Gianluigi Buffon, Gigi Buffon

Quello che i portieri (e non solo) dissero su Buffon

"Ho avuto l'onore di premiare Gigi Buffon. Mi sono sentito un privilegiato per poter onorare uno dei più grandi portieri della sua generazione. I portieri sono spesso i giocatori la cui carriera dura più a lungo. Siamo gli ultimi bastioni e diamo la possibilità alle nostre squadre di uscire vincitrici dai grandi duelli. Il fatto che tu giochi ancora in uno dei più grandi club d'Europa ti rende una leggenda, nel nostro magnifico sport. [Peter Schmeichel]

"Buffon è il più forte del mondo, è il Messi dei portieri." [Christian Abbiati]

"Buffon pareva vecchio, da buttare: così dicevano. Io dico che Buffon è su un altro pianeta, uno così nasce ogni quarant'anni. Conta la forza, la continuità. E lui regge da più di 15 stagioni." [Emiliano Viviano]

"Meriterebbe il Pallone d'Oro. È un punto di riferimento per me ma anche per i portieri della mia generazione. Quando ho cominciato a giocare sognavo di diventare come lui…" [Iker Casillas]

“È incredibile come alla sua età sia ancora al top. Per presenza, per come sprona la squadra, si vede come tutti lo ascoltano. È una guida per i giovani. Uno come lui potrebbe giocare fino a 50 anni…” [Manuel Neuer]

"Gigi è un Maradona. Uno come lui nasce ogni cinquant'anni. Però ha rovinato una generazione di portieri, perché di Maradona ce n'è uno e gli altri al suo confronto sembrano tutti normali…" [Antonio Mirante]

GLi apprezzamenti per Buffon non arrivano solo dai colleghi di reparto

"Torino, Juve - Roma 2-2 nel 2003. Tentai il cucchiaio e quel fenomeno di Gigi Buffon me lo prese…" [Francesco Totti]

"Buffon e Zoff non sono paragonabili, sarebbe come paragonare le Ferrari di tanti anni fa con quelle di oggi. Dino è un monumento, ma Buffon ha qualcosa in più. Fra tutti l'attuale portiere bianconero è il più forte, sommando qualità atletiche e muscolari, longevità, modo di comandare la difesa». " [Giovanni Trapattoni]

"Una vera e propria leggenda. Se chiedi a un qualsiasi bambino di disegnare la formazione ideale, il numero uno sarà sempre lui…" [Ivan Rakitić].


Campioni d'inverno, Batistuta

La storia dei campioni d'inverno della Serie A

Essere campioni d'inverno è una di quelle cose che non viene mai considerata come un dato di valore. Sia perchè il girone di ritorno può sempre ribaltare ogni posizione, sia perchè quando eravamo piccoli non capivamo se il titolo di campioni d'inverno venisse assegnato dopo la gara prenatalizia oppure a fine girone d'andata. Per molti, invece ha un valore non da poco: si dice spesso che chi vince il titolo di campione d'inverno si ritroverà con lo scudetto cucito sul petto a fine stagione. Ma la storia dei campioni d'inverno cosa dice?

Tutti i campioni d'inverno della Serie A

La squadra che ha più titolo di campione d'inverno è la Juventus, con ben 30 stagioni in cui si è trovata in testa alla fine del girone d'andata. Inseguono le milanesi, Milan ed Inter, entrambe a 17. Decisamente più staccate le inseguitrici. La Roma si ferma a 6 titoli, mentre a quota cinque troviamo Napoli, Bologna e Fiorentina. A quota 3 troviamo il Torino, mentre Lazio e Cagliari sono state due volte campioni d'inverno. Con un solo girone d'andata vinto troviamo le sorprendenti Verona, Livorno e Liguria. Quest'ultima riuscì nella stagione 1938/39 ad essere campione d'inverno a pari punto con i felsinei del Bologna.

Furono Juventus ed Inter ad aver finto più titoli di campioni d'inverno consecutivamente. I bianconeri ci riuscirono nei quadrienni 1975-78 e 2012-2015, mentre i nerazzurri ci riuscirono nell'epoca post Calciopoli, a cavallo degli anni 2007 e 2010. Milan e Bologna ci riuscirono tre volte, mentre desta scalpore che il Cagliari, che vinse solo due volte il titolo di campione d'inverno, si fregiò di tale titolo due volte nel giro di due soli anni: 1969 e 1970.

Quando essere campioni d'inverno non bastò per lo scudetto

Vi furono diversi casi in cui il vincitore del girone d'andata non riuscì poi a confermarsi a fine torneo. Addirittura nel 1935/36 fu la Juventus a vincere il titolo d'inverno, per poi finire addirittura 5°, vedendo poi il Bologna laurearsi campione d'Italia. Fu l'unico caso in cui la vincente del girone d'andata non finì la stagione sul podio. Il 67% delle volte in cui una squadra vinse il titolo temporaneo, poi vinse anche lo Scudetto.

