Tifoserie Argentine, Argentina, Barras

Cosa c'è dietro le tifoserie argentine?

A volte, quando diciamo che la violenza nel calcio italiano è un fenomeno troppo grande e pesante, ignoriamo quello che accade nel calcio argentino. È chiaro che non si tratta di sminuire le violenze minori (sempre violenze sono, e tali sono da condannare), ma il quadro delle tifoserie argentine è parecchio oscuro. Non si tratta di semplici tifoserie poco mansuete, o di ultras di stampo violento. Qui abbiamo di fronte il fenomeno delle barras bravas, autentiche organizzazioni che influenzano pesantemente il calcio in Argentina.

Che cosa sono le barras bravas?

Le barras bravas sono delle bande formate da un gruppo molto eterogeneo: non ci sono restrizioni legate ad età o alla classe sociale a cui si appartiene. Essi sono tutti legati da un comune denominatore: l'appartanenza al barrio, ovvero al quartiere di provenienza, il quale non solo va difeso, ma va anche reso, agli occhi dei rivali, il più potente possibile. Le partite sono solo un'occasione, il calcio un mero pretesto, per prendere di mira i tifosi avversari, appartenenti ad altri quartiere. Ecco perchè spesso i derby sono i match più infuocati in Argentina.

I leader di queste band sono tutti rispettati in maniera enorme nella società argentina. Sempre più ragazzi vorrebbero impersonare questo ruolo da grande, vista la celebrità che ne ricevono. Questo avviene anche per via della connivenza tra queste tifoserie argentine e le istituzioni. Esse lasciano impunite queste bande, dentro e fuori dallo stadio, visto il palese grado di corruzione in Argentina. Ma perchè la politica appoggia queste bande? Perché queste bande possono essere utili quando devono reprimere i dissensi manifestati in piazza dai sindacati, oltre che per un mero tornaconto elettorale. Il più classico degli scambi di favore.

Cosa possono fare queste tifoserie argentine?

Mi verrebbe da rispondere: tutto. Alcuni si permettono di fare anche da bodyguard ai calciatori, oltre ad usare lo stadio come se fosse una proprietà personale, sfruttandone i servizi o accedendo alla sala trofei come se fosse normale. Le curve sono diventate autentiche zone franche, in cui queste bande esercitano spaccio di droga, estorsione, bagarinaggio e il business dei parcheggi, oltre all'immancabile incarico di occuparsi del cibo e delle bevande.

Essendo spesso soci delle società, essi interferiscono, oltrepassando tuttavia i limiti, nelle scelte del club. Ecco vederli intervenire sul calciomercato della squadra, favorendo acquisti o cessioni (vedi Gonzalo Higuain al Real Madrid) con un sole fine, che non è quello del rafforzare la squadra. Lo scopo delle barras bravas è solo quello di sfare soldi. punto e basta. Chi si mette in mezzo ne può pagare le conseguenze. Basta chiedere al presidente dell'Independiente, Javier Cantero, che voleva liberarsi di questa parte della tifoseria, che rischiò tantissimo per la sua vita. Oppure chiedere a Juan Ignacio Mercier, giocatore del San Lorenzo che venne colpito alla nuca mentre si stava dirigendo verso la propria auto. Quale era la sua colpa? Rifiutarsi di consegnare al capo della barra la sua maglietta.

Nascita ed evoluzione delle barras bravas

nacquero negli anni 50 e il loro scopo non aveva uno stampo violento: era davvero nato tutto con l'idea di supportare la propria squadra. Così si creò un pacifico connubio col club che agevolava le loro tifoserie argentine con biglietti e permessi concessi. Col tempo la situazione si evolse, fino ad arrivare a registrare oltre 40 vittime negli ultimi 4 anni, su un totale di 322 morti nel calcio argentino da quando vi sono i campionati.

Sostanzialmente il 1967 è considerato l'anno in cui queste bande criminali sit rasformarono, complice anche le difficili situazioni politiche che si sono susseguite, specie negli anni 70. Il livello di tensione era così alto che in occasione della Coppa del Mondo del 1978, giocata proprio in Argentina, il governo fu costretto a fare un accordo con queste tifoserie affinché non creassero disordini. In cambio soldi e biglietti gratuiti. Stesso accordo ripetuto nei Mondiali del 1982 e del 1994, aprendo così le porte al bagarinaggio da parte delle bande.

È praticamente impossibile depotenziare questo fenomeno, visto come si sono radicati i rapporti anche ai massimi vertici. Basti pensare alle ombre su Julio Grondona, considerato il Padrino del Calcio argentino, con le sue nove presidenze in Federazione. Nel suo mandato ultradecennale morirono 183 persone. Grondona, inoltre, permise ad alcuni tifosi di salire sullo stesso aereo che portò l'Argentina in Sudafrica per i Mondiali del 2010, nonostante fossero strapieni di carichi pendenti nei confronti dela giustizia.

Come debellare le barras bravas?

Non è facile bloccare un'organizzazione che si nutre da oltre 60 anni di una mentalità unidirezionale. Come fai a dire che da oggi certe cose non sono più permesse, a gente che è nata facendo solo in un modo? Ci stanno provando, tra esibizioni di documenti prima degli ingressi, alla limitazioni di trasferte, ma la privazione non è sempre l'arma migliore per sconfiggere un problema. Si pensò anche al chip sottocutaneo da impiantare nei tifosi, denominato Ticket Pasiòn, arrivando anche alla sperimentazione. Ma la troppa invasività del sistema ha bloccato tutto.

Far parte di una barra è qualcosa che esula il contesto sportivo. È l'appartenenza a qualcosa di così fanatico che porta a seguire, fin troppo, alla lettera questa scelta di vita. Ma negli anni questo fenomeno è diventato troppo pesante da sopportare, com'è sfiancante concepire come normale l'idea di morire dentro ad un campo di calcio.


Federico Nicastro, Neuchatel Xamax, Svizzera

Federico Nicastro, partito per lavoro, oggi è in Super League

Ci sono storie che possono essere raccontate con poche parole, per svariati motivi. Vuoi perchè ci sia poco da raccontare, vuoi perchè non c'è quell'epicità giusta nella storia. Ma non è il caso della storia di Federico Nicastro, classe 1981, professione: portiere. Ma non solo.

Mi arriva all'orecchio la voce che un italiano avrebbe stravinto, con la sua squadra, la Challenge League svizzera, ovvero la nostra Serie B. Penso subito che si tratti di uno dei tanti calciatori italiani emigrati all'estero per giocare a pallone. Ma subito qualcosa risalta all'occhio: tale Federico Nicastro ha una storia diversa dalle altre. E ora capirete perchè, visto che mi sono prodigato di mettermi in contatto con lui.

