Campioni d'inverno, Batistuta

La storia dei campioni d'inverno della Serie A

Essere campioni d'inverno è una di quelle cose che non viene mai considerata come un dato di valore. Sia perchè il girone di ritorno può sempre ribaltare ogni posizione, sia perchè quando eravamo piccoli non capivamo se il titolo di campioni d'inverno venisse assegnato dopo la gara prenatalizia oppure a fine girone d'andata. Per molti, invece ha un valore non da poco: si dice spesso che chi vince il titolo di campione d'inverno si ritroverà con lo scudetto cucito sul petto a fine stagione. Ma la storia dei campioni d'inverno cosa dice?

Tutti i campioni d'inverno della Serie A

La squadra che ha più titolo di campione d'inverno è la Juventus, con ben 30 stagioni in cui si è trovata in testa alla fine del girone d'andata. Inseguono le milanesi, Milan ed Inter, entrambe a 17. Decisamente più staccate le inseguitrici. La Roma si ferma a 6 titoli, mentre a quota cinque troviamo Napoli, Bologna e Fiorentina. A quota 3 troviamo il Torino, mentre Lazio e Cagliari sono state due volte campioni d'inverno. Con un solo girone d'andata vinto troviamo le sorprendenti Verona, Livorno e Liguria. Quest'ultima riuscì nella stagione 1938/39 ad essere campione d'inverno a pari punto con i felsinei del Bologna.

Furono Juventus ed Inter ad aver finto più titoli di campioni d'inverno consecutivamente. I bianconeri ci riuscirono nei quadrienni 1975-78 e 2012-2015, mentre i nerazzurri ci riuscirono nell'epoca post Calciopoli, a cavallo degli anni 2007 e 2010. Milan e Bologna ci riuscirono tre volte, mentre desta scalpore che il Cagliari, che vinse solo due volte il titolo di campione d'inverno, si fregiò di tale titolo due volte nel giro di due soli anni: 1969 e 1970.

Quando essere campioni d'inverno non bastò per lo scudetto

Vi furono diversi casi in cui il vincitore del girone d'andata non riuscì poi a confermarsi a fine torneo. Addirittura nel 1935/36 fu la Juventus a vincere il titolo d'inverno, per poi finire addirittura 5°, vedendo poi il Bologna laurearsi campione d'Italia. Fu l'unico caso in cui la vincente del girone d'andata non finì la stagione sul podio. Il 67% delle volte in cui una squadra vinse il titolo temporaneo, poi vinse anche lo Scudetto.

Diversi i casi in cui i duelli furono combattutissimi. Basti pensare al 1980/81, quando Juventus e Roma duellarono per tutta la stagione per poi vedere la Juventus vincere di un punto, grazie anche al famoso gol di Turone annullato alla Roma nello scontro diretto contro i bianconeri. Oppure basterà ricordare il 2015/16 quando il Napoli, campione d'inverno, non riuscì a contenere la rimonta della Juventus, culminata nello scontro diretto a Torino, deciso da un gol di Zaza a 5 minuti dal termine.

Come vedete, essere campioni d'inverno può voler significare tutto, può voler significare niente. Dipende solo se si crede alla cabala o meno.


Tifoserie Argentine, Argentina, Barras

Cosa c'è dietro le tifoserie argentine?

A volte, quando diciamo che la violenza nel calcio italiano è un fenomeno troppo grande e pesante, ignoriamo quello che accade nel calcio argentino. È chiaro che non si tratta di sminuire le violenze minori (sempre violenze sono, e tali sono da condannare), ma il quadro delle tifoserie argentine è parecchio oscuro. Non si tratta di semplici tifoserie poco mansuete, o di ultras di stampo violento. Qui abbiamo di fronte il fenomeno delle barras bravas, autentiche organizzazioni che influenzano pesantemente il calcio in Argentina.

Che cosa sono le barras bravas?

Le barras bravas sono delle bande formate da un gruppo molto eterogeneo: non ci sono restrizioni legate ad età o alla classe sociale a cui si appartiene. Essi sono tutti legati da un comune denominatore: l'appartanenza al barrio, ovvero al quartiere di provenienza, il quale non solo va difeso, ma va anche reso, agli occhi dei rivali, il più potente possibile. Le partite sono solo un'occasione, il calcio un mero pretesto, per prendere di mira i tifosi avversari, appartenenti ad altri quartiere. Ecco perchè spesso i derby sono i match più infuocati in Argentina.

I leader di queste band sono tutti rispettati in maniera enorme nella società argentina. Sempre più ragazzi vorrebbero impersonare questo ruolo da grande, vista la celebrità che ne ricevono. Questo avviene anche per via della connivenza tra queste tifoserie argentine e le istituzioni. Esse lasciano impunite queste bande, dentro e fuori dallo stadio, visto il palese grado di corruzione in Argentina. Ma perchè la politica appoggia queste bande? Perché queste bande possono essere utili quando devono reprimere i dissensi manifestati in piazza dai sindacati, oltre che per un mero tornaconto elettorale. Il più classico degli scambi di favore.

Cosa possono fare queste tifoserie argentine?

Mi verrebbe da rispondere: tutto. Alcuni si permettono di fare anche da bodyguard ai calciatori, oltre ad usare lo stadio come se fosse una proprietà personale, sfruttandone i servizi o accedendo alla sala trofei come se fosse normale. Le curve sono diventate autentiche zone franche, in cui queste bande esercitano spaccio di droga, estorsione, bagarinaggio e il business dei parcheggi, oltre all'immancabile incarico di occuparsi del cibo e delle bevande.

Essendo spesso soci delle società, essi interferiscono, oltrepassando tuttavia i limiti, nelle scelte del club. Ecco vederli intervenire sul calciomercato della squadra, favorendo acquisti o cessioni (vedi Gonzalo Higuain al Real Madrid) con un sole fine, che non è quello del rafforzare la squadra. Lo scopo delle barras bravas è solo quello di sfare soldi. punto e basta. Chi si mette in mezzo ne può pagare le conseguenze. Basta chiedere al presidente dell'Independiente, Javier Cantero, che voleva liberarsi di questa parte della tifoseria, che rischiò tantissimo per la sua vita. Oppure chiedere a Juan Ignacio Mercier, giocatore del San Lorenzo che venne colpito alla nuca mentre si stava dirigendo verso la propria auto. Quale era la sua colpa? Rifiutarsi di consegnare al capo della barra la sua maglietta.

Nascita ed evoluzione delle barras bravas

nacquero negli anni 50 e il loro scopo non aveva uno stampo violento: era davvero nato tutto con l'idea di supportare la propria squadra. Così si creò un pacifico connubio col club che agevolava le loro tifoserie argentine con biglietti e permessi concessi. Col tempo la situazione si evolse, fino ad arrivare a registrare oltre 40 vittime negli ultimi 4 anni, su un totale di 322 morti nel calcio argentino da quando vi sono i campionati.