Diversi i casi in cui i duelli furono combattutissimi. Basti pensare al 1980/81, quando Juventus e Roma duellarono per tutta la stagione per poi vedere la Juventus vincere di un punto, grazie anche al famoso gol di Turone annullato alla Roma nello scontro diretto contro i bianconeri. Oppure basterà ricordare il 2015/16 quando il Napoli, campione d'inverno, non riuscì a contenere la rimonta della Juventus, culminata nello scontro diretto a Torino, deciso da un gol di Zaza a 5 minuti dal termine.

Come vedete, essere campioni d'inverno può voler significare tutto, può voler significare niente. Dipende solo se si crede alla cabala o meno.


David Ginola

Mi ricordo di David Ginola

David Ginola appartiene a due schiere di calciatori. Una è senz'altro quella dei calciatori belli e dannati, con tanto di genio e sregolatezza al seguito. A dire il vero i suoi eccessi non erano comunque deleteri, ma il buon David si districava molto bene tra un letto all'altro, viste le sue infinite fiamme in tema amoroso. L'altra schiera a cui può senz'altro appartenere David Ginola è quella dei giocatori talentuosi degli anni '90 che hanno avuto la sfortuna di avere una carriera proprio negli anni '90, periodo in cui il calcio era una reale fucina di talenti e di conseguenza tanti giocatori hanno avuto molto meno spazio di quello che meritavano. Fu così anche per Ginola, classe '67, nato tra i miti assoluti di Cantona e Zidane, punti fermi della storia del calcio francese.

David Ginola era un trequartista che amava spaziare a tutto campo: la sua azione offensiva poteva avere luogo a sinistra, al centro o a destra. Non potevi saperlo. Palla al piede era inarrestabile, non tanto per la sua velocità, quanto per la sua capacità di mantenere il pallone incollato al piede anche nei dribbling più efferati. All'occorrenza giocava anche come seconda punta, motivo per cui i gol furono circa un centinaio per il giocatore che incantò Francia e (soprattutto) Inghilterra.

I successi con il Paris Saint Germain e il dramma Nazionale

Prima di approdare al Paris Saint Germain nel 1992, il talentuoso ragazzo di Gassin, ha peregrinato in squadre minori come Tolone,  RC Paris e Brest. Fu in quest'ultima formazione che Ginola si mise in mostra al punto da essere tesserato dalla prima squadra della capitale. Badate bene, non è il Paris Saint Germain odierno, ricchissimo e pieno di stelle, anzi era una squadra che da anni non navigava in posizioni di vertice. Malgrado ciò Ginola portò a casa ben 4 trofei con i parigini in 3 stagioni. Per ben due volte vinse la Coppa di Francia, nel 1993 e nel 1995, intervallati dalla vittoria nel campionato 1993/94. Nel 1993 è stato eletto pure miglior giocatore francese della Ligue 1. David Ginola chiuderà la sua esperienza transalpina con 112 gare disputate e 33 reti. Ma il suo addio fu burrascoso.

Il 17 novembre 1993, al Parco dei Principi di Parigi va in scena lo spareggio Francia - Bulgaria. Ai francesi andrebbe bene anche un pareggio. All'89esimo minuto il risultato è di 1 a 1, con gol di Cantona e Kostadinov. Ultimi sgoccioli di una gara che sembrava chiusa. Ginola ha la palla nella metà campo bulgara. Anzichè temporeggiare, portarsi sulla bandierina, il trequartista del PSG appronta un cross in mezzo, nella deserta area bulgara. I biancoverdi così possono ripartire, mentre il cronista diceva "Perchè Ginola non ha guadagnato tempo?".

Leggi anche "Mi ricordo di Ivan Zamorano"

David Ginola, Francia - Bulgaria
David Ginola, Francia - Bulgaria

D'altronde da uno che è molto abile con dribbling e giochetti, ti aspetti che al 90' faccia impazzire i difensori impazienti. E invece no. L'azione si ribalta, la palla arriva al limite dell'area al solito Kostadinov che insacca alle spalle di Lama. Parigi è ammutolita. È festa bulgara, la Francia è fuori da USA '94, ed ha trovato il suo colpevole: David Ginola.