Federico Nicastro, dal calcio al casinò al ritorno al calcio

Al telefono Federico Nicastro è molto disponibile e conquista il mio cuore sportivo quando, alla mia domanda "Ma pensi di essere uno dei calciatori penalizzati dal sistema calcio?", mi dice che nel calcio, alla fine, hai quasi sempre quello che ti meriti, eccetto se hai la sfortuna di subire infortuni gravi. La carriera di Federico è transitata dall'Eccellenza fino alla C1. Ha girovagato la penisola, passando pure da piazze come Crotone (giocando con giocatori come l'ex Juventus Ogbonna e l'ex Parma Ghezzal), Lucchese e Savona. A Lucca viene insignito del titolo "miglior portiere della C2". Chiude la sua esperienza italiana nel 2012/13, quando giocava all'Ebolitana, in Seconda Divisione, dopo che alcuni suoi compagni furono aggrediti dopo una sconfitta pesante contro il Gavorrano. Lui ebbe la fortuna di trovarsi in palestra in quel momento, altrimenti sarebbe rimasto coinvolto anche lui. Questo è troppo, Federico Nicastro preferisce dire basta col calcio.

Ma la Svizzera? Calmi, calmi, ci arriviamo. Vi avevo già preannunciato come fosse una storia che ha dell'incredibile. Nel 2013, a 32 anni neanche compiuti, va a Roma per fare un corso di croupier, per cambiare nettamente vita. A corso finito, viene subito chiamato per lavorare, a tempo indeterminato, nel casinò di Neuchatel, cittadina della Svizzera francese, grazie anche alle sue abilità linguistiche. E il calcio? Non c'è tempo per il calcio, ma forse c'era ancora spazio per il destino. Una sera, al casinò di Neuchatel, c'era un tizio che parlava di calcio proprio accanto a Federico. Quest'ultimo nota diverse inesattezze in quei discorsi, al punto da lanciarsi in un "Con tutto il rispetto, ma... non credo che lei ne capisca di calcio".

"E cosa vuoi che ne capisca un croupier?!"

Federico Nicastro, portiere
Federico Nicastro in porta

Questa la frase di risposta di questo signore, che davanti sapeva di avere un croupier, ma non un ex calciatore professionista. Parola dopo parola, Federico racconta la sua storia, racconta pure di aver giocato ben due Universiadi con l'Italia, ottenendo l'argento sia nel 2007 a Bangkok (in squadra con Parolo ed Antenucci) sia nel 2009 a Belgrado. Ma se questa persona non sapeva chi fosse Federico, anche Federico non sapeva chi avesse di fronte. Questa persona ha un'azienda di medaglie, che si occupa pure di rifinire le coppe della Uefa e della Fifa. Ma ha anche una squadra, in 7° divisione, l'FC Ticino. Ed ecco subito la proposta: se giochi nella mia squadra ti assumo nella mia azienda. Federico accettò, coinvolgendo pure due suoi amici calciatori, come Aldo Perricone e Salvatore Vicari (ex Reggina in A). Il campionato fu stravinto ovviamente.

La scalata di Federico Nicastro verso il Neuchatel Xamax

Federico, a  stagione finita, lasciò sia l'Fc Ticino che l'azienda, perchè era riuscito ad entrare presso La Poste, l'equivalente delle nostre poste italiane. Nel frattempo Federico giocò con l'Audax Friuli e con il Portalban, sempre squadre svizzere delle serie minori, vincendo campionati e scalando e leghe, portandosi in 4° divisione. Ma l'occasione è dietro l'angolo. Nel luglio 2017, era di ritorno dalla vacanza in Madagascar, e lo chiama l'ex Genoa Luca Ferro, l'allenatore dei portieri del Neuchatel Xamax, nobile decaduta del calcio svizzero, che si trovava in Challenge League, ma con un passato glorioso (giocò contro l'Inter di Ronaldo in Coppa Uefa). Luca esordì dicendo:

"Ehi Federico, te la senti di fare il 3° portiere al Neuchatel Xamax in Serie B?"

Fu quasi scioccante sentire quella proposta. Lo capisco da come me lo racconta Federico. Aveva sempre avuto il pensiero, quando, in auto, costeggiava lo stadio dello Xamax, "chissà se riuscirò mai a giocare qui". Ma il sogno si allontanava, perchè l'età si faceva sentire, e le esigenze della vita portavano altrove. E invece no, Federico non aveva ancora finito con il calcio. La risposta fu affermativa e i sacrifici per godersi questa esperienza furono immensi. La mattina sveglia alle 6, alle 7.15 a Berna alle Poste, per poi rientrare a Neuchatel per allenarsi. Per i primi due mesi, fino a settembre, complice appunto le difficoltà a incastrare lavoro e calcio professionistico, Federico si allenò da solo, alle 19 con l'allenatore dei portieri. Quanti sacrifici, ma era un sogno troppo grande per lasciarlo andare.

L'esordio in Challenge League e la promozione

Bella storia, eh? Ma non è ancora finita qui, perchè le soddisfazioni saranno tante. A settembre un problema al dito mise ko il portiere capitano dello Xamax, Walthert. In Swiss Cup, contro i dilettanti dell'Echallens (quarta divisione) andò in porta il secondo portiere, che al 95' venne espulso. La gara andò ai supplementari, ma in porta, il Neuchatel Xamax, dovette mettere un giocatore di ruolo, perchè ebbe finito le sostituzioni e il nostro Federico non poté dunque esordire. Esordio che arrivò 3 giorni dopo nel big match contro il Servette, squadra che oggi conta tra le sue fila anche di Paolo De Ceglie, ex Juventus, oltre a giocatori che hanno militato nel Siviglia e nella Real Sociedad.

All'inizio Federico era un po' teso, ma un miracolo lo fece sciogliere. A fine primo tempo lo Xamax perdeva 1-2, in casa. Ma nel secondo tempo vi fu un'assedio da parte del Neuchatel che voleva portare a casa il derby. Alla fine, grazie ad un gol in zona cesarini, il Neuchatel vinse 3-2. Fu un gioia incredibile, soprattutto per Federico Nicastro che non giocava un match di livello da 5 anni, rispondendo alla grande. Il portiere nativo di Certaldo giocherà anche la gara successiva a Winterthur, mantenendo la porta inviolata nella vittoria dello Xamax. Il Neuchatel vincerà un campionato senza rivali, lasciando oltre venti punti sulla seconda in classifica, lo Schaffausen. Federico Nicastro giocò anche la gara contro il Rapperswil di maggio, ottenendo un altro clean sheet, e godendosi la sua 8° promozione in carriera. Un autentico talismano.

La Super League che verrà, da protagonista con il Neuchatel Xamax

La dirigenza del Neuchatel Xamax questo lo sa, ed è per questo che ha rinnovato di un anno il contratto a Federico, facendogli coronare il sogno di vivere una stagione nella massima serie elvetica, confrontandosi contro realtà incredibili come Basilea e Young Boys, girovagando la Svizzera tra Lugano, San Gallo, Zurigo e Lucerna.

Neuchatel Xamax, Federico Nicasto
La festa del Neuchatel Xamax per la promozione

Il sogno della Super League non permetterà comunque a Federico Nicastro di distogliere lo sguardo dalla realtà, ed è per questo che continuerà il suo lavoro alle poste, continuando a frequentare un corso di contabilità che gli possa dare nuove opportunità in futuro. Questa, mi fa notare, è la vera differenza tra i giocatori in Svizzera e in Italia: molti calciatori che militano in Lega Pro o in D non percepiscono che il calcio potrebbe non essere il mestiere che darà loro il pane. Così facendo molti in Italia si cullano su questa cosa (malgrado in Lega Pro alcuni prendano €1000 al mese), mentre in Svizzera moltissimi giocatori hanno anche un lavoro oltre a giocare a calcio.