Sostanzialmente il 1967 è considerato l'anno in cui queste bande criminali sit rasformarono, complice anche le difficili situazioni politiche che si sono susseguite, specie negli anni 70. Il livello di tensione era così alto che in occasione della Coppa del Mondo del 1978, giocata proprio in Argentina, il governo fu costretto a fare un accordo con queste tifoserie affinché non creassero disordini. In cambio soldi e biglietti gratuiti. Stesso accordo ripetuto nei Mondiali del 1982 e del 1994, aprendo così le porte al bagarinaggio da parte delle bande.

È praticamente impossibile depotenziare questo fenomeno, visto come si sono radicati i rapporti anche ai massimi vertici. Basti pensare alle ombre su Julio Grondona, considerato il Padrino del Calcio argentino, con le sue nove presidenze in Federazione. Nel suo mandato ultradecennale morirono 183 persone. Grondona, inoltre, permise ad alcuni tifosi di salire sullo stesso aereo che portò l'Argentina in Sudafrica per i Mondiali del 2010, nonostante fossero strapieni di carichi pendenti nei confronti dela giustizia.

Come debellare le barras bravas?

Non è facile bloccare un'organizzazione che si nutre da oltre 60 anni di una mentalità unidirezionale. Come fai a dire che da oggi certe cose non sono più permesse, a gente che è nata facendo solo in un modo? Ci stanno provando, tra esibizioni di documenti prima degli ingressi, alla limitazioni di trasferte, ma la privazione non è sempre l'arma migliore per sconfiggere un problema. Si pensò anche al chip sottocutaneo da impiantare nei tifosi, denominato Ticket Pasiòn, arrivando anche alla sperimentazione. Ma la troppa invasività del sistema ha bloccato tutto.

Far parte di una barra è qualcosa che esula il contesto sportivo. È l'appartenenza a qualcosa di così fanatico che porta a seguire, fin troppo, alla lettera questa scelta di vita. Ma negli anni questo fenomeno è diventato troppo pesante da sopportare, com'è sfiancante concepire come normale l'idea di morire dentro ad un campo di calcio.


Nainggolan Radja, Belgio

I migliori calciatori esclusi da Russia 2018

Si avvicina la rassegna di Russia 2018: mancano solo una decina di giorni e anche questo campionato del mondo avrà inizio. Per alcuni è spasmodica attesa, per altri sarà una sofferenza perchè, il Mondiale, lo guarderanno da casa. Così come tutti noi italiani, ci sono diversi (grandi) calciatori che non sono riusciti ad avere un posto tra i 23 della propria Nazionale. Per questi calciatori si avvicina, quindi, un Mondiale da divano.

Non considero i giocatori le cui Nazionali non parteciperanno ai mondiali. Per intenderci, non elencherò, fra i vari nomi, gente come Bale, Aubameyang, Dzeko, Verratti, Alaba, Robben, Van Dijk, Oblak, Alexis Sanchez e così via, semplicemente perchè le loro Nazionali non saranno in Russia. Ma c'è tutto un nugolo di calciatori che fino all'ultimo hanno sperato di far parte della rosa del proprio Paese che, a dispetto loro, parteciperà ai mondiali. Ecco l'elenco dei migliori.

Gli esclusi di Argentina, Belgio Brasile e Francia

  • Javier Pastore (Paris Saint Germain), Argentina
  • Mauro Icardi (Inter), Argentina
  • Radja Nainggolan (Roma), Belgio
  • Alex Sandro (Juventus), Brasile
  • Allan (Napoli), Brasile
  • David Luiz (Chelsea), Brasile
  • Adrien Rabiot (Paris Saint Germain), Francia
  • Alexandre Lacazette  (Arsenal), Francia
  • Anthony Martial (Manchester United), Francia
  • Aymeric Laporte (Manchester City), Francia
  • Benoit Costil (Bordeaux), Francia
  • Dimitri Payet (Marsiglia), Francia
  • Geoffrey Kondogbia (Valencia), Francia
  • Karim Benzema (Real Madrid), Francia
  • Kingsley Coman (Bayern Monaco), Francia
  • Layvin Kurzawa (Paris Saint Germain), Francia

Gli esclusi di Germania, Inghilterra, Portogallo, Spagna e...

  • Bernd Leno (Bayer Leverkusen), Germania
  • Emre Can (Liverpool), Germania
  • Jonathan Tah (Bayer Leverkusen), Germania
  • Leroy Sané (Manchester City), Germania
  • Mario Gotze (Borussia Dortmund), Germania
  • Jack Wilshere (Arsenal), Inghilterra
  • Joe Hart (Manchester City), Inghilterra
  • Joao Cancelo (Inter), Portogallo
  • Renato Sanches (Swansea), Portogallo
  • Ruben Neves (Wolverhampton), Portogallo
  • Alvaro Morata (Chelsea), Spagna
  • Cesc Fabregas (Chelsea), Spagna
  • Hector Bellerin (Arsenal), Spagna
  • Javi Martinez (Bayern Monaco) Spagna
  • Josè Callejon (Napoli), Spagna
  • Marc Bartra (Betis Siviglia), Spagna
  • Marcos Alonso (Chelsea), Spagna
  • Sergio Rico (Siviglia), Spagna
  • Suso (Milan), Spagna
  • Zlatan Ibrahimovic (LA Galaxy), Svezia

Salta subito all'occhio l'elenco, piuttosto lungo, di giocatori di Spagna, Germania e Francia, autentiche favorite, insieme alle sudamericane Brasile ed Argentina. Ci sono gli italiani Icardi, Callejon e Joao Cancelo alle prese con prestazioni positive, mentre non andrà neanche il futuro juventino Emre Can (più per noie fisiche che per altro).

Di certo sono le esclusioni di Nainggolan e Sanè a stupire, visto che Belgio e Germania hanno convocato, al loro posto, giocatori che non hanno fatto meglio dei due citati. Parliamo di Youri Tielemans, spesso in panchina col Monaco quest'anno, e Julian Brandt, ottimo prospetto, ma di sicuro inferiore a Leroy Sanè, uno dei trascinatori del Manchester City quest'anno.

Chiude la lista, in rigoroso ordine alfabetico, lo svedese Zlatan Ibrahimovic, che, finchè giocherà a calcio, ci si stupirà sempre per la sua assenza. Il giocatore del LA Galaxy avrebbe, da solo, aumentato lo charme di questa kermesse, ma il ct svedese avrà avuto i suoi (buoni) motivi per confermare coloro che hanno vinto il playoff. D'altronde non si butta fuori l'Italia tutti i giorni...


Diego Pablo Simeone, Cholo, Cholismo, Atletico Madrid

La mia lectio magistralis sul Cholismo

Seduto comodamente sul mio divano, ieri sera ero ben contento di guardare uno dei momenti calcistici tra quelli che maggiormente preferisco: la finale di Europa League. Una competizione che racchiude, davvero, a differenza della viziatissima sorella Champions League, lo spirito della geografia sportiva. Non a caso ai quarti di finale si sono presentate 8 squadre di 8 Paesi diversi. Diciamo che c'è sempre spazio per le favole (Ostersund su tutti) e per le delusioni. Solo che è accaduto, alla fine, quello che accade sempre più spesso: vince una spagnola. Dal 2000 ad oggi 29 coppe sono state vinte dalle spagnole contro le 26 vinte dal resto d'Europa. Un dominio, incontrastato, di cui avevo già parlato proprio un mesetto fa all'incirca.