Il post gara è drammatico. Le lacrime di Ginola non addolciranno la stampa e i tifosi francesi nei suoi confronti. Anzi, sarà anche il CT francese, Gerard Houllier a rincarare la dose:

Sa giocare a calcio, peccato abbia il cervello di un bambino dell’asilo”

La rinascita di David Ginola in Inghilterra

Ginola farà altre due gare con la maglia blues e a 28 anni chiuderà, con 17 gare e 3 gol, la sua esperienza in nazionale, precludendosi la possibilità di diventare Campione del Mondo 3 anni dopo. E dire che successivamente, quando David sbarcherà in Inghiltera, farà vedere le cose migliori. Esattamente, non poteva più rimanere in Francia, lo avrebbero massacrato. Ecco quindi servito il trasferimento al Newcastle. Via da Parigi, via dalla Francia, nella città più a nord dell'Inghilterra. Molti diranno che la Premier League non sarà un campionato adatto a lui. Ma non avevano fatto i conti con la voglia di riscatto del bello di Gassin.

David Ginola giocherà due stagione con i Magpies, centrando due clamorosi secondi posto. Tutto questo grazie al suo estro, abbinato a quello di giocatori come Alan Sherear e Les Ferdinand, autentici leader di quel Newcastle allenato da Keegan. Viste le sue prestazioni maiuscole viene contattato da Johan Cruijff, che lo voleva nel suo Barcellona, ma Keegan fece di tutto nel trattenerlo. Tuttavia, un anno dopo emigrò a Londra, al Tottenham, dove disputerà tre grandi stagioni, con oltre 20 reti al seguito. Il suo rendimento lo porterà ad essere eletto il giocatore più forte in assoluto della Premier League nel 1999. Roba non da poco se ci si ricorda che squadre fossero in quegl'anni Manchester United, Arsenal e Liverpool su tutte. Essere eletto il migliore di tutti dai colleghi è la risposta più bella che David Ginola diede a chi lo definì inadatto al calcio inglese o, peggio ancora, un giocatore bello ma fine a se stesso.

Il ritiro nel silenzio di David Ginola

Concluderà la carriera con un climax discendente, disputando tre stagioni tra Aston Villa ed Everton e con l'eterna consapevolezza di essere stato tra i giocatori più apprezzati dell'intera storia della Premier League. Avrà sempre il rimpianto di non aver fatto parte di quella Nazionale francese che tra 1998 e 2000 vinse tutto. Probabilmente sarebbe stato oscurato dall'exploit di Zinedine Zidane, ma non avremo mai la controprova per saperlo. Oggi David Ginola è fuori dal calcio, e si gode la moglie e i suoi due figli. Il 19 maggio 2016 David Ginola fu colto da un infarto, mentre giocava a golf. Fu salvato grazie all'impianto di un quadruplo bypass, viste le preoccupanti condizioni coronarie. Per una volta si è dovuto preoccupare del suo cuore e non di quello degli altri, che faceva battere tra una serpentina e il suo ciuffo affascinante.


Real Madrid, Champion League

Tutte le squadre che hanno eliminato il Real Madrid dalla Champions League

Juventus - Real Madrid rappresenta una sfida che sconfina nel campo del fascino senza limiti. Questa nuova sfida di Champions League sarà solo una delle mille battaglie tra le merengues e i bianconeri, con l'ultimo capitolo amaro per la Juventus, con la finale di Cardiff, che permette ai blancos di avvicinarsi a questo quarto di finale con i favori dei pronostici. È una gara a cui si contrappongono la classe dei madrileni e la pragmatismo dei torinesi: entrambe le squadre rispecchiano le qualità dei propri mister. Il concreto Allegri con il fantasioso Zidane. Ovviamente anche a quest'ultimo va riconosciuto come abbia di fatto portato tanti trofei a Madrid. Ragion per cui questa gara ha gli occhi del mondo puntati addosso.

La Juve insegue la sua 3° Champions League, sperando di speccare il tabù che aleggia da oltre 20 anni. Il Real Madrid ha nella Champions League il suo habitat principale, avendo vinto 3 delle ultime 4 edizioni. Fermare la corazzata di Cristiano Ronaldo è roba davvero difficile: dal 2010 i blancos raggiungono almeno la semifinale. Inoltre nessuno più delle merengues ha vinto tante volte questo trofeo (12).

Per provare a sconfiggere la cabala ho elencato qui sotto le esperienze del Real Madrid in Champions, precisando chi, quando non ha vinto il trofeo, li ha fermati e a che turno. Ci sono tantissime sorprese, oltre al fatto che in 62 edizioni il Real Madrid ha saltato l'appuntamento più carismatico del calcio solo 15 volte. Tutto questo amplifica i caratteri dell'impresa di chi, i blancos, li ha buttati fuori.