Tutto questo Federico lo ha imparato sulla sua pelle, essendo stato prima un uomo emigrato all'estero, e poi dopo anche un calciatore emigrato all'estero. Come una roulette, giro dopo giro, la sua avventura l'ha portato a vivere un sogno, dopo averlo coltivato per 30 anni, con mille sacrifici e con il supporto della sua ragazza, toscana come lui, con cui vive a Neuchatel. Federico è pronto a non perdersi un secondo di questa meravigliosa partita chiamata vita, dopo averci insegnato, mediante questa storia, la sua, che non bisogna mai smettere di crederci.

Grazie per questa storia, la tua. In bocca al lupo Fede!


Red Bull Salisburgo

Dentro il mondo del Red Bull Salisburgo

Al 60' di Salisburgo - Lazio, con il risultato sull'1-1 (3-5 per i laziali se consideriamo l'andata), Simone Inzaghi era un uomo ad un passo dalla qualificazione. Ma ho capito, non so perchè, che quella gara la Lazio non l'avrebbe superata uscendone indenne. C'era qualcosa di mistico nel gioco degli austriaci. Attenzione, nulla di trascendentale, ma semplicemente autodeterminazione trasmessa dagli spalti della Red Bull Arena di Salisburgo. Pur conoscendo la storia del Salisburgo, ieri sera ho avuto la prova provata di come quel sorpasso, poi avvenuto, è tutt'altro che figlio del caso. La Lazio, col suo crollo, ci ha messo tanto, tantissimo del suo. Ma un attento osservatore è riuscito a capire come il Salisburgo ha un mondo, dentro sè, tutto da scoprire.

Nel 2005 la vecchia Austria Salisburgo diventa Red Bull Salisburgo: il produttore della bevanda energetica più famosa al mondo, l'austriaco Dietrich Mateschitz decide di investire pure nel calcio, dopo i successi in Formula 1 e nell'hockey sul ghiaccio. E non si fermerà solo agli austriaci, coinvolgendo pure la città di Lipsia, formando l'RB Lipsia, con risultati clamorosi.

Il Salisburgo, più forte delle perplessità

Le criticità del progetto Salisburgo sono rappresentate dalla doppia posizione che mantiene Mateschitz, che detiene la proprietà di RB Lipsia e RB Salisburgo. Questo non è molto apprezzato dai tifosi che temono, soprattutto gli austriaci, un maggiore interesse per l'altra squadra della proprietà. Fa discutere infatti che è già capitato che dei giocatori del Salisburgo fossero passati ai tedeschi del Lipsia: ben 11, tra cui Naby Keita fra tutti. La UEFA vieta un possibile incontro in competizioni ufficiali tra due club che hanno la stessa presidenza, ma il magnate austriaco si è prodigato a sostenere come il Salisburgo ha solo una normale sponsorizzazione di Red Bull.

Stride un po' a dire il vero, ma l'uscità dall'Europa League dell'RB Lipsia ha fatto fare un respiro di sollievo a molti. Gli ultras storici del vecchio Austria Salisburgo, inoltre, non si vedono identificati nell'RB Salisburgo, ragion per cui è stato fondato, anni fa, l'SV Salisburgo, che oggi milita in terza serie. Fra l'altro la storica maglia bianco lilla resterà all'SV, mentre il RB passerà ad una casacca bianco rossa

L'inizio del successo del Salisburgo

Dal 2005 ad oggi il Salisburgo ha vinto 8 scudetti, superando rivali storiche come Sturm Graz o le due squadre di Vienna, l'Austria e il Rapid. In questi anni sulla panchina austriaca passa pure un certo Giovanni Trapattoni, con Lothar Matthäus a fare da vice. Sebbene la svolta arriva con il duo Rangnick - Schmidt.

Dopo la sconfitta ai preliminari di Champions League nel 2012, contro gli sconosciuti campioni del Lussemburgo, il RB Salisburgo, riparte davvero da zero. In panchina c'è Schmidt (che farà faville al punto da esser chiamato a guidare il Bayer Leverkusen), in Germania, mentre negli scranni della dirigenza austriaca capeggia Ralf Ragnick, ex calciatore tedesco, che, contribuì a portare l'Hoffenheim dalla terza divisione alla Bundesliga.

Ragnick, insieme al tecnico, imposterà la vera filosofia, che abbiamo visto anche ieri, del Salisburgo: pressing offensivo che costringe gli avversari a giocare senza pensare il più delle volte. Il possesso palla degli austriaco parte molto lentamente, aumentando la velocità d'esecuzione man mano che si avanza verso la porta avversaria. Ma sarà il nuovo allenatore, proveniente dalle giovanili, a imprimere maggiore funzionalità nel gioco del Salisburgo. Ecco chi è Marco Rose.

Marco Rose, la sua mano su questo Salisburgo

Proprio perchè il Salisburgo voleva conservare la sua mentalità homemade ha puntato su un tecnico di casa, il classe '76 Marco Rose, di Lipsia. In 140 gare di giovanili col Salisburgo ha perso solo 7 gare. Ma la sua perla è stata la vittoria della Youth League lo scorso anno, con il Salisburgo U19, battendo tutte le corazzate europee. Questa è la sua prima stagione e i suoi risultati sono sotto gli occhi di tutti: primo nella Bundesliga austriaca, dentro alle semifinali di Coppa d'Austria ed Europa League. Il gioco di Rose richiede un gran lavoro dei terzini e degli interni di centrocampo,m in fase di possesso. Si vede spesso infatti un gioco diagonale quando gli austriaci costruiscono l'azione. Inoltre gli uomini di attacco sono tutti prettamente mobili, donando all'azione offensiva una certa coralità e imprevedibilità. Questa squadra ha finora perso solo una gara in campionato, ad inizio stagione, e l'andata contro la Lazio, in Europa League.

Il Salisburgo non gioca per subire un gol in meno, ma per farne uno in più. Ecco spiegato il senso di un 4-3-1-2, che da spazio a molti interpreti quando si è nella fase offensiva. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre solo a Rose questo exploit: dietro c'è un lavoro importante ed eccellente in termini di scouting. Da qui passò anche un giovanissimo Sadio Manè. Tuttavia fa impressione come lo staff di Rose sia giovanissimo: alcuni collaboratori hanno solo 25 anni, come il suo assistente Renè Maric, ingaggiato dopo che Rose ha letto un articolo, scritto da Maric su Spielverlagerung, sulla squadra Under 18 dello stesso Rose. CI mancava che dietro una squadra simile non si celassero simili favole.

Tutti pazzi per i gioielli del Red Bull Salisburgo

Il Salisburgo ha gli occhi puntati da mezza Europa sui suoi giocatori, che non sono più delle sorprese. A partire dal classe '93 Valon Berisha, centrocampista centrale e leader degli austriaci. GIocatore di quantità e qualità, inoltre è il primo storico marcatore per la nazionale del Kosovo. Da segnalare la mezzala, di soli 20 anni, Amadou Haidara, ieri in gol dalla distanza contro la Lazio, nativo del Mali. Inoltre PSG, Marsiglia e Borussia Dortmund sarebbero sulle tracce del regista Semassekou, così come lo stesso Schlager ha parecchie richieste. Ma è la coppia d'attacco che attira moltissimo: l'israeliano Dabbur e il sudcoreano Hwang Hee-Chan rappresentano le vere stelle di una squadra che non vuole smettere di stupire. Da notare come, a parte Walker e Ulmer, tutta la squadra ha al massimo 26 anni.