Mi aspettavo una gara diversa, per un attimo ho dimenticato l'inesperienza di una squadra offensiva come il Marsiglia e ho dimenticato come fosse persistente, tenace e volitivo l'Atletico Madrid. Una squadra plasmata ad immagine e somiglianza del suo allenatore, Diego Pablo Simeone, detto "el Cholo", portatore sano del cholismo. In un'epoca in cui si abusa di neologismi, qui mi sento di poter attribuire all'ex calciatore di Inter e Lazio una teoria calcistica tutta sua. Il Cholo ha vinto in meno di 7 anni ben 6 trofei, di cui uno Scudetto (che contro Real Madrid e Barcellona è roba da matti) 3 internazionali (due Europa League e una Supercoppa Europea). Senza tralasciare le due finali di Champions League, perse per un soffio, contro i cugini mai amati del Real. Ma cosa è il cholismo?

La definizione di cholismo

Il Cholismo  è un movimento sviluppatosi nell’area di confine tra Messico e Stati Uniti, tra gli anni 70 e 80, che aveva come scopo l'affermazione delle origini messicane da parte dei giovani del luogo che erano succubi degli ideali razzisti dei bianchi americani». Una sorta di ribellione, una sorta di povero contro ricco, di Davide contro Golia. Capite bene che l'Atletico Madrid, rapportato a questo contesto, rappresenta il riscatto da parte di chi non è tra i favoriti solo perchè non è ricco. E quindi come gioca l'Atletico Madrid?

Partiamo dal presupposto che non parliamo di bel calcio, quello scintillante, fine a sè stesso: qui servono i tre punti e basta. Quindi va bene la spazzata, va bene il catenaccio, ma non si disdegna la qualità: d'altronde non passano per caso gente come Griezmann, promesso sposo ormai del Barcellona. Marca, quotidiano sportivo spagnolo, poco tempo fa ha redatto alcuni fattori imprescindibili del Cholismo.

Lavoro, aggressività, pressing, cautela, contropiede, ripiegamento

Centro di tutto è il lavoro: senza sacrificio, disponibilità e determinazione non si va da nessuna parte. Sono dei concetti che vanno seminati e curati ogni giorno. Poi abbiamo l'aggressività, ovvero lo spirito combattivo di Simeone dentro il gioco dei suoi 11 che scendono in campo: il pallone va sempre cercato e, se perso, riconquistato. Il pressing è uno dei capisaldi di Simeone: parte il capitano Gabi e tutti via a seguirlo, razionalmente ovviamente: notate infatti quando l'Atletico è senza palla come si dispongono i giocatori, formando quasi un triangolo difensivo.

Marca inoltre parla di cautela: la zona centrale in cui vi è la propria porta è uno scrigno inviolabile, e per farlo bisogna limitare le caratteristiche individuali dell'avversario, portandolo a giocare sul piede debole. Il contropiede è un'altra arma fondamentale dei colchoneros: un italianissimo"attacchiamo difendendo", cosa che riesce bene anche per via di diversi giocatori tecnici e guizzanti tra le fila madrilene. Ma quando sono gli altri a fare il contropiede? Ecco che si parla di ripiegamento. La linea difensiva, orchestrata alla grande da Godin, non si scompone mai. Mai. Basta vedere come corrono all'indietro per proteggersi, senza andare in confusione.

Concentrazione, intensità, immaginazione. fede

Inoltre gli errori non vengono concepiti. Sono dei veri e propri difetti da smussare: il singolo passaggio non va sbagliato mai, ecco perchè si parla molto di concentrazione. Ecco perchè siamo in presenza di passaggi brevi e semplici: quasi mai vedremo nell'Atletico Madrid cambi di gioco clamorosi. Impossibile, quando si parla di Cholismo,  non parlare di intensità. Forse è il punto cardine per eccellenza del tecnico argentino, che impersona al meglio il concetto argentino di garra.

Ma non abbiamo solo corsa, grinta e pedalare. Come dicevo, anche la tecnica chiede il suo spazio. Ed è tramite l'immaginazione, che va allenata, che una squadra può venir fuori al meglio da qualunque situazione. L'ultimo concetto stilato da Marca prescinde praticamente dall'aspetto tecnico tattico. Il Cholismo è fede: crederci, sempre, come una fede verso le proprie capacità e quelle del compagno.

I successi mai casuali di Simeone

Dinanzi a questo decalogo risulta quasi normale che l'Atletico Madrid vinca una finale di Europa League per 3-0, contro un avversario che aveva disputato una gran bella competizione, ma che non ha la stessa organizzazione degli spagnoli. D'altronde gli erroracci di Germain e Zambo Anguissa pesano parecchio, e contro squadre avare come l'Atletico Madrid è un harakiri fare sbagli simili. Da sottolineare come l'Atletico Madrid sia perennemente fuori dalla Top10 delle squadre che hanno i maggiori fatturati, ma sostituisce la possibilità economica con la competenza e il lavoro.

Solo una grande squadra trasforma in pochissimo tempo la delusione della mancata qualificazione agli ottavi di Champions League ad un trionfo senza storie. L'Atletico Madrid è un fenomeno scientifico da studiare, soprattutto da noi in Italia che, purtroppo, in fondo all'Europa League non ci arriviamo mai, spesso per scelta. Magari per tornare a conquistarla abbiamo bisogno che Simeone torni in Italia a spiegarci come si fa.


Red Bull Salisburgo

Dentro il mondo del Red Bull Salisburgo

Al 60' di Salisburgo - Lazio, con il risultato sull'1-1 (3-5 per i laziali se consideriamo l'andata), Simone Inzaghi era un uomo ad un passo dalla qualificazione. Ma ho capito, non so perchè, che quella gara la Lazio non l'avrebbe superata uscendone indenne. C'era qualcosa di mistico nel gioco degli austriaci. Attenzione, nulla di trascendentale, ma semplicemente autodeterminazione trasmessa dagli spalti della Red Bull Arena di Salisburgo. Pur conoscendo la storia del Salisburgo, ieri sera ho avuto la prova provata di come quel sorpasso, poi avvenuto, è tutt'altro che figlio del caso. La Lazio, col suo crollo, ci ha messo tanto, tantissimo del suo. Ma un attento osservatore è riuscito a capire come il Salisburgo ha un mondo, dentro sè, tutto da scoprire.

Nel 2005 la vecchia Austria Salisburgo diventa Red Bull Salisburgo: il produttore della bevanda energetica più famosa al mondo, l'austriaco Dietrich Mateschitz decide di investire pure nel calcio, dopo i successi in Formula 1 e nell'hockey sul ghiaccio. E non si fermerà solo agli austriaci, coinvolgendo pure la città di Lipsia, formando l'RB Lipsia, con risultati clamorosi.