La storia del Real Madrid in Coppa Campioni

  • 55-56: Campione
  • 56-57: Campione
  • 57-58: Campione
  • 58-59: Campione
  • 59-60: Campione
  • 60-61: Barcellona (ottavi di finale)
  • 61-62: Benfica (finale)
  • 62-63: Anderlecht (primo turno)
  • 63-64: Inter (finale)
  • 64-65: Benfica (quarti di finale)
  • 65-66: Campione
  • 66-67: Inter (quarti di finale)
  • 67-68: Manchester United (semifinale)
  • 68-69: Rapid Vienna (ottavi di finale)
  • 69-70: Standard Liegi (ottavi di finale)
  • 70-71: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 71-72: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 72-73: Ajax (semifinale)
  • 73-74: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 74-75: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 75-76: Bayern Monaco (semifinale)
  • 76-77: Club Brugge (ottavi di finale)
  • 77-78: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 78-79: Grassopphers (ottavi di finale)
  • 79-80: Amburgo (semifinale)
  • 80-81: Liverpool (finale)
  • 81-82: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 82-83: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 83-84: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 84-85: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 85-86: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 86-87: Bayern Monaco (semifinale)
  • 87-88: PSV Eindhoven (semifinale)
  • 88-89: Milan (semifinale)
  • 89-90: Milan (ottavi di finale)
  • 90-91: Spartak Mosca (quarti di finale)

La storia del Real Madrid in Champions League

  • 91-92: nessuna partecipazione in Champions League
  • 92-93: nessuna partecipazione in Champions League
  • 93-94: nessuna partecipazione in Champions League
  • 94-95: nessuna partecipazione in Champions League
  • 95-96: Juventus (quarti di finale)
  • 96-97: nessuna partecipazione in Champions League
  • 97-98: Campione
  • 98-99: Dinamo Kiev (quarti di finale)
  • 99-00: Campione
  • 00-01: Bayern Monaco (semifinale)
  • 01-02: Campione
  • 02-03: Juventus (semifinale)
  • 03-04: Monaco (quarti di finale)
  • 04-05: Juventus (ottavi di finale)
  • 05-06: Arsenal (ottavi di finale)
  • 06-07: Bayern Monaco (ottavi di finale)
  • 07-08: Roma (ottavi di finale)
  • 08-09: Liverpool (ottavi di finale)
  • 09-10: Lione (ottavi di finale)
  • 10-11: Barcellona (semifinale)
  • 11-12: Bayern Monaco (semifinale)
  • 12-13: Borussia Dortmund (semifinale)
  • 13-14: Campione
  • 14-15 Juventus (semifinale)
  • 15-16: Campione
  • 16-17: Campione

Le bestie nere (a sorpresa) del Real Madrid

È il Bayern Monaco la vera bestia nera delle merengues, con ben 5 eliminazioni causate. Tuttavia, più in generale, sono le squadre italiane ad aver più volte estromesso il Real Madrid dalla Champions League: ben 9 volte (Juventus 4, Milan 2, Inter 2, Roma 1). Il Barcellona, inoltre, è l'unica squadra spagnola ad aver eliminato il Real dalla competizione. Non mancano le sorprese: a quanto pare le squadre belghe sono indigeste al Real Madrid, il quale, in passato è stato eliminato pure da squadre austriache, svizzere, russe e ucraine. Altri tempi, altro calcio, in cui non serviva aggrapparsi alla cabala per eliminare i più forti della storia della Champions League.


Manchester United, Matt Busby, Busby Babes, Monaco

Il disastro che spezzò le ali ai Busby Babes di Manchester

“Quando mi sono svegliato, ero in una corsia di ospedale con altri cinque della squadra. Ho cominciato a chiedermi dove fossero tutti gli altri e lo chiesi ad un prete, che mi rispose che ciò che vedevo era la nostra rimanenza e che gli altri erano deceduti.”

[uno dei sopravvissuti allo schianto aereo di Monaco di Baviera del 1958]

Nell'immaginario collettivo il Manchester United è simbolo vincente, emblema di forza, di compattezza, di tenacia. Ma a volte per essere tra i più forti devi risorgere dalle tue ceneri. Devi andare così indietro per far si che quella rincorsa che prenderai durerà per l'eternità. Solo che il Manchester United andò fin troppo indietro, finendo dentro ad uno dei rari disastri aerei che colpì il mondo del calcio, poco di più di un anno fa scosso per la tragedia che successe i brasiliani della Chapecoense. Il 6 febbraio, alle ore 15.04, il volo 609 della British European Airways, in partenza da Monaco di Baviera, si scaraventò contro una cosa. Il pilota provò due volte il decollo.  La pista era piena di un misto tra neve e fango: per questo motivo al 3° tentativo, a causa del surriscaldamento del motore sinistro, non riuscì a prendere la velocità giusta, perdendo forza addirittura, senza avere pista sufficiente per frenare. L'impatto è inevitabile.

