Loris Karius, Liverpool

L'esasperata solitudine prolungata di Loris Karius

Ho visto la finale di Champions League, tra Real Madrid e Liverpool, con amici di varie nazionalità. Al mio amico inglese ho detto la frase "Why doesn't Liverpool have a great goalkeeper?", ovvero perchè il Liverpool non avesse un portiere forte. Ma l'ho detto già alla lettura delle formazioni. Non è che il Real Madrid avesse Yashin in porta, ma Keylor Navas può essere vituperato quanto si vuole, ma alla fine c'è sempre e risponde bene quando è chiamato in causa. Il Liverpool presenta in porta Loris Karius, portiere tedesco, classe '93, ex Mainz. Quest'ultimo l'ha spuntata nel ballottaggio durato tutta la stagione: in porta, contro il Real Madrid andrà lui, e non il belga, più quotato Simon Mignolet.

La gara finisce 3 a 1 per i soliti madrileni. I punti focali sono davvero tantissimi su cui si può discutere. Provando ad elencarli, spero di non dimenticarne neanche uno. Gli infortuni e le lacrime di Salah e Carvajal, che temono adesso anche il Mondiale di Russia 2018; i due errori di Karius; Manè che si sobbarca l'intero peso dell'attacco inglese; la splendida sforbiciata di Gareth Bale; le solite sceneggiate di Sergio Ramos; Cristiano Ronaldo che si danna per non esser riuscito a segnare un gol; le 5 Champions League vinte dal portoghese che aggancia Paolo Maldini; le 3 Champions League vinte da allenatore da Zinedine Zidane, agganciando Ancelotti e Paisley; il silenzio insolito di Jurgen Klopp; il possibile addio di Cristiano Ronaldoal Real Madrid. La 13° Champions League del Real Madrid Ma nulla ha il prezzo della solitudine di Loris Karius.

Gli errori di Loris Karius consegnano il trofeo alle merengues

Il portiere del Liverpool commette due errori che di solito commette chi gioca all'oratorio, o nei campetti di periferia, e, da non portiere, deve scontare il suo turno in porta. Ma qui non eravamo all'oratorio, e Kiev non è proprio periferia. Sul gol di Benzema mi ero girato: se il portiere ha il pallone in mano è finita l'azione offensiva. E invece no, imparalo per la prossima volta, Andrea. Sul secondo gol di Bale, da oltre 30 metri, mi dico che è solo un tiro forte si, ma centrale, che non cambia traiettoria: non sarà gol. E invece no, imparalo per la prossima volta, Andrea. Anche qui un gesto inconsueto: mani troppo vicine una con l'altra e un insolito saltello al momento di bloccare la palla. Due gol che oscurano la meravigliosa bicicletta di Bale, che da il via su quale sia più bella tra questa e quella di Cristiano Ronaldo contro la Juventus. Il Real Madrid vince 3 a 1 e i due gol di differenza sono sulla coscienza, per nulla invidiata, di Loris Karius.

Non sono qui per deriderlo o per dire che adesso dovrà trovarsi un altro lavoro. Se cercate un articolo in cui si affondi il colpo potete già chiudere la pagina. Già è bastato tutto il cyberbullismo, spacciato per sfottò, per affossare il giocatore tedesco. Ha combinato degli errori, come possono tutti, anche se in un contesto mondiale che gli peserà a vita, come accadde a Moacyr Barbosa, durante il leggendario Maracanazo del 1950. Non occorre infierire. Ci penseranno le sue notti insonni, nonostante qualcuno dica che Karius avrà milioni di buoni motivi (calcolati in euro), per stare tranquillo. Questo lo diciamo noi che abbiamo conti corrente più esigui, e quindi pensiamo che in ogni caso, Loris Karius, casca bene. Ma umiliazioni simili rendono inutile tutto quello che possiedi, o possiedi zero o possiedi mille. Ti fanno sentire impotente, ti fanno dubitare di te, ti fanno sentire tremendamente solo.

Cercasi abbraccio per Loris Karius

Una solitudine, esasperatamente prolungata, di questo lungagnone di 1.90, biondo al pari di un qualunque modello, che magari ha fatto sbavare prima milioni di tifose. Per poi provocarci compassione, per le sue lacrime nel post partita, senza ricevere, dapprima, uno straccio di un abbraccio consolatorio, se non quello di Gareth Bale e di alcuni giocatori del Real. Magari Klopp e i giocatori del Liverpool avranno passato un'ora per consolarlo negli spogliatoio (chi lo sa!), e per questo non li condanno, ma credo che, prima, in quel preciso momento, in cui Loris Karius chiedeva onestamente scusa agli sportivissimi tifosi del Liverpool, il tedesco avesse più bisogno di una pacca sulla spalla che di una qualunque vittoria della Champions League.


Roma, Barcellona, Champions League

Scusiamoci con la Roma e con il calcio

La vittoria clamorosa della Roma per 3 a 0 contro il Barcellona è valsa un'insperata qualificazione alle semifinali di Champions League dopo 34 anni di assenza. Un'impresa storica. Solo il Deportivo, contro il Milan, e lo scorso anno lo stesso Barcellona, contro il PSG, erano state le sole a rimontare da un passivo di 3 gol dell'andata nella storia della Champions  League. Anche lì, il dominio spagnolo è stato interrotto con la tenacia italiana. Merito di una prestazione giallorossa sopra le righe. Così sopra le righe che sono riusciti a far fare figure barbine a chi racconta il calcio tutti i giorni. E proprio ogni giorno si rischia di dimenticare quanto il calcio non è proprio scienza esatta. È pur sempre una palla che rotola su un campo, insieme ad altre decine di fattori importanti.