Il Salisburgo, più forte delle perplessità

Le criticità del progetto Salisburgo sono rappresentate dalla doppia posizione che mantiene Mateschitz, che detiene la proprietà di RB Lipsia e RB Salisburgo. Questo non è molto apprezzato dai tifosi che temono, soprattutto gli austriaci, un maggiore interesse per l'altra squadra della proprietà. Fa discutere infatti che è già capitato che dei giocatori del Salisburgo fossero passati ai tedeschi del Lipsia: ben 11, tra cui Naby Keita fra tutti. La UEFA vieta un possibile incontro in competizioni ufficiali tra due club che hanno la stessa presidenza, ma il magnate austriaco si è prodigato a sostenere come il Salisburgo ha solo una normale sponsorizzazione di Red Bull.

Stride un po' a dire il vero, ma l'uscità dall'Europa League dell'RB Lipsia ha fatto fare un respiro di sollievo a molti. Gli ultras storici del vecchio Austria Salisburgo, inoltre, non si vedono identificati nell'RB Salisburgo, ragion per cui è stato fondato, anni fa, l'SV Salisburgo, che oggi milita in terza serie. Fra l'altro la storica maglia bianco lilla resterà all'SV, mentre il RB passerà ad una casacca bianco rossa

L'inizio del successo del Salisburgo

Dal 2005 ad oggi il Salisburgo ha vinto 8 scudetti, superando rivali storiche come Sturm Graz o le due squadre di Vienna, l'Austria e il Rapid. In questi anni sulla panchina austriaca passa pure un certo Giovanni Trapattoni, con Lothar Matthäus a fare da vice. Sebbene la svolta arriva con il duo Rangnick - Schmidt.

Dopo la sconfitta ai preliminari di Champions League nel 2012, contro gli sconosciuti campioni del Lussemburgo, il RB Salisburgo, riparte davvero da zero. In panchina c'è Schmidt (che farà faville al punto da esser chiamato a guidare il Bayer Leverkusen), in Germania, mentre negli scranni della dirigenza austriaca capeggia Ralf Ragnick, ex calciatore tedesco, che, contribuì a portare l'Hoffenheim dalla terza divisione alla Bundesliga.

Ragnick, insieme al tecnico, imposterà la vera filosofia, che abbiamo visto anche ieri, del Salisburgo: pressing offensivo che costringe gli avversari a giocare senza pensare il più delle volte. Il possesso palla degli austriaco parte molto lentamente, aumentando la velocità d'esecuzione man mano che si avanza verso la porta avversaria. Ma sarà il nuovo allenatore, proveniente dalle giovanili, a imprimere maggiore funzionalità nel gioco del Salisburgo. Ecco chi è Marco Rose.

Marco Rose, la sua mano su questo Salisburgo

Proprio perchè il Salisburgo voleva conservare la sua mentalità homemade ha puntato su un tecnico di casa, il classe '76 Marco Rose, di Lipsia. In 140 gare di giovanili col Salisburgo ha perso solo 7 gare. Ma la sua perla è stata la vittoria della Youth League lo scorso anno, con il Salisburgo U19, battendo tutte le corazzate europee. Questa è la sua prima stagione e i suoi risultati sono sotto gli occhi di tutti: primo nella Bundesliga austriaca, dentro alle semifinali di Coppa d'Austria ed Europa League. Il gioco di Rose richiede un gran lavoro dei terzini e degli interni di centrocampo,m in fase di possesso. Si vede spesso infatti un gioco diagonale quando gli austriaci costruiscono l'azione. Inoltre gli uomini di attacco sono tutti prettamente mobili, donando all'azione offensiva una certa coralità e imprevedibilità. Questa squadra ha finora perso solo una gara in campionato, ad inizio stagione, e l'andata contro la Lazio, in Europa League.

Il Salisburgo non gioca per subire un gol in meno, ma per farne uno in più. Ecco spiegato il senso di un 4-3-1-2, che da spazio a molti interpreti quando si è nella fase offensiva. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre solo a Rose questo exploit: dietro c'è un lavoro importante ed eccellente in termini di scouting. Da qui passò anche un giovanissimo Sadio Manè. Tuttavia fa impressione come lo staff di Rose sia giovanissimo: alcuni collaboratori hanno solo 25 anni, come il suo assistente Renè Maric, ingaggiato dopo che Rose ha letto un articolo, scritto da Maric su Spielverlagerung, sulla squadra Under 18 dello stesso Rose. CI mancava che dietro una squadra simile non si celassero simili favole.

Tutti pazzi per i gioielli del Red Bull Salisburgo

Il Salisburgo ha gli occhi puntati da mezza Europa sui suoi giocatori, che non sono più delle sorprese. A partire dal classe '93 Valon Berisha, centrocampista centrale e leader degli austriaci. GIocatore di quantità e qualità, inoltre è il primo storico marcatore per la nazionale del Kosovo. Da segnalare la mezzala, di soli 20 anni, Amadou Haidara, ieri in gol dalla distanza contro la Lazio, nativo del Mali. Inoltre PSG, Marsiglia e Borussia Dortmund sarebbero sulle tracce del regista Semassekou, così come lo stesso Schlager ha parecchie richieste. Ma è la coppia d'attacco che attira moltissimo: l'israeliano Dabbur e il sudcoreano Hwang Hee-Chan rappresentano le vere stelle di una squadra che non vuole smettere di stupire. Da notare come, a parte Walker e Ulmer, tutta la squadra ha al massimo 26 anni.

Adesso per il Salisburgo c'è il Marsiglia, altra squadra che gioca benissimo in questa Europa League, guidata da Rudi Garcia. Sarà uno scontro a ritmi altissimi, con gli austriaci pronti a vendicare i cugini del Lipsia, usciti fuori dalla competizione proprio per mano dei francesi. Ma comunque andrà, sono certo che sentiremo parlare parecchio di Rose, dei suoi giocatori e del progetto del Salisburgo. E magari l'anno prossimo se ne accorgerà pure chi preferisce seguire solo la Champions League e si stupirà di questa banda quasi perfetta.


Cristiano Ronaldo

Le dieci cose che non sai su Cristiano Ronaldo

Ditemi la verità: dalle 22.10 di ieri sera avete anche voi le homepage di Facebook, Twitter, Instagram, strapiene del gesto tecnico di Cristiano Ronaldo, vero? Sono passate più di 12 ore e io ancora ho in bacheca questo misterioso oggetto volante, messo lì, a svettare a 2 metri e 30 col suo piedone. Ho ancora la faccia corrucciata di De Sciglio, come ho continuamente Barzagli che sbatte le mani sui fianchi, quasi a dire "Ancora tu? Ma non dovevamo non vederci più?".

Fare un post su Cristiano Ronaldo dopo una gara sontuosa, una doppietta in uno degli stadi più difficili al mondo da espugnare, è difficilissimo. Di che vuoi parlare? Vogliamo parlare che dal 2004 questo portoghese è sul podio del Pallone d'Oro? O vogliamo parlare che ha più gol che presenze con la maglia del Real? Vogliamo discutere di come, a differenza degli essere umani, più invecchia e più diventa forte? Stucchevole.

Com'è stucchevole fare un'analisi tattica della gara di ieri, dove la Juventus ha pagato le disattenzioni difensive e tanta imprecisione (e un po' di sfortuna) sotto porta. Di fronte ad un extraterrestre simile, coadiuvato da tantissimi altri campioni, anche gli sfottò diventano banali. Da annotare il giusto tributo dello Stadium alla stella portoghese, che ha finalmente realizzato il gol della vita che vedremo per almeno 100 anni.

