: visto il suo essere allenatore in campo, di certo negli anni la federazione italiana avrebbe affidato a Gaetano Scirea la panchina azzurra: e se nel 2006 ci fosse stato lui sulla panchina ai mondiali? Sarebbe stato l'unico italiano a vincere la Coppa del Mondo da allenatore e da giocatore.

Ma non mi dilungo oltre, perchè magari dopo aver fatto il vice allenatore nella Juventus avrebbe preferito stare un po' lontano dal calcio, un po' come Baggio, e pensarlo, comunque di rado, nei parterre delle trasmissioni sportive, a non essere mai attaccato da nessuno, nemmeno dall'anti juventino più esagitato, per via della sua signorilità.

Oppure, pensavo, visto che abbiamo avuto i vari Dossena, Cabrini, Tardelli e tanti altri della banda del '82, me lo immagino come commentatore sportivo accanto a Bruno Pizzul a spiegare a casa i movimenti della difesa senza far confondere con improbabili termini chi ascoltava.

In italia si dice spesso che chi muore è sempre considerato il migliore, troppo buono, il quasi perfetto, senza che la cosa corrisponda esattamente al vero. Ma con Gaetano Scirea mi sento di farla un'eccezione, perchè quando chiedo a qualcuno che lo ha vissuto "A chi possiamo paragonare Gaetano Scirea?" mi rispondono tutti unanimamente "A......Gaetano Scirea".