La tragedia che decimò i Busby Babes

Muoiono 23 persone sui 44 passeggeri a bordo. Dentro c'era il Manchester United di Matt Busby. L'allenatore aveva forgiato, con l'ausilio di Jimmy Murphy, una squadra di giovanissimi talenti, ribattezzati Busby Babes. Un forte senso di attaccamento li legava: tutti i calciatori, a turno, rifiutarono qualunque corte di altre squadre. Volevano vincere, ma volevano farlo solo con la maglia dei Red Devils. Ma il destino sa mettersi a volte di traverso. Nell'impatto moriranno i seguenti calciatori

  • Geoff Bent (che detestava prendere gli aerei)
  • Roger Byrne (titolare nella Nazionale inglese)
  • Eddie Coleman (corteggiato da tutta Europa)
  • Duncan Edwards (autentica promessa del calcio inglese)
  • Mark Jones (che lasciò orfano un bimbo piccolissimo)
  • David Pegg (nazionale inglese)
  • Tommy Taylor (miglior centravanti inglese del momento)
  • Liam 'Billy' Whelan (leader della Nazionale Irlandese)

Duncan Edwards morirà 15 giorni dopo lo schianto, a causa di ferite gravissime. Si dice che l'ultima frase pronunciata ad un dottore da colui che doveva essere la stella del calcio inglese dell'intera storia, fosse:

"Dottore, lei pensa che settimana prossima io possa tornare in campo in Premier League?"

[Duncan Edwards]

La tragedia di Monaco, le indagini e il processo

Morirono anche membri dello staff tecnico del Manchester United, come rappresentanti della stampa e del personale di bordo. Quel volo proveniva da Belgrado: il Manchester United aveva giocato contro la Stella Rossa nella semifinale di Champions League. A Monaco era previsto un pit stop per il carburante, solo che ci si ritrovò in mezzo ad una tormenta di neve.

Il pilota James Thain fu accusato subito del disastro aereo. In seguito un decennale processo lo scagionò, in quanto la causa fu attribuita ad un accumulo di neve e ghiaccio. Thain non tornò mai più a comandare un'aereo, dandosi ad altro, per poi morire nel 1975.

L'incidente provocò la determinazione dei limiti operativi per l'accumulo di ghiaccio consentito sulle piste. Le autorità aeroportuali tedesche (che erano legalmente responsabili dello stato delle piste, sebbene non conoscessero il pericolo che il ghiaccio sulla pista comporta per aerei come l'Ambassador), intentarono un'azione legale contro il capitano Thain, che sopravvisse allo schianto, sostenendo che era decollato senza sbrinare le ali e che la responsabilità per l'incidente era solo sua, nonostante numerosi testimoni affermassero che ciò non era vero.

Le ipotesi delle autorità tedesche erano fondate su una foto del velivolo (pubblicata su diversi giornali) scattata poco prima del decollo, dove è visibile la neve sulla superficie superiore dell'ala. Quando fu esaminato il negativo originale, tuttavia, non venne notato né neve né ghiaccio; la "neve" era dovuta a una copia in negativo delle immagini pubblicate.

I testimoni che accorsero subito dopo lo schianto e che esclusero la presenza di ghiaccio, rilevata invece dal responsabile delle indagini, giunto sul luogo solo nella notte inoltrata, non vennero chiamati o presi in considerazione dagli inquirenti tedeschi e il procedimento contro Thain proseguì fino al 1968, quando fu finalmente esclusa - almeno dalle autorità britanniche - ogni sua responsabilità. La causa ufficiale, come riportato dalle autorità britanniche, fu un accumulo di ghiaccio e neve sciolta sulla pista che frenò improvvisamente l'aereo impedendogli di raggiungere la velocità necessaria per il decollo.

[Wikipedia]

Il Manchester United rinato dalle sue ceneri, con i Busby Babes sempre nel cuore

In quell'aereo c'era un giovanissimo Bobby Charlton a cui attorno fu costruito, successivamente, quel Manchester che riuscirà a trionfare in Coppa dei Campioni una decina di anni dopo. Su quella panchina di quel Manchester United vincente, grazie pure ad un nordirlandese di nome George Best, c'era seduto ancora lui, quel Matt Busby, che rimase su quella panchina per dovere morale. Se molti non potevano più, per forza di cose, far parte del Manchester United, lui doveva restare lì per mantenere l'anima di tutti, l'anima malinconica, mistica, e mai dimentica, dei suoi Busby Babes.

E mentre ci si chiede ancora se Duncan Edwards sarebbe stato il miglior inglese di tutti i tempi o se quel Manchester United avesse vinto quell'edizione di Coppa dei Campioni, sono già passati 60 anni. E ne passeranno 60 e poi altri 60 ancora, ma la scia magica lasciata da quella squadra e da questa storia faranno sempre parte di chi ha una coscienza calcistica abbastanza ampia e importante per fare posto alla leggenda dei Busby Babes.