Adesso per il Salisburgo c'è il Marsiglia, altra squadra che gioca benissimo in questa Europa League, guidata da Rudi Garcia. Sarà uno scontro a ritmi altissimi, con gli austriaci pronti a vendicare i cugini del Lipsia, usciti fuori dalla competizione proprio per mano dei francesi. Ma comunque andrà, sono certo che sentiremo parlare parecchio di Rose, dei suoi giocatori e del progetto del Salisburgo. E magari l'anno prossimo se ne accorgerà pure chi preferisce seguire solo la Champions League e si stupirà di questa banda quasi perfetta.


Domenico Tedesco, Schalke 04

In Bundesliga tutti pazzi per l'italiano Domenico Tedesco

La vita a volte è talmente buffa che riesce a riservare storie incredibili: questa è la storia di Domenico Tedesco. L'enfant prodige degli allenatori in Germania è un italiano che di cognome va "Tedesco". La storia dell'allenatore dello Schalke 04 meriterebbe molta più attenzione. All'estero non abbiamo solo Conte, Mancini, Ranieri. All'estero abbiamo un allenatore che è primo in Bundesliga. Ok, lo so, è secondo, ma al primo posto ci sta il Bayern Monaco, club abituato a fare campionati a sè. Quindi, senza i bavaresi, Domenico Tedesco, sarebbe primo in Bundesliga. A 32 anni.

Domenico Tedesco, dalla Calabria alla Mercedes

Perché non abbiamo mai sentito parlare di Domenico Tedesco? Probabilmente perchè gli unici che conoscevamo erano Giovanni e Giacomo, mentre Domenico non ha fatto neanche il calciatore, se non all'ASV Aichwald, squadra di un paesino di 7mila abitanti della provincia di Stoccarda, militante tra 7° e 8° divisione. Domenico Tedesco è nativo di Rossano Calabro, provincia di Cosenza: a soli due anni i suoi genitori decisero di partire dalla Calabria per tentare fortuna in Germania. Il padre trovò lavoro nella stamperia Esslinger Zeitung, mentre Domenico, insieme al fratello Umberto, si integrò perfettamente nel sistema tedesco.

Domenico ha sempre avuto una visione calciocentrica: a soli 14 anni, grazie ad uno stage realizzato proprio dall'Esslinger Zeitung, riuscì a seguire meglio le squadre di calcio di quella regione. Un giorno partecipò ad una conferenza stampa dello Stuttgarter Kickers, riuscendo a fare una domanda, molto apprezzata dai giornalisti in sala, al tecnico Michael Feichtebeiner. Questo tipo di episodi portarono Domenico ad investire in questo mondo. Tuttavia lasciò sempre un'occhio aperto al resto del mondo: si è laureato in ingegneria industriale, conseguendo pure un master in gestione dell'innovazione. Il ragazzo calabrese trovò successivamente impiego alla Mercedes.

Il calcio secondo Domenico Tedesco

Ma il calcio restava la sua più grande passione, tant'è che a soli 25 anni debuttò sulla panchina dell'ASV Aichwald, come vice allenatore. Qualche anno dopo si aprirono le porte dell'U-17 dello Stoccarda. I risultati furono sorprendenti, ottenendo una media punti di 2.06 a partita. Nonostante avesse fatto benissimo e raccolto proseliti (Andreas Hinkel, ex difensore dello Stoccarda ammette come Domenico Tedesco abbia qualcosa che altri non hanno), lo Stoccarda non gli rinnovò il contratto. Allora Domenico si spostò più ad ovest e si accasò nell'U-16 dell'Hoffenheim.

Lì conobbe Julian Nagelsmann, uno che promette di fare sfracelli (e li farà), nonostante sia giovanissimo, proprio come Tedesco. Julian guidava l'U-19. Nel 2016 l'allenatore della prima squadra dell'Hoffenheim, Huub Stevens, fu costretto a lasciare per motivi di salute. Prese il suo posto Julian Nagelsmann (diventando il tecnico più giovane della storia della Bundesliga a 28 anni), mentre Domenico Tedesco rilevò il posto del suo giovane collega in U-19.

Nagelsmaan e Tedesco proprio in quelle settimane stavano svolgendo i corsi alla DFB-TrainerAkademie, ovvero la Coverciano tedesca che rilascia i patentini per poter allenare i club professionistici in Germania. Entrambi passarono gli esami. Il miglior punteggio fu quello di Tedesco, il secondo di Nagelsmann. Il calabrese affermò che non sempre il miglior punteggio va ai migliori: modestia o scaramanzia? Ad ogni modo mentre Nagelsmann faceva benissimo con l'Hoffenheim, portandolo pure ai preliminari di Champions,  l'8 marzo 2017 arrivò la chiamata per Tedesco che non ti aspetti: l'Erzgebirge Aue, nella B tedesca, deve salvarsi dalla retrocessione, dopo aver cacciato il bulgaro Dotchev, che aveva lasciato il club sassone a 5 punti dalla salvezza a 11 gare dalla fine.

L'esordio professionistico di Domenico Tedesco

L'apporto di Domenico Tedesco al club tedesco fu fenomenale: con il suo 5-4-1 e un gioco tutto verticale, arrivarono 20 punti su 33, con una media di 1.82 punti a gara. La squadra si salvò e il presidente dell'Aue, Helge Leonhardt, capì di avere un fenomeno in panchina:

«Non siamo abbastanza per lui, è uno che deve appartenere alla Bundesliga».

Il salto in Bundesliga è logico, ma non ci si aspettava che ad affidarsi a Tedesco sarebbe stato un club di fascia medio alta: lo Schalke 04, da nobile decaduta, senza coppe per la prima volta in 8 anni, vede nel giovanissimo tecnico, una scintilla che potrebbe far riaccendere gli entusiasmi smarriti a Gelsenkirchen, e lo ingaggia. È stato subito un mix tra favolismo e scettismo: addirittura sul quotidiano Die Welt fu stato scritto: «Visto che è nato in Calabria, Tedesco non dovrebbe avere difficoltà a imporsi in un ambiente difficile come lo Schalke». D'altronde il presidente, Clemens Toennies, e il ds dello Schalke 04 non sono caratterizzati da una particolare voglia di aspettare risultati. Eppure, Joachim Loew, CT della Germania, ha subito benedetto il baby allenatore, prospettandogli un futuro radioso.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: 2° in Bundesliga, davanti a Borussia Dortmund, Eintracht Frankfurt, Bayer Leverkusen e RB Lipsia, in semifinale di Coppa di Germania contro l'Eintracht Frankfurt. Un ruolino di marcia impressionante per chi da solo un anno allena nel calcio professionistico, sensazionale che l'allenatore in questione sia un classe '85. Domenico Tedesco sta comunque potendo contare su calciatori di livello, su tutti Mayer e Goretzka, passando per Burgstaller, Bentaleb, Konoplyanka, l'italo tedesco Caligiuri e per lo juventino Marko Pjaca. Nota dolente il controverso rapporto con lo storico  capitano storico Benedikt Howedes, a cui Tedesco aveva tolto la fascia dandola al portiere Fahrmann. Poi proprio qualche giorno dopo il difensore tedesco si trasferì alla Juventus.