Chi è davvero Cristiano Ronaldo?

In mezzo a tutte queste considerazioni ho scavato e cercato almeno dieci curiosità su Cristiano Ronaldo. Facile parlare di quello che tutti vedono e sanno, dei suoi numeri. ma come si diventa Cristiano Ronaldo? Cosa passa nella sua testa? Com'è una sua giornata? Perché per diventare un campione devi passare attraverso tutta una serie di storie e scelte personali. E poi lo faccio per spruzzare un  po' di umanità (nel senso "dare una configurazione umana" e non nel senso "caritatevole") a questo giocatore venuto da chissà quale galassia.

Cristiano Ronaldo dagli albori all'aeroporto

  • Una gravidanza non voluta. L'ultimo di quattro figli: la gravidanza che porterà alla sua nascita fu piuttosto indesiderata, tant'è che la madre, Maria Dolores, andò al consultorio per praticare l'aborto, ma allora i medici, quando notavano che non c'era alcun problema di salute, si opponevano a tale pratica. Così , qualche mese dopo, nacque Cristiano Ronaldo.
  • Abelinha. Da piccolo, quando viveva a Funchal, giocava in un modo strano, quasi a zigzag per via dei suoi infiniti dribbling. Ecco perché fu soprannominato "abelinha", ovvero ape per via del suo moto indefinito e costante.  Oggi il suo cane si chiama così.
  • Ad un passo dallo stop al calcio. Quando aveva 15 anni, il portoghese si dovette operare al cuore per via di una disfunzione cardiaca che ha rischiato seriamente il proseguo della sua carriera.
  • Aeroporto Cristiano Ronaldo. L'aeroporto di Madeira, in Portogallo, è intitolato a Cristiano Ronaldo.

Le regole e i riti scaramantici di Cristiano Ronaldo

  • Lo stile di vita esemplare di Cristiano Ronaldo. Non fuma e non beve, anche perchè tali vizi hanno causato la perdita del padre e numerosi problemi al fratello. Inoltre non ha alcun tatuaggio. Perchè? Per motivi di salute, poichè lui è un assiduo donatore di sangue e non vuole, in alcun modo, limitare la sua scelta. Inoltre, secondo una ricerca statunitense, il portoghese è il calciatore che dona maggiormente in beneficenza.
  • La benedizione dall'alto. "È la prima volta che accostano un giovane di talento a me senza che io mi senta offeso per il paragone". Queste le parole di uno dei più forti di sempre, George Best.
  • Re dei social. Con oltre 122 milioni di like, quella di Cristiano Ronaldo è la pagina al mondo che ha in assoluto più like. Anche sugli altri social Cristiano Ronaldo è seguitissimo: anni fa un suo tweet, in termini di marketing, era stato valutato 230mila euro. Ragion per cui è uno degli atleti più richiesti nel settore pubblicitario.
  • Allenamenti speciali. Nel centro di allenamento del Real Madrid, Cristiano Ronaldo ha a disposizione una stanza privata dotata di macchina aerobica della Nasa, la quale serve a simulare gli effetti della corsa in assenza di gravità.
  • La scaramanzia di Cristiano Ronaldo. Quando indossa i calzini mette prima sempre il piede destro. Poi, al momento di fare l'ingresso in campo, entra sempre per ultimo e fa si che sia sempre il piede destro il primo piede a calcare il terreno di gioco. Inoltre, sull'aereo, si siede sempre davanti ai compagni, mentre in pullman va sempre in fondo.
  • Cristiano Ronaldo ha un osso in più. L'asso portoghese ha un ossicino nella caviglia destra che ha in più rispetto al 90% della popolazione mondiale, e che lo rende ancora più speciale. Sarà questo il suo segreto?

Real Madrid, Champion League

Tutte le squadre che hanno eliminato il Real Madrid dalla Champions League

Juventus - Real Madrid rappresenta una sfida che sconfina nel campo del fascino senza limiti. Questa nuova sfida di Champions League sarà solo una delle mille battaglie tra le merengues e i bianconeri, con l'ultimo capitolo amaro per la Juventus, con la finale di Cardiff, che permette ai blancos di avvicinarsi a questo quarto di finale con i favori dei pronostici. È una gara a cui si contrappongono la classe dei madrileni e la pragmatismo dei torinesi: entrambe le squadre rispecchiano le qualità dei propri mister. Il concreto Allegri con il fantasioso Zidane. Ovviamente anche a quest'ultimo va riconosciuto come abbia di fatto portato tanti trofei a Madrid. Ragion per cui questa gara ha gli occhi del mondo puntati addosso.

La Juve insegue la sua 3° Champions League, sperando di speccare il tabù che aleggia da oltre 20 anni. Il Real Madrid ha nella Champions League il suo habitat principale, avendo vinto 3 delle ultime 4 edizioni. Fermare la corazzata di Cristiano Ronaldo è roba davvero difficile: dal 2010 i blancos raggiungono almeno la semifinale. Inoltre nessuno più delle merengues ha vinto tante volte questo trofeo (12).

Per provare a sconfiggere la cabala ho elencato qui sotto le esperienze del Real Madrid in Champions, precisando chi, quando non ha vinto il trofeo, li ha fermati e a che turno. Ci sono tantissime sorprese, oltre al fatto che in 62 edizioni il Real Madrid ha saltato l'appuntamento più carismatico del calcio solo 15 volte. Tutto questo amplifica i caratteri dell'impresa di chi, i blancos, li ha buttati fuori.

La storia del Real Madrid in Coppa Campioni

  • 55-56: Campione
  • 56-57: Campione
  • 57-58: Campione
  • 58-59: Campione
  • 59-60: Campione
  • 60-61: Barcellona (ottavi di finale)
  • 61-62: Benfica (finale)
  • 62-63: Anderlecht (primo turno)
  • 63-64: Inter (finale)
  • 64-65: Benfica (quarti di finale)
  • 65-66: Campione
  • 66-67: Inter (quarti di finale)
  • 67-68: Manchester United (semifinale)
  • 68-69: Rapid Vienna (ottavi di finale)
  • 69-70: Standard Liegi (ottavi di finale)
  • 70-71: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 71-72: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 72-73: Ajax (semifinale)
  • 73-74: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 74-75: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 75-76: Bayern Monaco (semifinale)
  • 76-77: Club Brugge (ottavi di finale)
  • 77-78: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 78-79: Grassopphers (ottavi di finale)
  • 79-80: Amburgo (semifinale)
  • 80-81: Liverpool (finale)
  • 81-82: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 82-83: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 83-84: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 84-85: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 85-86: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 86-87: Bayern Monaco (semifinale)
  • 87-88: PSV Eindhoven (semifinale)
  • 88-89: Milan (semifinale)
  • 89-90: Milan (ottavi di finale)
  • 90-91: Spartak Mosca (quarti di finale)