Luciano Re Cecconi, Lazio, morte

Il mistero della morte di Luciano Re Cecconi

Sono passati 41 anni dall'assurda morte di Luciano Re Cecconi, leader della prima Lazio scudettata della storia. Proprio perchè sono passati tantissimi anni a molti non dice nulla questo nome, ignorando sia collegato ad una delle pagine più controverse del calcio. Ma prima ripercorro la sua vita e perchè fosse considerato uno degli uomini simbolo del calcio italiano degli anni Settanta.

Chi era Luciano Re Cecconi

Luciano Re Cecconi è nato nel 1948 a Nerviano, in Lombardia. Suo padre muratore, mentre lui, col cugino, facevano dei lavoretti di carrozzeria quando non era impegnato con il suo hobby preferito: il calcio. Ma ben presto l'hobby divenne un lavoro. Alto, fisico importante, centrocampista a tutto campo, con quello sguardo da nordico, forse anche per via della sua chioma bionda. Tant'è che fu ribattezzati Cecconetzer, per via della sua somiglianza con  Günter Netzer, stella del calcio tedesco dell'epoca. Raggiunse l'apice del successo con la Lazio, nella quale entrò a far parte nel 1972. Prima si mise in luce Tra C, B, e poi anche A, coi gli altri due club dove militò, ovvero Pro Patria e Foggia.
Ma fu appunto coi biancocelesti che iniziò a giocare ad altissimi livelli, complice anche la mossa tattica del suo allenatore Tommaso Maestrelli, che impostò Re Cecconi come regista. Vinsero uno storico scudetto nel 1974. Era la Lazio fantastica dei Chinaglia, Pulici, Wilson, Petrelli, Martini, di un giovane Vincenzo D'Amico. Oltre ovviamente all' Angelo Biondo, come veniva osannato appunto Re Cecconi. Quest'ultimo partecipo' con l'Italia anche ai Mondiali sfortunati del 1974. Tuttavia furono solo due le presenze con la maglia azzurra, anche per via dell'abbondanza di talento che imperversava nella penisola (si stava infatti formando il mitico gruppo del Mundial '82). La Lazio successivamente perse diversi pezzi e sbandò, ma Re Cecconi la condusse alla salvezza. Il regista si infortunò gravemente l'anno dopo, per poi tornare a giocare. Fino a quel maledetto 18 gennaio 1977.

La morte di Luciano Re Cecconi

Era tardo pomeriggio, Luciano Re Cecconi con il compagno di squadra Pietro Ghedin e l'amico comune, il profumiere Giorgio Fraticcioli, entrarono nella gioielleria di Bruno Tabocchini, sita in via Nitti, nel quartiere romano Flaminio, in quanto Fraticcioli avrebbe dovuto consegnare dei prodotti. Da qui in poi non è chiaro cosa successe, perchè per 41 anni si sono inseguite conferme e smentite come se piovesse, ma un secondo devo fermarmi e contestualizzare. Erano gli anni di Piombo, Roma  viveva il "mito" della Banda della Magliana, e per le attività al calar della sera subentrava un timore legittimo.
Precisato ciò, i tre entrarono nella profumeria e, secondo quella che è la ricostruzione ufficiale dei fatti, Re Cecconi avrebbe detto "Fermi tutti, questa è una rapina!". Il gioielliere non ci pensa due volte e tira da sotto il bancone una Whalter, revolver calibro 7,65 e la punta su Ghedin, il quale alza subito le mani. Subito dopo il gioielliere cambiò bersaglio e esplose un proiettile verso il torace di Luciano Re Cecconi, vistò che quest'ultimo, a quanto pare, non ebbe la prontezza di alzare le mani in segno di resa. Tramortito a terra, sussurrerà:"Era uno scherzo, era solo uno scherzo". Viene portato all'Ospedale San Giacomo, dove alle 20,04 verrà dichiarato morto.
Luciano Re Cecconi muore a 28 anni, lasciando la moglie Cesarina, i figli Stefano di 2 anni e Francesca, nata solo qualche mese dopo.

Il processo, l'assoluzione di Bruno Tabocchini e le reazioni

Bruno Tabocchini fu arrestato per "eccesso di legittima difesa". Dopo 18 giorni, il 4 febbraio, ci fu il processo per direttissima, in cui il gioielliere venne scagionato per "aver sparato per legittima difesa putativa" .
Morte, Re Cecconi, Lazio
La reazione della stampa alla morte di Luciano Re Cecconi (fonte Il Post)
Non fu presentato ricorso, anche se  il pubblico ministero Franco Marrone affermò che «la motivazione della sentenza è stata giuridicamente e tecnicamente scorretta. Il tribunale pervenne al suo convincimento omettendo di valutare dovutamente tutti gli elementi emersi».  Pure Bettino Craxi fu contrario alla sentenza, poichè «non si spara al cuore di una persona a occhi chiusi per aver agito in stato di legittima difesa putativa».