Quale sarà il futuro di Domenico  Tedesco?

Il futuro di Domenico Tedesco è tutto da gustare, specie perchè sarà interessante dove potrà arrivare questo giovane ragazzo partito dalla Calabria per conquistare la Germania intera. E dire che un opinionista tedesco di vecchia data lo aveva accostato a Karl-Heinz Marotzke. Quest'ultimo fu allenatore dello Schalke 04 nel 1967 e, prima dell'avvento di Tedesco, era il tecnico più giovane della storia dei Knappen. Il rendimento di Marotzke?  Una vittoria in tredici gare. Un disastro che lo portò ad abbandonare per sempre certi palcoscenici importanti. Mi dispiace caro opinionista, qui abbiamo qualcuno di una classe superiore, che legge le partite come se stesse leggendo un vangelo. E ha il sangue italiano.


Baghdad, Iraq, Stadio

Un mega stadio sorgerà in Iraq per una scommessa persa

Spesso associare il calcio ad un territorio martoriato come l'Iraq risulta cosa molto difficile. Tuttora la FIFA non permette di giocare la totalità degli incontri casalinghi sul suolo iraqeno. C'è da dire che negli ultimi anni la decadenza della dittatura ha favorito l'espansione calcistica dell'Iraq in ambito calcistico. Ma è l'amichevole contro l'Arabia Saudita dello scorso 28 febbraio a dare una clamorosa svolta al calcio iraqeno.

Iraq e Arabia Saudita, dai rapporti tesi alla riappacificazione

Prima di parlare di questa amichevole bisogna fare una premessa storica, affinché si possa dipingere il giusto contesto. Solo ultimamente Iraq e Arabia Saudita sono ritornate ad avere buoni rapporti. I due Paesi sono rimasti divisi dal 1990, quando l'esercito iraqeno invase il Kuwait. Da allora le due Nazionali di questi due Paesi non si sono mai, logicamente, scontrate. I rapporti solo ultimamente si sono distesi, tant'è che l'Arabia Saudita è stata la prima a giocare un'amichevole sul suolo iraqeno, sin dai tempi della guerra del Golfo. Come ben capite, in un posto che ha conosciuto guerra e morte, anche il calcio pulsa di vita.

Leggi pure "L'Henningsvaer Stadion, lo stadio più bello del mondo"

Tornando alla partita, i più quotati sauditi (i quali parteciperanno a Russia 2018) hanno perso in amichevole al tutto esaurito (e ci mancherebbe) "Bassora Sports City Stadium" per 1-4, davanti a oltre 60mila spettatori. Un autogol di Al Yami, un gol di Emad Mohsin e una doppietta della stella 17enne Mohanad Ali Kadhim (detto "il Torres d'Iraq", seguito da diversi club europei), hanno sancito la clamorosa vittoria dell'Iraq. Ma è a fine partita che arriva la vittoria più bella, la notizia che ha dell'incredibile, e ad annunciarla è il Primo Ministro iracheno Hayder Al-Abadi:

“Ho ricevuto una telefonata dal Re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abdul Aziz. Si è voluto complimentare per la vittoria della Nazionale irachena ed ha espresso la sua volontà e il suo impegno ad espandere le relazioni positive tra Iraq e Arabia Saudita in diversi ambiti di interesse comune per i due Paesi, tra cui quelli economici, commerciali, comunitari e culturali. Ha anche offerto il contributo dell’Arabia Saudita per costruire uno stadio principale in Iraq capace di ospitare 135mila spettatori

Uno stadio per la scommessa persa del Re dell'Arabia Saudita

Come riporta il Sun, il re dell'Arabia Saudita, Salman bin Abdul Aziz aveva scommesso prima del match col primo ministro iraqeno: "se perdiamo vi costruiamo uno degli stadi più grandi al mondo". Tant'è che non si parla solo di 100mila spettatori come annunciato dapprima, ma, come ha ammesso lo stesso reale saudita, ma di una capienza di 135mila spettatori. Il nuovo stadio iraqeno, nato per una semplice scommessa, sarà, in termini di grandezza, secondo solo a quello di Pyongyang: il "Rungrado May Day Stadium" puo' ospitare 150mila spettatori.

Ma i buoni rapporti tra Iraq ed Arabia Saudita non si sono manifestati solo con questa bizzarra scommessa: l'Arabia Saudita si è offerta di ospitare le prossime gare interne dell'Iraq, in attesa che la FIFA annulli il divieto, in vigore dal 1986, di far giocare le partite casalinghe su territorio iraqeno. Fra l'altro lo stadio dove giocarle ce l'avranno, e che stadio...


Antoine Viterale, Hougang United

Antoine Viterale, un italiano tra Hong Kong e Singapore

Non ricordo esattamente come mi sono imbattuto in Antoine Viterale, ma benedico il momento in cui l'ho fatto perchè la sua storia è una delle più interessanti in ambito calcistico, tra quelle meno conosciute. E' molto probabile che non ne abbiate mai sentito parlare. In giro c'è davvero poco su questo ragazzo italo-francese, ma la sua storia merita di essere raccontata.

Papà italiano, mamma francese, Antoine Viterale è un classe '96 nato e cresciuto ad Hong Kong. Questo giovane attaccante ha sempre vissuto un legame magico che gli ha fatto fare spesso la spola tra Europa e Asia. Antoine Viterale ha peregrinato in diversi settori giovanili in Europa: Fc Lugano, Espanyol e poi tanta Italia. Dopo essere stato ad un passo dal trasferimento all'Inter, l'italo francese è stato prima acquistato dal Chievo Verona, per poi, dopo una stagione, andare dai cugini dell'Hellas. Tutta questa trafila è da intendersi come settore giovanile. Oggi, come professionista, gioca nell'Hougang United, una delle squadre più importanti della serie A di Singapore. Ho avuto modo di intervistarlo, e colgo l'occasione per ringraziare la sua disponibilità.

Antoine Viterale da Hong Kong all'Italia, passando per Jetcoin

Posso dire che le esperienze italiane sono state fantastiche perché tutte mi hanno reso la persona che sono oggi. Tuttavia non nasconderò il fatto che avrei voluto fare le cose in modo diverso e fare le cose a modo mio piuttosto che nelle mani di persone cattive. Ma sono molto contento di dove sono ora, ho imparato dai miei errori e so cosa devo fare quando la possibilità arriverà di nuovo.

Queste le parole di Antoine, che denotano un certo disappunto per tutte quel discorso che spesso si fa sul calcio giovanile: non di rado ronzano attorno ai giovani talenti delle persone che hanno ben poco che spartire con il calcio, e che non hanno il bene del calciatore come principale interesse.