La storia del Real Madrid in Champions League

  • 91-92: nessuna partecipazione in Champions League
  • 92-93: nessuna partecipazione in Champions League
  • 93-94: nessuna partecipazione in Champions League
  • 94-95: nessuna partecipazione in Champions League
  • 95-96: Juventus (quarti di finale)
  • 96-97: nessuna partecipazione in Champions League
  • 97-98: Campione
  • 98-99: Dinamo Kiev (quarti di finale)
  • 99-00: Campione
  • 00-01: Bayern Monaco (semifinale)
  • 01-02: Campione
  • 02-03: Juventus (semifinale)
  • 03-04: Monaco (quarti di finale)
  • 04-05: Juventus (ottavi di finale)
  • 05-06: Arsenal (ottavi di finale)
  • 06-07: Bayern Monaco (ottavi di finale)
  • 07-08: Roma (ottavi di finale)
  • 08-09: Liverpool (ottavi di finale)
  • 09-10: Lione (ottavi di finale)
  • 10-11: Barcellona (semifinale)
  • 11-12: Bayern Monaco (semifinale)
  • 12-13: Borussia Dortmund (semifinale)
  • 13-14: Campione
  • 14-15 Juventus (semifinale)
  • 15-16: Campione
  • 16-17: Campione

Le bestie nere (a sorpresa) del Real Madrid

È il Bayern Monaco la vera bestia nera delle merengues, con ben 5 eliminazioni causate. Tuttavia, più in generale, sono le squadre italiane ad aver più volte estromesso il Real Madrid dalla Champions League: ben 9 volte (Juventus 4, Milan 2, Inter 2, Roma 1). Il Barcellona, inoltre, è l'unica squadra spagnola ad aver eliminato il Real dalla competizione. Non mancano le sorprese: a quanto pare le squadre belghe sono indigeste al Real Madrid, il quale, in passato è stato eliminato pure da squadre austriache, svizzere, russe e ucraine. Altri tempi, altro calcio, in cui non serviva aggrapparsi alla cabala per eliminare i più forti della storia della Champions League.


Tutti gli eroi italiani contro l'Inghilterra





Stasera la nuova (si fa per dire) Nazionale di Di Biagio sarà di scena contro l'Inghilterra in quello che è definito all'unanimità il tempio del calcio: lo stadio Wembley di Londra. La nazionale azzurra non ci arriva nelle migliori condizioni: confusione, scarsa autostima e poca resa sul campo. Tutti valori e parametri che si riflettono in federazione, dato che non si intravede alcuna chiarezza. Sono passati quattro mesi e oltre dal tracollo con la Svezia eppure non sembra esserci traccia di rifondazione. Ma ci saranno altri momenti per discutere di questo.

Inghilterra - Italia, sfida d'altri tempi

Qui si parla di Inghilterra - Italia, o Italia - Inghilterra che si voglia, sfida storica tra due Paesi che hanno probabilmente dato storicamente i più importanti apporti a questo sport. Gli inglesi non mi sembrano più gli eterni incompiuti, complici i recenti successi giovanili in campo europeo e mondiale, dato che porrà molto probabilmente l'Inghilterra nelle posizioni di vertice tra qualche tempo. Quindi occhio a sottovalutarli, anche perchè ora come ora faremmo bene e a non sottovalutare neanche Malta (con tutto il rispetto per la nazionale isolana).

Inoltre questa sfida ha da sempre dato luce a dei campioni italiani che sono riusciti ad imporsi, che fossi in Italia, in terra d'Albione, o in campo neutro, riuscendo a stabilire una storica supremazia italiana nei confronti degli inglesi. Visto che non riusciamo ad essere tanto certi con il presente, provo a stilare una lista di chi ha fatto più che bene con la maglia azzurra quando ha affrontato l'Inghilterra.

Fabio Capello

Il tecnico di Pieris fu un giocatore importante per l'Italia: da più parti viene ricordato per il suo gol il 14 novembre 1973 a Wembley, che coincise con la prima vittoria azzurra in Inghilterra. Fu così che Capello zittì quell'Inghilterra che nei giorni precedente aveva definito gli azzurri "una nazionale di camerieri". Eccovi servita la sconfitta.





Marco Tardelli

Tutti si ricordano del Marco nazionale quando si parla di Germania, ma in pochi sanno che il centrocampista della Juventus fu decisivo contro la Nazionale dei Tre Leoni nella fase finale degli Europei del 1980, in cui l'Italia conquistò il 4° posto.





Salvatore Schillaci

Sono i Mondiali del 1990 e si gioca al San Nicola di Bari la finale per il 3° posto tra le deluse Italia e Inghilterra. Vinceranno gli azzurri 2-1, le reti di Baggio, Platt e Schillaci. Metto in evidenza Totò anzichè Roberto Baggio, in quanto con questo gol Salvatore Schillaci si laureò capocannoniere della manifestazione.





Gianfranco Zola

Un'altra vittoria a Wembley: stavolta è l'inglese d'adozione Gianfranco Zola che, nel febbraio 1997, regala i tre punti fondamentali per la rincorsa ad un posto a Francia '98. Questo gran gol e una grande difesa sigillano la vittoria degli azzurri.





Gennaro Gattuso

In 73 gare con la maglia azzurra il campione del mondo originario di Corigliano Calabro ha realizzato una sola rete. Proprio contro l'Inghilterra, nel 2000, durante un'amichevole al Delle Alpi di Torino. Il gol di Gattuso è tecnicamente spettacolare: non te lo aspetteresti da uno come Ringhio.





Vincenzo Montella

Esattamente 16 anni fa a Leeds si disputò la stessa amichevole: Inghilterra - Italia. Gli inglesi passano in vantaggio, ma a ribaltarla ci pensa l'aeroplanino Vincenzo Montella che, coadiuvato con l'esordiente Massimo Maccarrone, reduce dall'Under 21, consegnano a Trapattoni una prestigiosa vittoria.





Giampaolo Pazzini

Non si tratta di Nazionale Maggiore, ma l'incontro tra Italia e Inghilterra Under 21 del 24 marzo 2007 ha una valenza storica doppia: con questo match si inaugurò il nuovo stadio Wembley e il nostro Giampaolo a fine gara presentò il conto con una tripletta da urlo.





 Andrea Pirlo

Le due Nazionali sia ffrontano ai quarti di finale degli Europei del 2012. Finisce 0 a 0, e ai rigori sarà Andrea Pirlo a regalare una magia dal dischetto: uno dei cucchiai più morbidi mai visti.





Mario Balotelli

È l'ultimo lampo di Mario Balotelli in maglia azzurra: con la sua incornata regala i tre punti all'Italia e una spavalderia tale da pensare di poter arrivare in fondo ai Mondiali brasiliani del 2014. Purtroppo non andrà come sperato. Inoltre questo gol è l'ultimo realizzato dall'Italia ad un Mondiale, e sarà così fino ad almeno giugno 2022, qualora ci qualificassimo per i mondiali qatarioti.






