Sarà che negli ultimi giorni sto leggendo Treno di notte per Lisbona di Pascal Mercier, ma ultimamente sto familiarizzando con tutto ciò che è portoghese. E quindi mi viene anche più automatico parlare di un campione davvero d’altri tempi, uno di quelli che avrebbe meritato una fama migliore, più longeva e ricordata nel tempo. Si, perchè Rui Costa è uno di quei giocatori magnifici degli anni 90-2000, che ha avuto solo la sfortuna di vivere la sua carriera calcistica in annate troppo ricche di campioni. Attenzione, campioni, e non talenti.

I talenti a volte si perdono, ogni giorno vediamo come sia facile vederli sbandare di qua e di là, attirati da sirene che sempre meno hanno a che vedere con il calcio. Rui Costa invece era uno di quelli eterni, che non andava mai oltre con le parole. Parole in effetti poche fuori dal campo, ma dentro era quello che metaforicamente serviva su un piatto d’argento la battuta a chi doveva fare la stoccata vincente. Impressionante come in 5 anni di Milan realizzò la bellezza di 65 assist. Si avete letto bene. Ha fatto meno gol rispetto quando era a Firenze, ma il trequartistanon dovrebbe fare questo? E’ molto meglio avere un fantasista che sia più bravo e propenso con gli assist, anzichè con i gol. I gol possono farli tutti, ma se in squadra hai uno come Rui Costa vuol dire che in fase di possesso hai infinite possibilità di concludere l’azione.

Chi era Manuel Rui Costa

Rui Costa, ragazzo di Lisbona, già, proprio Lisbona. “Lisbona per molti, forse per tutti, è la luce chiara, distesa su sette colli, il suo quartiere più antico, Alfama, ha la voce di Amalia Rodrigues, ma quando penso a Lisbona, la prima cosa nella mia testa è la Damaia”

Rui Costa, Benfica, Portogallo
Rui Costa al Benfica

Alla Damaia, quartiere modesto della città, il 29 marzo del 1972 vide la luce Rui Manuel Cesar Costa. Un angolo della bellissima città portoghese in cui il tempo sembra fermarsi, in cui tutti si conoscono, in cui la gente umile va da generazioni alla solita piccola bottega di pesce a comprare il baccalà per zuppa del pranzo. E’ qui che Rui cresce calciando il pallone, crescendo nel mito del Benfica e della “Cattedrale”, lo stadio Da Luz di Lisbona.

E’ proprio nel Benfica che sciorina un talento purissimo. Prima visse anni di calcio giovanile fino alla vera e propria esplosione nel mondiale under 20 del 1991, in cui un Portogallo di futuri campioni (Rui, Figo, Paulo Sousa, Joao Pinto tanto per dirne alcuni) vinse la finalissima contro il Brasile ai rigori. Ed indovinate chi tirò il rigore decisivo? Proprio Rui Costa.

Il passaggio di Rui Costa alla Fiorentina

Annate strabilianti che convinceranno la Fiorentina ad accaparrarselo: e pensare che era ad un passo dal Barcellona, come rivela in un bellissimo articolo Davide Bighiani di Eurosport. Rui Costa a Firenze fa una coppia memorabile con Batistuta: la squadra orbita al vertice, partecipa più volte in Champions. Ma come fu quando dovette andar via dal Benfica, anche quando si congedò da Firenze lo fecè per salvare il proprio club dalle cattive acque finanziarie. Indimenticabile la festa che la tifoseria viola gli tributò allo stadio, cosa mai fatta con nessun partente. La cosa acquisisce maggior valore se pensate a come spesso i tifosi viola non si lasciano benissimo con quei giocatori che varcano oltre la riva dell’Arno.

Rui Costa, Milan
Rui Costa al Milan

Rui Costa va al Milan, per 85 miliardi di lire (investimento più caro della storia del Milan). Un Milan pieno di campioni, con la quale vince pure la Champions nel 2003. Nonostante, appunto, l’abbondanza di talenti, Rui Costa non va mai ai margini del progetto. Galliani anzi, rivelò che una volta Kakà in allenamento gli disse “Questo qui è più forte di me”, riferendosi al portoghese. Lo stesso ad del Milan disse che in 30 anni di calcio aveva sentito questo genere di affermazioni pochissime volte.

Questo era Rui Costa, un giocatore superiore senza bisogno di doverlo ostentare, un campione che con la sua umiltà ha conquistato anche i tifosi avversari. Mai la ricerca di un ingaggio stellare, mai il tentare chissà quale avventura iperbolica. E da copione nel 2006 rientrò nella sua amata Lisbona, al Benfica, nella quale poi vestì i panni del direttore sportivo, riuscendo a ricavare ingenti somme di denaro per il club, grazie alle cessioni di gente come David Luiz, Ramires e Di Maria.

L’unica macchia è il non essere riuscito a vincere nulla con la nazionale maggiore lusitana: solo un rigore dubbio concesso alla Francia ai supplementari negò a Rui Costa e compagni la gioia della finale di Euro 2000. Eppure non mancavano i momenti felici e queste sue parole descrivono tutto:

“Quante partite fatte sulle spiagge di Carcavelos durante i ritiri in Nazionale. Era il nostro appuntamento fisso. Partitella e poi di corsa a fare il bagno, chi perdeva avrebbe dovuto pagare pegno. Le punizioni potevano essere svariate, anche di non permettere ai malcapitati di turno, di non andare in bagno per una notte intera. Nuno Gomes impazziva per queste cose: scendeva in spiaggia e come al solito per farsi notare si bagnava prima tutti i capelli, e poi cominciava a giocare. Quanti calci che ci siamo dati, quante risate. Con la maggior parte di loro ci conoscevamo da anni. Avevamo fatto tutta la trafila delle nazionali giovanili insieme. Io, Simao, Joao Pinto, Luis Figo, Fernando Couto, Vìtor Baia. Eravamo praticamente come fratelli. Non abbiamo vinto molto, ma era una generazione di fenomeni, cresciuti con le cose semplici della vita. Eravamo spontanei, ci consideravamo i classici ragazzi Portoghesi. Bacalhau, calcio e spiagge di Carcavelos.”.

Chapeau.