Chi non conosce la storia sta pensando a quanto fosse stato ingenuo Re Cecconi a fare una cosa simile. Solo che negli anni si susseguiranno tantissime incongruenze che faranno capire che il dubbio è più che legittimo. Quella Lazio fuori dal campo era molto rissosa. Ma non Re Cecconi, detto 'Il saggio', proprio per la tranquillità che lo contraddistingueva. Si sapeva che alcuni di loro andassero in giro armati di pistole. Durante i ritiri, dalle finestre dell'Hotel Americana, sull'Aurelia, sparavano ai lampioncini, oppure la sera facevano gli spacconi nel locale “Jackie O". Una Lazio tosta fuori e dentro il campo, ma gli eccessi non facevano parte del personaggio Luciano Re Cecconi.

Le pubblicazioni sulla morte di Re Cecconi

Fu la tesi del giornalista Maurizio Martucci con il suo libro 'Non scherzo. Re Cecconi 1977, la verità calpestata', pubblicato nel 2012, che spiega come quelle parole "Fermi tutti, questa è una rapina" non furono mai pronunciate, nè da Re Cecconi nè dagli altri. Ma che avrebbe potuto essere stata la fobia di Tabocchini ad aver ingenerato a sè stesso un'ansia cronica per via di precedenti vere rapine subite.

«Ciò che davvero conta è che la gente smetta di pensare a Luciano Re Cecconi come a un povero scemo fascistoide ed esaltato, morto alla Collina Fleming per la propria sfrontata stupidità». [Guy Chiappaventi]

Il giornalista Guy Chiappaventi, pubblicò un libro-inchiesta a fine 2016, dal nome Aveva un volto bianco e tirato – Il caso Re CecconiAnche qui l'obiettivo non è revisionistico, ma il puntare a far riflettere che quello che accadde quella sera è un qualcosa di diverso rispetto alla ricostruzione ufficiale. Ad esempio, come faceva Tabocchini a non riconoscere Luciano Re Cecconi, che solo tre anni prima aveva vinto uno Scudetto con la Lazio, peraltro giocatore della Nazionale, e che per giunta abitava pure nello stesso quartiere (nella Cassia)? Anche il figlio, Stefano Re Cecconi, scrisse un libro sulla vita del padre intitolato "Lui era mio papà".

A Roma dal 2003 c'è una via, nella Tuscolana, dedicata a lui dal Comune, così come il centro sportivo di Nerviano, suo paese natale, porta il suo nome.

Re Cecconi, un mistero senza fine

In questo scenario il ruolo di Pietro Ghedin è assai particolare. L'ex tecnico di Malta sostenne inizialmente che prima di entrare dentro la gioielleria, Re Cecconi gli avrebbe confidato la voglia di fare uno scherzo, versione poi confermata anche da un altro testimone visivo, il macellaio Mario Isidori, nonché padrino di Stefano, figlio di Luciano Re Cecconi. In un secondo momento, però, Ghedin smentì di aver sentito pronunciare quelle frasi. Fra l'altro mai confermate comunque neanche da Fraticcioli che era con loro. Insomma, un caos.

Luciano Re Cecconi, Lazio
Luciano Re Cecconi, indimenticato dalla tifoseria della Lazio

Lo stesso Ghedin si è poi sempre imposto di non parlarne più pubblicamente dopo la prima deposizione alla polizia. Il figlio di Re Cecconi tentò un approccio con Ghedin, ma i risultati furono deludenti per Stefano, come raccontato QUI. Anni dopo, ad un'intervista all'Unità, Ghedin disse che «quel giorno non ci fu nulla di premeditato, di previsto. Lo ripeto: se fossi morto io non avrei saputo perché».

Interessante in questa chiave l'inchiesta realizzata dalla redazione di Premium Sport. Fu messo in luce un retroscena nuovo, svelato dal suo ex compagno di squadra Luigi Martini.

"Luciano morto per uno scherzo?   Io sono fortemente convinto di no. Ghedin quella notte dormì da me, era sotto shock, e mi raccontò che lui quando entrò nell'oreficeria, alzò la testa e vide la pistola puntata su di sé. Poi di colpo il gioielliere da Ghedin puntò la pistola su Re Cecconi e sparò".

Questo è il brutto della verità: quando non se ne è a conoscenza si rischia di ricordare nel modo sbagliato una persona. Luciano Re Cecconi fu dipinto come uno sciocco, poichè con una rapina burla avrebbe gettato via la sua vita. Tuttavia queste incongruenze, il contesto dell'epoca, i silenzi, le deposizioni rilasciate e poi cambiate, lasciano con l'amaro in bocca.

