La storia di Andres Escobar è una storia di coraggio, dal 1° al 90° (più recupero) della sua breve vita. Spesso ci dimentichiamo di come il calcio sia solo un gioco, ma al contempo ignoriamo come per molti sia solo un gioco, ma di interessi, giri strani e affari. Chiedete alla Colombia di metà anni ’90 cosa fosse il calcio. Chiedete a Valderrama e Asprillia, stelle della Colombia del mondiale di Usa ’94 cosa volesse dire giocare per la Colombia. Oppure chiedetelo all’allenatore della nazionale colombiana di allora, Francisco Maturana, storico allenatore sudamericano di livello di quegli anni, il quale, che, dopo tutto quello che dovette vedere attorno al calcio, affermò:

“Ormai la Colombia è un manicomio permanente”.

Era una Colombia sulla bocca di tutti, sotto l’oscura egida del narcotrafficante più famoso di tutti i tempi, Pablo Escobar (finanziatore dell’Atletico Nacional, squadra in cui militava Andres). Il narcotraffico influiva sul calcio, ma anche sulle scommesse logicamente. Le schiere degli allibratori e gli scommettitori riflettevano la rivalità tra il cartello di Calì e il cartello di Medellin. Se la recente serie tv, Narcos, ha quasi mitizzato la figura di Pablo Escobar e di tutto ciò che gli circumnavigava intorno, ci tengo a sottolineare il clima di terrore in cui si viveva in quegli anni, con il cartello colombiano a fare il bello e cattivo tempo su tutto. Pure sulla vita di Andrès Escobar.

Cosa era il calcio in Colombia negli anni ’90?

L’estroso portiere Renè Higuita, famoso per il suo scorpione, aveva passato 7 mesi in carcere a fine 1993, per aver fatto da intermediario al rapimento della figlia di un magnate locale: il riscatto serviva a finanziare la latitanza di Pablo Escobar. Questo gli costò i mondiali americani. Poco prima di questo mondiale fu rapito il figlio del nazionale colombiano Luis Fernando Herrera, a cui fu richiesto un riscatto enorme che costrinse il calciatore a fare degli appelli televisivi per riavere il bimbo. Un anno dopo, un giocatore dell’Envigado, Alveiro Pico Hernandez, fu assassinato all’alba nel quartiere Prado. Era questo il calcio in Colombia, e richiedeva coraggio. Più del dovuto.

Valderrama e compagni lo sapevano, ed è per questo che quei mondiali furono difficilissimi. A partire dalle minacce giunte a Maturana se fossero stati convocati giocatori dell’Antioquia, squadra rivale all’Atletico Nacional. Il CT ignorò l’avvertimento e ne convocò addirittura tre, promuovendo vice ct Hernan Dario Gomez, fratello del discusso Gabriel Jaime Gomez. Discusso perchè? Secondo la stampa (ma non solo chiaramente), fu ritenuto il principale responsabile della disfatta contro la Romania, gara d’esordio che vide i Cafeteros soccombere per 3-1, sotto i colpi di Hagi e Raducioiu. Giunsero delle minacce di morte a Maturana e al 35enne centrocampista se quest’ultimo avesse giocato la partita successiva, quello contro i padroni di casa degli Stati Uniti. Gomez si rifiutò di giocare. Tutti furono ignari del fatto che il bersaglio si stava spostando dal cuore del centrocampo al cuore della difesa, capeggiata dallo sfortunatissimo Andres Escobar.

La morte di Andres Escobar

Era il 22 giugno, era un torrido mercoledì a Los Angeles luglio. La Colombia era favorita, aveva maggior giocatori di talento, mentre gli Stati Uniti erano anni luce lontani dai buoni livelli raggiunti oggigiorno. Basti pensare a uno dei suoi uomini simbolo, Alexis Lalas, all’apparenza tutto, fuorchè un calciatore. Alla mezzora accade un evento a tratti drammatico. John Harkes, laterale degli States, mette da sinistra un cross tagliato e basso. Escobar, nel disperato tentativo di anticipare Stewart, mette goffamente alle spalle del portiere.

1-0 per gli USA, che raddoppieranno con lo stesso Stewart nel 2° tempo. Allo scadere l’inutile 2-1 del colombiano Valencia, come fu inutile il 2-0 che la Colombia rifilò nell’ultima gara contro la Svizzera. La Colombia va a casa. Escobar aveva già spento la luce al 30′ di quella maledetta gara, perchè sapeva cosa vuol dire fare un autogol indossando la maglia della Colombia.

Il 29 giugno i sudamericani rientrerono in patria, accolti da poche decine di persone intente a consolarli. Andres Escobar portava addosso le cicatrici profonde di un autogol che gli spezzò il sorriso. Furono giorni durissimi che neanche la fidanzata Pamela Cascal, seppe mitigare. La notte tra l’1 e il 2 luglio Andres si trovava nella sua Medellin girando in varie discoteche. Intorno alle 4 del mattino scoppiò una rissa in un parcheggio tra Andres ed altre persone. I fatti sono un po’ confusi, ma diversi testimoni sentirono pesanti improperi (venduto, frocio, ecc) verso il difensore per via di quel maledetto autogol. Fu Humberto Munoz Castro, ex guardia giurata, ad aprire il fuoco contro il centrale dell’Atletico Nacional. Durante i suoi 6 colpi di mitraglietta urlò:

“Goooooool!!! Grazie per l’autogol”

A 27 anni muore Andrès Escobar.

Dopo la morte di Andres Escobar

Si presenteranno oltre 120mila persone, mentre il cordoglio generale per il povero ragazzo fu sempre raffreddato dalla paura, infinita, di vivere negli intorni del narcotraffico, vero responsabile di questo dramma. Esporsi troppo sarebbe corrisposto ad un autogol, un altro.

L’autogol di Escobar di fatto fece estromettere la Colombia, facendo perdere ingenti quantità di denaro agli scommettitori del cartello di Medellin, cartello che comunque era già al tramonto, ma che non si limitò nel fendere gli ultimi colpi di cosa come questa uccisione.

Il sicario che uccise Andres fu condannato a 43 anni di carcere, ma ne scontò neanche 12: dal 2005 è in libertà. Piuttosto qualche mese fa è stato arrestato il mandante di tale omicidio: Santiago Gallon Henao, un narcotrafficante colombiano, il quale aveva dato ben tre milioni di dollari ad un procuratore per evitare che indagassero su lui e il fratello Pedro. Giustizia dopo 24 anni.

Per diverso tempo la Colombia non assegnò a nessuno la maglia numero 2, indossata dallo sfortunato calciatore. Fu Ivan Cordoba, più talentuoso di Escobar, ma di caratteristiche tecniche piuttosto simili, a dare vita alla maglia numero 2 della Colombia. Forse aveva ragione Maturana che, sprezzante, tirò fuori i peggiori appellativi per un Paese che ha vissuto uno sbando enorme negli anni ’90, in cui, anziché portare palla e costruire l’azione, era molto meglio spazzare via la palla e non pensarci più. Proprio come faceva Andres Escobar.