Andres Escobar, autogol, Colombia

Morire di autogol: la storia di Andres Escobar

La storia di Andres Escobar è una storia di coraggio, dal 1° al 90° (più recupero) della sua breve vita. Spesso ci dimentichiamo di come il calcio sia solo un gioco, ma al contempo ignoriamo come per molti sia solo un gioco, ma di interessi, giri strani e affari. Chiedete alla Colombia di metà anni '90 cosa fosse il calcio. Chiedete a Valderrama e Asprillia, stelle della Colombia del mondiale di Usa '94 cosa volesse dire giocare per la Colombia. Oppure chiedetelo all'allenatore della nazionale colombiana di allora, Francisco Maturana, storico allenatore sudamericano di livello di quegli anni, il quale, che, dopo tutto quello che dovette vedere attorno al calcio, affermò:

"Ormai la Colombia è un manicomio permanente".

Era una Colombia sulla bocca di tutti, sotto l'oscura egida del narcotrafficante più famoso di tutti i tempi, Pablo Escobar (finanziatore dell'Atletico Nacional, squadra in cui militava Andres). Il narcotraffico influiva sul calcio, ma anche sulle scommesse logicamente. Le schiere degli allibratori e gli scommettitori riflettevano la rivalità tra il cartello di Calì e il cartello di Medellin. Se la recente serie tv, Narcos, ha quasi mitizzato la figura di Pablo Escobar e di tutto ciò che gli circumnavigava intorno, ci tengo a sottolineare il clima di terrore in cui si viveva in quegli anni, con il cartello colombiano a fare il bello e cattivo tempo su tutto. Pure sulla vita di Andrès Escobar.

Cosa era il calcio in Colombia negli anni '90?

L'estroso portiere Renè Higuita, famoso per il suo scorpione, aveva passato 7 mesi in carcere a fine 1993, per aver fatto da intermediario al rapimento della figlia di un magnate locale: il riscatto serviva a finanziare la latitanza di Pablo Escobar. Questo gli costò i mondiali americani. Poco prima di questo mondiale fu rapito il figlio del nazionale colombiano Luis Fernando Herrera, a cui fu richiesto un riscatto enorme che costrinse il calciatore a fare degli appelli televisivi per riavere il bimbo. Un anno dopo, un giocatore dell'Envigado, Alveiro Pico Hernandez, fu assassinato all'alba nel quartiere Prado. Era questo il calcio in Colombia, e richiedeva coraggio. Più del dovuto.

Valderrama e compagni lo sapevano, ed è per questo che quei mondiali furono difficilissimi. A partire dalle minacce giunte a Maturana se fossero stati convocati giocatori dell'Antioquia, squadra rivale all'Atletico Nacional. Il CT ignorò l'avvertimento e ne convocò addirittura tre, promuovendo vice ct Hernan Dario Gomez, fratello del discusso Gabriel Jaime Gomez. Discusso perchè? Secondo la stampa (ma non solo chiaramente), fu ritenuto il principale responsabile della disfatta contro la Romania, gara d'esordio che vide i Cafeteros soccombere per 3-1, sotto i colpi di Hagi e Raducioiu. Giunsero delle minacce di morte a Maturana e al 35enne centrocampista se quest'ultimo avesse giocato la partita successiva, quello contro i padroni di casa degli Stati Uniti. Gomez si rifiutò di giocare. Tutti furono ignari del fatto che il bersaglio si stava spostando dal cuore del centrocampo al cuore della difesa, capeggiata dallo sfortunatissimo Andres Escobar.

La morte di Andres Escobar

Era il 22 giugno, era un torrido mercoledì a Los Angeles luglio. La Colombia era favorita, aveva maggior giocatori di talento, mentre gli Stati Uniti erano anni luce lontani dai buoni livelli raggiunti oggigiorno. Basti pensare a uno dei suoi uomini simbolo, Alexis Lalas, all'apparenza tutto, fuorchè un calciatore. Alla mezzora accade un evento a tratti drammatico. John Harkes, laterale degli States, mette da sinistra un cross tagliato e basso. Escobar, nel disperato tentativo di anticipare Stewart, mette goffamente alle spalle del portiere.

1-0 per gli USA, che raddoppieranno con lo stesso Stewart nel 2° tempo. Allo scadere l'inutile 2-1 del colombiano Valencia, come fu inutile il 2-0 che la Colombia rifilò nell'ultima gara contro la Svizzera. La Colombia va a casa. Escobar aveva già spento la luce al 30' di quella maledetta gara, perchè sapeva cosa vuol dire fare un autogol indossando la maglia della Colombia.

Il 29 giugno i sudamericani rientrerono in patria, accolti da poche decine di persone intente a consolarli. Andres Escobar portava addosso le cicatrici profonde di un autogol che gli spezzò il sorriso. Furono giorni durissimi che neanche la fidanzata Pamela Cascal, seppe mitigare. La notte tra l'1 e il 2 luglio Andres si trovava nella sua Medellin girando in varie discoteche. Intorno alle 4 del mattino scoppiò una rissa in un parcheggio tra Andres ed altre persone. I fatti sono un po' confusi, ma diversi testimoni sentirono pesanti improperi (venduto, frocio, ecc) verso il difensore per via di quel maledetto autogol. Fu Humberto Munoz Castro, ex guardia giurata, ad aprire il fuoco contro il centrale dell'Atletico Nacional. Durante i suoi 6 colpi di mitraglietta urlò:

"Goooooool!!! Grazie per l'autogol"

A 27 anni muore Andrès Escobar.

Dopo la morte di Andres Escobar

Si presenteranno oltre 120mila persone, mentre il cordoglio generale per il povero ragazzo fu sempre raffreddato dalla paura, infinita, di vivere negli intorni del narcotraffico, vero responsabile di questo dramma. Esporsi troppo sarebbe corrisposto ad un autogol, un altro.

L'autogol di Escobar di fatto fece estromettere la Colombia, facendo perdere ingenti quantità di denaro agli scommettitori del cartello di Medellin, cartello che comunque era già al tramonto, ma che non si limitò nel fendere gli ultimi colpi di cosa come questa uccisione.

Il sicario che uccise Andres fu condannato a 43 anni di carcere, ma ne scontò neanche 12: dal 2005 è in libertà. Piuttosto qualche mese fa è stato arrestato il mandante di tale omicidio: Santiago Gallon Henao, un narcotrafficante colombiano, il quale aveva dato ben tre milioni di dollari ad un procuratore per evitare che indagassero su lui e il fratello Pedro. Giustizia dopo 24 anni.

Per diverso tempo la Colombia non assegnò a nessuno la maglia numero 2, indossata dallo sfortunato calciatore. Fu Ivan Cordoba, più talentuoso di Escobar, ma di caratteristiche tecniche piuttosto simili, a dare vita alla maglia numero 2 della Colombia. Forse aveva ragione Maturana che, sprezzante, tirò fuori i peggiori appellativi per un Paese che ha vissuto uno sbando enorme negli anni '90, in cui, anziché portare palla e costruire l'azione, era molto meglio spazzare via la palla e non pensarci più. Proprio come faceva Andres Escobar.