Dopo 41 anni l'unica verità certa è che Luciano Re Cecconi fa l'Angelo biondo a tempo pieno lassù.


Edmundo, o'animal

Edmundo e tutte le sue follie

Quando scrivo questo genere di articoli, come questo su Edmundo, parto sempre dal presupposto di parlare magari ad un pubblico un po' troppo giovane per ricordare le gesta del protagonista del mio scritto. E quindi questa cosa fa assumere al racconto dei contorni magici, ai confini tra realtà e immaginazione, perchè spesso si parla di calciatori che fanno cose che oggi sarebbe difficile per chiunque ripetere, di giocatori con un carisma troppo enorme che un calciatore di oggi non potrebbe reggere mai.

La storia di Edmundo, o'Animal

La storia di Edmundo Alves De Souza Neto, ma più semplicemente Edmundo, è una delle più controverse. Attaccante brasiliano, di cui ci si ricorda per i suoi modi rudi: innumerevoli le sue risse. Di gol ne fece oltre 200 tra Brasile, Italia e Giappone, ma se vi dico che ce lo ricordiamo tutti per il suo comportamento, beh, è tutto dire.

Edmundo, o'animal
Edmundo in uno scontro

Soprannominato "O Animal", perchè in un'intervista un giornalista lo definì "l'animale della partita", in quanto spesso era il migliore, grazie alla sua tecnica e alla sua tempra. Eppure la cosa non lo soddisfaceva molto: "Adriano, una persona a cui voglio bene, è diventato l’Imperatore. Fa le stesse cagate che faccio io, anche peggio, eppure è l’Imperatore. E pure Luis Fabiano fa molte cagate ed è diventato Fabuloso, favoloso. E io sarei l’animale…”.

La sua passionalità lo portava ad avere delle reazioni esagitate: quando perdeva diceva che necessitava di ore per metabolizzare. Non parlava alla moglie o ai figli: solo dopo aver smaltito la rabbia. Oppure, come rivelò Nicola Amoruso, attaccante, ex suo compagno di squadra al Napoli, quando Edmundo si chiuse nello spogliatoio a chiave perchè non aveva ricevuto lo stipendio.

A Firenze vivette un periodo buono: con Trapattoni alla guida, si laureò campione d'inverno. peccato che poi a febbraio scappò in Brasile per l'immancabile Carnevale di Rio. Con Malesani le cose non migliorarono: il brasiliano era assolutamente convinto che non lo si faceva giocare per chissà quale complotto.

A Firenze fu protagonista di una scazzottata con un ragazzo della primavera, tale Stefani, reo di avergli fatto fallo da dietro. Sicuramente più simpatico quando in un Vicenza - Fiorentina gli fu lanciato addosso dagli spalti un'arancia e lui in tutta tranquillità la sbucciò e la mangio. Mentre adesso ci ricordiamo solo della banana lanciata (e poi mangiata) a Dani Alves.

La sua esuberanza lo portò spesso fuoristrada: memorabile la querelle con gli animalisti, poichè Edmundo, per il compleanno del figlio, diede da bere whisky ad una scimmia (in quanto aveva affittato un circo come attrazione). Il tutto ovviamente documentato. Alla guida non era certo un lord: ben 219 i punti della patente persi.

Quello che non si sa di Edmundo

Edmundo, o'animal
Edmundo dopo una sconfitta

Ma furono ben altre le cose gravi in cui Edmundo fu invischiato: fu emesso un mandato di cattura nei suoi confronti per essere stato riconosciuto colpevole per la morte di tre persone in un incidente avvenuto a Rio de Janeiro nel 1995. In precedenza, nell'ottobre del 1999, era stato condannato a 4 anni e mezzo di carcere in regime di semilibertà, ma finora è sempre rimasto libero grazie ai continui ricorsi presentati. Nell'incidente del 2 dicembre 1995 morirono tre persone: una ragazza che viaggiava con lui e una coppia in un'auto investita dal fuoristrada del giocatore. Altre tre ragazze, che si trovavano sul mezzo guidato da Edmundo, rimasero ferite gravemente.

Se si puo' pensare che uno come Edmundo sia solo un personaggio legato ai trionfi (vicecampione del mondo e campione d'America con il Brasile) e alla baldoria ci si sbaglia. Il fratello fu ucciso e messo in un bagagliaio, i suoi genitori ne soffrirono molto e morirono poco dopo. Queste sue seguenti parole fanno si che un personaggio come Edmundo mi stia antipatico:

“Sono distrutto ancora oggi. Ho perso mio fratello, ma anche mio padre e mia madre, che si sono ammalati e sono morti pochi anni dopo. Le mie sicurezze se ne sono andate. Non mi riprenderò mai del tutto. Scambierei i miei soldi, la mia carriera, la mia fama, per averli qui con me. Posso solo fare finta di essere felice.".