Proprio qualche giorno fa, all’alba di questo nuovo anno, il 2018, è giunta la triste notizia della scomparsa di Antonio Valentin Angelillo, calciatore argentino degli anni Cinquanta e Sessanta, che legherà a vita il suo nome all’Italia. Ma soprattutto ad un record particolare: maggior numero di gol realizzati in una stagione di Serie A a 18 squadre. Nel 58/59, con la maglia dell’Inter riuscì a realizzare ben 33 reti. Dieci anni prima circa era stato lo svedese Gunnar Nordhal, con la maglia del Milan, a farne addirittura 35, ma quell’anno le squadre di A furono 20. Tant’è che Gonzalo Higuain proprio qualche anno fa ritoccò questo record portandolo a 36. Ma nessuno fece 33 o più gol in un campionato italiano a 18 squadre. Ma chi era questo goleador? Cosa sappiamo di lui?

Angelillo, l’angelo della faccia sporca

Nato a Buenos Aires nel 1937, Antonio Angelillo iniziò nelle giovanili dell’Arsenal de Llavallol, finchè a 18 anni lo ingaggiò il Racing Avellaneda. Una stagione lì e poi l’exploit nel Boca Juniors. Nel 1957 Angelillo s’impose a più non posso. Quell’anno l’Argentina vinse a Lima, in Perù, la Coppa Sudamericana. Grazie a giocatori come Humberto Maschio, Oreste Corbatta, Omar Sivori e, ovviamente, Antonio Angelillo. Quest’ultimo fu considerato uno dei carasucias, ovvero quelli dalla faccia sporca. Il massaggiatore vedendoli stanchi e pieni in fango, li definì appunto casrasucias. E figli di buona donna.

Angelillo, amore di Moratti a prima vista

Rimase folgorato di tale prestazioni Angelo Moratti, patron dell’Inter, e desideroso di imporsi in Europa e nel mondo. Angelillo si trasferì a Milano per 95 milioni di lire. Questo trasferimento gli costò parecchio, in quanto, dovendo rinunciare alla leva militare, l’Argentina lo considerò disertore, visti anche i tempi (erano gli anni importanti della Revolucion Libertadora). Per oltre 20 anni non potè fare ritorno in Argentina, tant’è che quando il padre fu in fin di vita lo trasferirono a Montevideo, in Uruguay, affinchè Antonio potesse dargli l’ultimo saluto. Tutto questo fu uno svantaggio anche per l’Argentina che, con Angelillo, Sivori e Maschio (tutti emigrati in Italia), si giocò le carte per vincere il mondiale del 1958 in Svezia, non potendo neanche approfittare dell’assenza dell’Italia. In quel mondiale trionfò un altro giovanissimo su tutti: Pelè.

Tutta questa situazione fece si che il primissimo Angelillo dell’Inter non fu proprio esattamente quel gran centravanti che ci si aspettava. Tant’è che Angelo Moratti confidò a Gianni Brera che gli avevano mandato il fratello scarso di Angelillo. Il Presidente nerazzurro cercò allora di risollevare la situazione, affidando l’argentino a due suoi calciatori scapoli, Masiero e Fongaro, affinchè lo facessero integrare al meglio con l’ambiente milanese e fargli ritrovare il sorriso. Fu l’incontro con la soubrette Ilya Lopez, al secolo Attilia Tironi, durante una scorribanda notturna, a fulminare Angelillo. L’amore cambiò diametralmente questo argentino dal gran fisico . Arriverà il record dei 33 gol, arriveranno 77 gol in 127 partite. Ma arriverà anche Helenio Herrera.

Il difficile rapporto con Helenio Herrera e il declino di Angelillo

Il mago portoghese mette subito alle strette Angelillo, accusato di fare troppo bella vita, inficiando pesantemente il rendimento sul campo. Alcune voci sosterranno che Herrera fosse geloso della facilità con cui Angelillo facesse conquiste. L’idillio nerazzurro si spezzò: viene ceduto alla Roma, con la quale vincerà una Coppa Italia e una Coppa delle Fiere. Farà qualche gol in meno per via del suo cambio di ruolo: verrà spostato sulla tre quarti d’attacco o in regia, dove, a detta di Gianni Brera, disputerà delle stagioni di altissimo livello. Malgrado ci fosse una clausola che lo vietasse, la Roma lo cedette nel 1965 al Milan di Nils Liedholm. Saranno annate segnate da una parabola decisamente discendente. Lecco, poi di nuovo Milan (dove vincerà lo scudetto), Genoa in B e poi Angelana in Serie D. Sfiorò pure un passaggio al Napoli nel 1967, senza poi che tale possibilità si poté concretizzare.

Dopo aver realizzato 11 gol in 11 presenze con la maglia dell’Argentina (tutte in giovanissima età), vedrà anche la maglia azzurra dell’Italia, visto che il nonno era lucano. Solo due gettoni e un gol. Senza troppi sussulti anche la sua carriera d’allenatore: tutta in Italia, mai in una piazza di altissimo livello. Palermo, Brescia, Avellino, Arezzo. Pure qualche mese da CT del Marocco. Dopodichè preferì lavorare per l’Inter come osservatore. A lui va riconosciuto l’aver scovato in Argentina un certo Javier Zanetti. Questo fu l’ultimo colpo di coda di Angelillo all’interno del mondo del calcio, preferendo rimanere lontano dai riflettori.

Come erano lontano i tempi trascorsi al locale la Porta d’oro in Piazza Diaz di Milano, com’era tutto lontano nella bucolica fetta di Toscana dove si era acclimatato negli ultimi anni di vita, una distanza che neanche 33 gol avrebbero potuto colmare.

Ciao cara sucia!