Domenico Tedesco, Schalke 04

In Bundesliga tutti pazzi per l'italiano Domenico Tedesco

La vita a volte è talmente buffa che riesce a riservare storie incredibili: questa è la storia di Domenico Tedesco. L'enfant prodige degli allenatori in Germania è un italiano che di cognome va "Tedesco". La storia dell'allenatore dello Schalke 04 meriterebbe molta più attenzione. All'estero non abbiamo solo Conte, Mancini, Ranieri. All'estero abbiamo un allenatore che è primo in Bundesliga. Ok, lo so, è secondo, ma al primo posto ci sta il Bayern Monaco, club abituato a fare campionati a sè. Quindi, senza i bavaresi, Domenico Tedesco, sarebbe primo in Bundesliga. A 32 anni.

Domenico Tedesco, dalla Calabria alla Mercedes

Perché non abbiamo mai sentito parlare di Domenico Tedesco? Probabilmente perchè gli unici che conoscevamo erano Giovanni e Giacomo, mentre Domenico non ha fatto neanche il calciatore, se non all'ASV Aichwald, squadra di un paesino di 7mila abitanti della provincia di Stoccarda, militante tra 7° e 8° divisione. Domenico Tedesco è nativo di Rossano Calabro, provincia di Cosenza: a soli due anni i suoi genitori decisero di partire dalla Calabria per tentare fortuna in Germania. Il padre trovò lavoro nella stamperia Esslinger Zeitung, mentre Domenico, insieme al fratello Umberto, si integrò perfettamente nel sistema tedesco.

Domenico ha sempre avuto una visione calciocentrica: a soli 14 anni, grazie ad uno stage realizzato proprio dall'Esslinger Zeitung, riuscì a seguire meglio le squadre di calcio di quella regione. Un giorno partecipò ad una conferenza stampa dello Stuttgarter Kickers, riuscendo a fare una domanda, molto apprezzata dai giornalisti in sala, al tecnico Michael Feichtebeiner. Questo tipo di episodi portarono Domenico ad investire in questo mondo. Tuttavia lasciò sempre un'occhio aperto al resto del mondo: si è laureato in ingegneria industriale, conseguendo pure un master in gestione dell'innovazione. Il ragazzo calabrese trovò successivamente impiego alla Mercedes.

Il calcio secondo Domenico Tedesco

Ma il calcio restava la sua più grande passione, tant'è che a soli 25 anni debuttò sulla panchina dell'ASV Aichwald, come vice allenatore. Qualche anno dopo si aprirono le porte dell'U-17 dello Stoccarda. I risultati furono sorprendenti, ottenendo una media punti di 2.06 a partita. Nonostante avesse fatto benissimo e raccolto proseliti (Andreas Hinkel, ex difensore dello Stoccarda ammette come Domenico Tedesco abbia qualcosa che altri non hanno), lo Stoccarda non gli rinnovò il contratto. Allora Domenico si spostò più ad ovest e si accasò nell'U-16 dell'Hoffenheim.

Lì conobbe Julian Nagelsmann, uno che promette di fare sfracelli (e li farà), nonostante sia giovanissimo, proprio come Tedesco. Julian guidava l'U-19. Nel 2016 l'allenatore della prima squadra dell'Hoffenheim, Huub Stevens, fu costretto a lasciare per motivi di salute. Prese il suo posto Julian Nagelsmann (diventando il tecnico più giovane della storia della Bundesliga a 28 anni), mentre Domenico Tedesco rilevò il posto del suo giovane collega in U-19.

Nagelsmaan e Tedesco proprio in quelle settimane stavano svolgendo i corsi alla DFB-TrainerAkademie, ovvero la Coverciano tedesca che rilascia i patentini per poter allenare i club professionistici in Germania. Entrambi passarono gli esami. Il miglior punteggio fu quello di Tedesco, il secondo di Nagelsmann. Il calabrese affermò che non sempre il miglior punteggio va ai migliori: modestia o scaramanzia? Ad ogni modo mentre Nagelsmann faceva benissimo con l'Hoffenheim, portandolo pure ai preliminari di Champions,  l'8 marzo 2017 arrivò la chiamata per Tedesco che non ti aspetti: l'Erzgebirge Aue, nella B tedesca, deve salvarsi dalla retrocessione, dopo aver cacciato il bulgaro Dotchev, che aveva lasciato il club sassone a 5 punti dalla salvezza a 11 gare dalla fine.

L'esordio professionistico di Domenico Tedesco

L'apporto di Domenico Tedesco al club tedesco fu fenomenale: con il suo 5-4-1 e un gioco tutto verticale, arrivarono 20 punti su 33, con una media di 1.82 punti a gara. La squadra si salvò e il presidente dell'Aue, Helge Leonhardt, capì di avere un fenomeno in panchina:

«Non siamo abbastanza per lui, è uno che deve appartenere alla Bundesliga».

Il salto in Bundesliga è logico, ma non ci si aspettava che ad affidarsi a Tedesco sarebbe stato un club di fascia medio alta: lo Schalke 04, da nobile decaduta, senza coppe per la prima volta in 8 anni, vede nel giovanissimo tecnico, una scintilla che potrebbe far riaccendere gli entusiasmi smarriti a Gelsenkirchen, e lo ingaggia. È stato subito un mix tra favolismo e scettismo: addirittura sul quotidiano Die Welt fu stato scritto: «Visto che è nato in Calabria, Tedesco non dovrebbe avere difficoltà a imporsi in un ambiente difficile come lo Schalke». D'altronde il presidente, Clemens Toennies, e il ds dello Schalke 04 non sono caratterizzati da una particolare voglia di aspettare risultati. Eppure, Joachim Loew, CT della Germania, ha subito benedetto il baby allenatore, prospettandogli un futuro radioso.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: 2° in Bundesliga, davanti a Borussia Dortmund, Eintracht Frankfurt, Bayer Leverkusen e RB Lipsia, in semifinale di Coppa di Germania contro l'Eintracht Frankfurt. Un ruolino di marcia impressionante per chi da solo un anno allena nel calcio professionistico, sensazionale che l'allenatore in questione sia un classe '85. Domenico Tedesco sta comunque potendo contare su calciatori di livello, su tutti Mayer e Goretzka, passando per Burgstaller, Bentaleb, Konoplyanka, l'italo tedesco Caligiuri e per lo juventino Marko Pjaca. Nota dolente il controverso rapporto con lo storico  capitano storico Benedikt Howedes, a cui Tedesco aveva tolto la fascia dandola al portiere Fahrmann. Poi proprio qualche giorno dopo il difensore tedesco si trasferì alla Juventus.

Quale sarà il futuro di Domenico  Tedesco?

Il futuro di Domenico Tedesco è tutto da gustare, specie perchè sarà interessante dove potrà arrivare questo giovane ragazzo partito dalla Calabria per conquistare la Germania intera. E dire che un opinionista tedesco di vecchia data lo aveva accostato a Karl-Heinz Marotzke. Quest'ultimo fu allenatore dello Schalke 04 nel 1967 e, prima dell'avvento di Tedesco, era il tecnico più giovane della storia dei Knappen. Il rendimento di Marotzke?  Una vittoria in tredici gare. Un disastro che lo portò ad abbandonare per sempre certi palcoscenici importanti. Mi dispiace caro opinionista, qui abbiamo qualcuno di una classe superiore, che legge le partite come se stesse leggendo un vangelo. E ha il sangue italiano.