Antoine Viterale, Chievo
Antoine Viterale al Chievo Verona

Il nome di Antoine Viterale, con la sua esperienza col Chievo Verona, è inevitabilmente legato a Jetcoin. Quest'ultima è una piattaforma digitale asiatica dedicata all'investimento di giovani calciatori per mezzo delle cryptovalute. Jetcoin nel 2014 raggiunse uno storico accordo con il Chievo Verona, e che portò in dote proprio il giovane ragazzo di Hong Kong. Le cose purtroppo a Verona, tra Chievo e Verona, non andarono molto bene.

Da ragazzino di Hong Kong, avrei fatto qualsiasi cosa che mi avrebbe aiutato a realizzare il mio sogno. Le cose alla fine hanno preso una brutta piega tra Jetcoin e il club, ma non avevo idea in quel momento. Allo stesso tempo ho avuto un brutto infortunio e ho iniziato a frequentare persone sbagliate.   Nel mercato di gennaio ho preso una decisione difficile, prima di lasciare il Verona e poi Jetcoin. Tuttavia auguro ogni bene al Verona e a Jetcoin per il futuro.

Antoine Viterale voleva solo fare un'altra strada, seppur rimpiangendo l'opportunità avuta, anzichè essere additato come l'emblema di Jetcoin.

La rivincita di Antoine Viterale passa da Singapore

La carriera di Antoine va oltre questa esperienza italiana, e oggi l'attaccante è voluto ripartire da Singapore, dove è trattato con i guanti gialli.

Dal primo giorno sono stato accettato dalla gente di Singapore e mi piace la mia nuova vita. Sono un popolo appassionato al calcio. Oltre al proprio campionato seguono la lontanissima Premier League inglese.

Giocare a Singapore non è facilissimo. Non ci sono le strutture europee e a volte il clima non aiuta con le sue calde temperature, anche se Antoine ammette di star imparando moltissimo giocando nell'Hougang: ci sono diversi giocatori talentuosi. E' un'esperienza che consiglia vivamente, perchè a volte un'esperienza calcistica è più che una semplice scelta sportiva.

Antoine Viterale, Hougang United
Antoine Viterale all'Hougang United

Molti giocatori vengono a Singapore per soldi, ma si rendono subito conto che è una realtà di tutto rispetto. Singapore spesso è sinonimo di business e la sua perfetta armonia tra gente di origine cinese, malese e indiano è una delle cose che rende Singapore speciale agli occhi di Antoine.

E il futuro di Antoine Viterale?

Antoine precisa subito che il suo futuro dipende da lui, che ci sono state delle sirene europee che lo volevano di ritorno nel Vecchio Continente, ma il giocatore originario di Hong Kong ha preferito rimanere a Singapore, crescendo per diventare maggiormente pronto, e magari un giorno ritornare in Europa. Nel frattempo si gode la magnifica atmosfera che vive nell'Houngang. I suoi compagni scherzano con lui, rimarcandogli la mancata qualificazione ai Mondiali dell'Italia: meno male che Singapore non si è qualificato altrimenti Antoine sarebbe caduto in depressione per gli sfottò.

Voglio chiudere rimandandovi ai suoi canali social (Facebook, o cercando"@AViterale" su Twitter, e Instagram) per seguire la sua carriera e portare le mie conclusioni con una frase che mi ha confidato Antoine e non voglio ulteriormente commentarla o inquadrarla. Lo faccio perchè vi voglio lasciare con la consapevolezza di avere letto una storia più unica che rara e che possa essere di buon auspicio per Antoine Viterale.

"Il mio obiettivo finale è di tornare nella massima serie in Europa. Devo dimostrare a me stesso che posso farcela, ma se dovessi giocare il resto della mia carriera qui in Asia sarò un uomo felice perché, da bambino da Hong Kong, il mio sogno era diventare un giocatore professionista. Sono qui perché voglio fare grandi cose, e restituire al calcio asiatico. Sono loro che mi hanno aiutato nelle mie origini, ho l'Asia nel sangue.".


Calcio, Musica

Il calcio è la musica della mia vita

“Sono Andrea, italiano che vive in Belgio. Mi piacciono il calcio e la musica”.

Da parecchio tempo utilizzo questa frase per descrivermi con poche, pochissime, parole. D'altronde se ne usi di più la gente smette di seguirti. Mica sei una canzone o una partita di calcio. E' proprio questo il limbo che vivo da sempre: essere appassionato di musica e calcio. Quasi mai ho trovato gente che seguisse queste passioni nel modo esagerato in cui lo faccio io. Fare il 7x30 di Sarabanda o elencare l'ordine di chi tirava i rigori di Italia-Brasile del 1994. Facile uguale. Che differenza c'era?

Eppure mi dicevano che chi amava la vera musica non avrebbe mai seguito il business pallonaro, e, di contro, mi dicevano che chi amava il calcio non poteva perdere tempo dietro canzonette. Quindi, in sostanza, o amavi Ronaldinho o amavi Bob Marley. O amavi Paul McCartney o amavi George Best. O amavi Schillaci o amavi Modugno. Io non ci credevo. Ma purtroppo vedevo com'era impossibile trovare persone come me. E allora ho immaginato che musica e calcio fossero come le corsie di un autostrada: con entrambe sfrecci velocissimo, ma ognuno ha la sua direzione opposta da prendere. E forse avevano ragione loro.

Calcio e musica, due lingue che parlano la stessa emozione

Fin quando questa tesi fu definitivamente smontata in me. Era il 13 giugno del 2017. Stavo guardando un amichevole di fine stagione, un Francia Inghilterra da infradito, senza che ci fosse nulla in palio. Vedo disposta la banda, ma qualcosa di insolito accadde. Nè la Marsigliese,God save the Queen. La banda della Guardia Repubblicana francese riproduceva Don't look back in anger degli Oasis, per omaggiare le vittime inglesi nel terribile attentato del 22 maggio a Manchester.

Cantai a squarciagola, perchè tutti potessero udire come calcio e musica siano una cosa sola. Cantavo a squarciagola proprio come quei tizi in tribuna, inglesi e francesi, che sembravano essere tutti amici miei per come conoscevano musica e parole, mentre attendevano una partita di calcio. Una delle poche volte in cui vidi tifosi avversari cantare abbracciati insieme.  Il calcio li ha fatti giungere lì, la musica li ha fatti abbracciare.

Da allora la canzone degli Oasis divenne la canzone della solidarietà per gli inglesi. E dire che i fratelli Gallagher, tifosissimi del Manchester City, sono tutto fuorché campioni di simpatia, ma sono riusciti dove io ho fallito sempre: dimostrare che calcio e musica sono due note dello stesso campo di calcio.

Vivere le passioni per render più semplice la vita di tutti i giorni

Quando, qui in Belgio, sono in giro, e m'imbatto a parlare con una persona del luogo e magari non ci capiamo, io rompo il ghiaccio e dico che sono italiano, che vengo dalla Sicilia: non dicono più "Ah, pizza, spaghetti e mafia", ma "Andrea Pirlo" o "Totò Cutugno", e iniziano subito a sorridere. E tutto diventa più facile.

Ok, del Totò nazionale ne avrei fatto anche a meno, ma me lo tengo stretto comunque. E' grazie anche a lui, e grazie a Pirlo, ma più largamente al calcio e alla musica, se non guardo più indietro con rabbia, mentre abbraccio un nuovo amico, che fino ad un istante prima neanche conoscevo. Come quel giorno lì, dove alcuni erano inglesi, altri erano francesi, ma tutti erano fratelli.


Ostersund

La favola dell'Ostersund: arte, solidarietà e vittorie

Nella bolgia dei gironi di Europa League si è visto un po' di tutto. Goleade, sviste arbitrali, campi inadeguati e tifoserie infernali. D'altronde se ci stanno 48 squadre in 12 gironi puoi accadere ogni cosa. Ed è per questo che rischia di passare inosservata l'impresa dell'Ostersund, visto che sembra uno dei tanti nomi di squadre semisconosciute. Ultimamente se si parla di qualcosa legato alla Svezia storciamo tutti un po' il muso. Tuttavia la storia della squadra della città più a Nord dell'Allsvenskan, la Serie A svedese, è un qualcosa che va raccontato. Anche perchè so già che non avete sentito nulla di simile.

Ostersund, un miracolo senza precedenti

Ostersund, vi dicevo, è una città di 50mila abitanti del centro-Nord della Svezia, che non ha mai avuto una grandissima storia nel calcio. Perchè? Perchè è nato solo nel 1996, dalla fusione di tre piccoli club, Ope IF, IFK Östersund e Östersund/Torvalla FF. I risultati però non arriveranno, al punto che nel 2010 l'Ostersund sguazzava nei bassifondi dilettanteschi. Il presidente, Daniel Kindberg, stava per mollare, quando i giocatori lo pregarono di restare al timone, altrimenti sarebbe saltato qualunque progetto sportivo. Ci pensò sopra il presidente e decise di ripartire, con un budget annuale di 300mila euro. Ma la svolta era davvero dietro l'angolo, ed ha un nome ben preciso: Graham Potter.

Graham Potter, il mago di Solihull

Per la panchina dell'Ostersund fu scelto un professore inglese dell'università di Leeds. Carriera modesta da calciatore, con sole 8 gare in Premier con il Southampton, e neanche da allenatore aveva chissà quale invidiabile curriculum. Ma c'è un però. Graham Potter ha un master in «Leadership e intelligenza emozionale». Dettaglio trascurabile? Non credo proprio. Tra Potter e Kindberg nasce un binomio che parte dal calcio ma che sfocia nell'umano. Inizieranno così degli allenamenti totalmente alternativi: oltre ai classici allenamenti in campo, la società organizzerà dei veri e propri momenti legati all'arte e alla cultura. I giocatori vengono coinvolti in attività creative per stimolare l'individuo singolare, capace di tirar fuori un estro che non conosceva, nonchè per accrescere la compattezza del gruppo.

Graham Potter, Ostersund
Graham Potter, Ostersund (fonte The Times)

E quindi se sei un giocatore dell'Ostersund è probabile che hai dipinto, che hai scritto libri, che hai realizzato balletti, che hai organizzato una mostra. Oppure più semplicemente che hai visto dopo gli allenamenti l'immancabile Lago dei Cigni di Ciaikovskij, autentico cavallo di battaglia del presidente Daniel Kindberg. E' stata pure fondata, sempre dall'accoppiata Kindberg-Potter, una Culture Academy per la comunità locale, oltre che per i calciatori che vengono da diverse parti del mondo (Iraq, Isole Comore, Ghana, Gambia). Risultato? In due anni si passerà dalla 4° alla 2° divisione. Tre anni dopo il debutto nella massima serie.

Ma non solo creatività. I giocatori dell'Ostersund sono stati impegnati in attività solidali davvero particolari. Hanno regalato biglietti per le gare interne ai rifugiati, o addirittura li facevano entrare durante gli allenamenti. Ma la cosa che più mi ha colpito è stato il realizzare dei turni di ronda nelle strade per assistere le donne che da sole dovevano rientrare a casa di sera. Parliamo di gente che viene stipendiata in media 40-50mila euro l'anno.

Ostersund, una scalata inarrestabile

In 7 anni la squadra è passata da allenamenti notturni e gare casalinghe tra i dilettanti con 300 spettatori, al pienone che registra continuamente la Jamtkraft Arena (8500 posti a sedere) e una squadra in grado di vincere la sua prima Coppa di Svezia, battendo 4-1 il Nörrkoping in finale. Ma questa squadra non vuole smettere di stupire. Dopo aver eliminato ai preliminari di Europa League il Galatasaray, adesso ha superato anche la fase a gironi, estromettendo i tedeschi dell'Herta Berlino.

Sarà un modo anche per mettere in mostra giocatori di valore come il capitano Brwa Nouri, Fouad Bachirou, ma soprattutto lo svedese Saman Ghoddos, che ha già attirato l'attenzione di club blasonati. Ma permettetemi di evidenziare ancora il ruolo dell'allenatore Graham Potter: con un cognome simile solo una magia poteva stravolgere tutto, una magia che sembra non voler affatto venire via.

 


Stefano Beltrame, Juventus

Stefano Beltrame, rinato in Olanda per tornare alla Juve

Oggi ho il piacere di parlarvi di Stefano Beltrame. Il piacere sia perchè parliamo di un gran bravo ragazzo, sia perchè quando un talento si ritrova è una vittoria per tutti. L'ho contattato telefonicamente e ne è venuta fuori una piacevole conversazione, in cui ho subito notato la serenità che il ragazzo di Biella pare davvero aver riacquisito. E' dovuto andare via dall'Italia per ritrovarsi, precisamente in Olanda.

Stefano Beltrame, gioiello della Juventus

Stefano Beltrame è un trequartista, una seconda punta, classe '93, prodotto del vivaio della Juventus. Dopo l'esordio nel 2013 in Serie A contro il Genoa, che gli ha permesso di fregiarsi dello scudetto conquistato dai bianconeri, ha girato diverse squadre. Bari, Modena, Pro Vercelli, Pordenone. Poi ha voluto dire basta. Non ne voleva sapere di voler provare in Italia. Aveva proprio bisogno di andare lontano per ritrovarsi.

La cosa che più ho apprezzato di Stefano al telefono, è stato che lui non ha additato ad altri le colpe di una sua presunta consacrazione mancata. Ma punta il dito contro sè stesso. Il suo approccio non era quello giusto: non bastava essere un giocatore della Juventus Primavera. Inoltre una serie di infortuni non lo hanno di certo aiutato. Lì, l'incontro decisivo con il suo procuratore, Carlo Alberto Belloni, che diventa soprattutto un amico che sa portarlo sulla retta via.La svolta in Olanda di Stefano Beltrame

Ed ecco che Stefano svolta, va in Olanda, al Den Bosch, squadra della Eerste Divisie, la B olandese, in cui incanta con le sue giocate e con i suoi assist ai compagni. Maglia numero 10 e sgroppate "alla Kakà", non a caso suo idolo. La sua eccelsa stagione gli è valsa la chiamata del Go Ahead Eagles, nobile olandese decaduta. Il club di Deventer a fine campionato ha voluto subito aggiudicarsi le prestazioni di Stefano Beltrame, per tornare in Eredivisie.

Come successe con Gianluca Scamacca, di cui vi parlai QUI, l'aria olandese ha fatto benissimo al nostro Stefano. Apprezza di quella terra molto lo stile di vita e la serenità che questo posto gli imprime. "La gente ha sempre tempo per un sorriso", è la sua frase che mi fa capire quanto sia stata giusto per lui andare in Olanda. A questo ragazzo serviva una cosa semplice: la continuità. E lì gliel'hanno concessa, ripagando alla grande. Sono campionati in cui la politica dei giovani non è effimera, e tutte le squadre provano a giocare per vincere. Questo tipo di approccio fa tirare il meglio a giocatori tecnici come Stefano.

Il futuro di Stefano Beltrame

E il futuro? Ho volutamente tralasciato un particolare assai importante: Stefano Beltrame è un giocatore della Juventus. Ha un contratto fino al 2020. Finora si è spostato solo in prestito secco. Segno inequivocabile che la Juventus crede nella crescita del ragazzo. Solitamente le squadre di Serie A, dopo un paio di anni, dismettono i contratti coi giocatori della Primavera su cui non puntano.

Stefano Beltrame, Juventus Primavera
Stefano Beltrame, Juventus Primavera

Ma non è il caso di Stefano Beltrame, che dichiara apertamente come il suo obiettivo sia tornare alla Juventus. Ripercorrendo magari le orme del suo ex compagno di giovanili Leonardo Spinazzola. Anch'egli '93, che dopo aver girato parecchio, è cresciuto notevolmente, al punto da tornare nelle idee della Vecchia Signora.

Magari al biellese servirà una gran stagione al Go Ahead Eagles, al punto che possa arrivare una chiamata dall'Eredivisie o da qualche squadra di Serie A. I presupposti per fare bene ci sono tutti. D'altronde si dice spesso che "si parte per vedersi ritornare", e Stefano Beltrame sembra stia facendo tutti quei passi necessari per correre verso casa.

In bocca al lupo, Stefano!


Andorra, Ildefons Lima

Storica vittoria di Andorra, intervista al capitano Lima

Lo scorso 9 giugno è andata in scena Andorra - Ungheria, match valido per la qualificazione ai mondiali di Russia 2018. Sembrerebbe una gara dall'esito scontato, ma invece no. A La Vella, l'Andorra conquista una vittoria storica, per 1-0, grazie al gol di Rebes. E' la 5° vittoria nella storia di Andorra: non vinceva una gara di qualificazione dal 2004.

Allora ho voluto contattare il capitano Ildefons Lima, che oggi gioca nel Santa Coloma, uno dei top team del campionato andorrano, per farmi descrivere meglio cosa ha significato quella vittoria e cosa vuol dire difendere i colori di Andorra.

In passato ha vestito le maglie di Las Palmas, Bellinzona e Triestina . Oggi è il primatista di reti di Andorra con 11 centri e primatista di presenze, 106, in coabitazione con Sonejee.

Andorra, secondo le parole di Lima

Avete vinto una gara storica contro l’Ungheria, vincendo una gara di qualificazione dopo 13 anni: Andorra come ha festeggiato questa meritatissima vittoria? Quali sono adesso i vostri obiettivi?

Siamo molto felici. All'inizio della qualificazione ho detto che dovevamo cercare di raggiungere i 5 punti, come la nazionale che nel 2004 vinse una partita (contro la Macedonia) e pareggiò altre due gare. Dobbiamo guardare in alto senza dimenticare chi siamo, ma sappiamo che per noi è sempre dura.

Rispetto al passato, Andorra sembra raccogliere maggiori soddisfazioni: cosa fa questo Paese per cercare di essere sempre più competitivo? E cosa manca per migliorarsi?

La nazionale fu creata nel 1996 e i giovani che arrivano in nazionale A hanno tutti una esperienza nelle under. Quello aiuta a crescere e a non aver paura. Per migliorare i giovani devono andare a giocare all'estero. Inoltre c'è qualche buon elemento che sta venendo fuori tra i giovani, ma ancora è presto per dirlo con certezza.

A volte si pensa, sbagliando, che una Nazionale piccola, che subisce diverse sconfitte, abbia sempre meno stimoli: puo’ dirci qual è il clima che respirate in queste gare e negli allenamenti?

Noi ci alleniamo sempre per cercare che un giorno arrivi una partita come quella di venerdì scorso. E' ovvio che sappiamo chi siamo ed è per quello che molte volte è dura. Ma se non si molla arrivano i risultati. Lavoriamo sempre con la consapevolezza che giochiamo contro squadre più forti e per quello dobbiamo dare il massimo.

Andorra, Lima
Le lacrime dei giocatori di Andorra, al gol contro l'Ungheria

Hai incontrato campioni nelle varie gare internazionali: tutti i vostri avversari vi hanno sempre rispettato o no? C’è stato qualcuno che magari non vi ha rispettato?

C'è un po di tutto, ma come in qualsiasi categoria del calcio, ci sono sempre quelli che fanno i fenomeni. Di solito le nazionali che hanno una tradizione calcistica insita nella loro cultura sono le più rispettose, tipo Inghilterra, Irlanda, Galles. Quelle latine lo sono un po' meno, ma a noi non frega affatto.

A tal proposito, di recente, Thomas Mueller ha dichiarato, prima di giocare contro San Marino,  che gare contro piccole nazionali sono inutili: cosa senti di dirgli?

Quello sono cavolate, perchè nei campionati come Bundesliga, serie A, Liga, ci sono sempre partite che finiscono 6, 7-0 durante la stagione, ma pure quelle bisogna vincerle per vincere i campionati. Anzi, lì è ancora peggio perché quelli sono professionisti. Noi tante volte perdiamo partite con scarti di 1/2 gol, come accaduto contro Francia, Galles, Irlanda, Svizzera. Ma ci saranno sempre fenomeni come Mueller che parlano troppo a riguardo.

Lei ha una storia calcistica importante: Spagna, Italia, Svizzera. Ha dei rimpianti sulla sua carriera? Qual è stata la sua gioia calcistica più bella?

Sono felice per quello che ho fatto. Si può fare sempre di più e anche di meno, ma io non ho rimpianti. Il momento più felice è stata la prima vittoria in Champions di una squadra di Andorra, e il conseguente passaggio del turno

Ildefons Lima, sei il capitano di Andorra, nonché il giocatore che ha fatto più gol e, con la prossima gara, sarà anche primatista di presenze: cosa significa per lei rappresentare Andorra?

E' un orgoglio e un onore. Mi da la forza per continuare a giocare a calcio, sono 20 anni che ci gioco ed è casa mia. La vittoria contro l'Ungheria farà tanta pubblicità a questa bellissima terra: un luogo molto tranquillo, con paesaggi naturalistici da fare invidia. In inverno si scia, in estate si fa dei percorsi. Siamo in mezzo ai Pirenei, e Andorra sembra essere un piccolo paradiso dove vivere.

Tengo a ringraziare Ildefons Lima per la sua disponibilità e umiltà, e oltre a dovergli fare i complimenti per la vittoria, tengo a farglieli anche per il suo perfetto italiano. In bocca al lupo, Andorra!

Leggi l'intervista a Ignazio Cocchiere