Io stesso avevo, su un articolo per Nostradamusbet, avevo messo in dubbio non tanto l'impresa dei giallorossi, quanto la competitività di una competizione che portava ad avere dei quarti di finali, all'apparenza, già decisi dopo 90 minuti. D'altronde, come detto prima, solo due squadre nella storia avevano rimontato un passivo di 3 gol. Ma questi errori di valutazione, che capitano normalmente nel corso di una carriera in cui si parla di calcio (altrimenti punterei a fare l'oracolo), sono i migliori errori che puoi fare, in quanto sono felicissimo di essere stato sburgiardato da una grandissima Roma.

L'impresa della Roma è oro colato per il calcio italiano

La gara di ieri non è stata solo Roma contro Barcellona, ma è finita per essere la solita Italia contro Spagna. Certo, l'impresa è tutta Made by Roma, ma la soddisfazione di tutti gli italiani (giuro che ho letto pure tweet di complimenti dai laziali, bravi) è stata qualcosa che ingigantisce i contorni di questa impresa. Mentre tutta Italia esultava al triplice fischio, e vedevo tutta la felicità sciorinata in tv e sul web, mi è tornata per un attimo la malinconia, poichè non potremo vedere scene simili a giugno per i Mondiali in Russia, visto che non ci saremo. Quindi, Roma, grazie due volte.

Anzi, grazie tre volte, perchè, come scritto qui, non se ne poteva più di un dominio spagnolo nei nostri confronti. Di certo una rondine non fa primavera, tant'è che quest'anno contro le spagnole in Champions avevamo fatto male. Un solo gol, quello di Dzeko all'andata e 12 gol subiti tra Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid. Ovviamente senza vincere e racimolando solo due 0 a 0. Quindi la strada è ancora lunga, ma spesso la via da intraprendere è quella del gioco, della sfrontatezza. Della grinta si, ma anche della concentrazione pura. Quella che ha annichilito il Barcellona di ieri, incapace di rendersi pericoloso davvero. A tal proposito, ho trovato allucinante che una squadra che di deve giocare un match così importante entri in campo alle 20,20 per riscaldarsi. Lì ho capito che, forse, un certo miracolo poteva esser possibile.

Questa è la Roma di Di Francesco

Ma più che demeriti altrui, credo che sia più un merito della scuola italiana dei nostri allenatori. Oggi Eusebio Di Francesco sorriderà tra sé, vedendo quanti stanno salendo sul suo carro, quello del vincitore. Un allenatore che ha dovuto far ripartire un ambiente che non sapeva come comportarsi senza avere Francesco Totti in campo, dopo 24 anni.

Una cosa mi è sempre piaciuta di questo allenatore: il coraggio. Il coraggio di parlare, il coraggio di rispondere, il coraggio di proporre e il coraggio, di ieri, di cambiare. Valverde ha ammesso che si è sentito spiazzato dalle 2 punte e dal modulo. Il 3-5-2 che ha dato finalmente un senso a Schick, che ha dato centralità a De Rossi, che ha dato solidità in difesa. E poi, diciamocelo, proprio perchè il pallone non è una scienza esatta, ci sta che ieri pure il destino ha disegnato in favore dei giallorossi. Oltre al solito bosniaco, a deciderla sono stati i gol proprio di De Rossi e Manolas. Proprio coloro che hanno dovuto soffrire il macigno delle autoreti fatte al Camp Nou la settimana scorsa.

Mi piace pensare che il destino abbia voluto scusarsi con loro.  Proprio come tanti, io compreso, che si sentono oggi in dovere di scusarsi per aver dato per scontato un certo esito, sin dal sorteggio, dando credito ai giornali catalani che definivano, presuntuosamente, un "Bombon" il sorteggio contro i giallorossi, considerati l'anello debole di questi quarti di finale di Champions League. Oggi per Messi e compagni sarà amaro rendersi conto di essersi sbagliati. Ma per me, e per chi racconta il calcio, oggi è bellissimo poter dire "Meno male che non ci ho azzeccato!".


Real Madrid, Champion League

Tutte le squadre che hanno eliminato il Real Madrid dalla Champions League

Juventus - Real Madrid rappresenta una sfida che sconfina nel campo del fascino senza limiti. Questa nuova sfida di Champions League sarà solo una delle mille battaglie tra le merengues e i bianconeri, con l'ultimo capitolo amaro per la Juventus, con la finale di Cardiff, che permette ai blancos di avvicinarsi a questo quarto di finale con i favori dei pronostici. È una gara a cui si contrappongono la classe dei madrileni e la pragmatismo dei torinesi: entrambe le squadre rispecchiano le qualità dei propri mister. Il concreto Allegri con il fantasioso Zidane. Ovviamente anche a quest'ultimo va riconosciuto come abbia di fatto portato tanti trofei a Madrid. Ragion per cui questa gara ha gli occhi del mondo puntati addosso.

La Juve insegue la sua 3° Champions League, sperando di speccare il tabù che aleggia da oltre 20 anni. Il Real Madrid ha nella Champions League il suo habitat principale, avendo vinto 3 delle ultime 4 edizioni. Fermare la corazzata di Cristiano Ronaldo è roba davvero difficile: dal 2010 i blancos raggiungono almeno la semifinale. Inoltre nessuno più delle merengues ha vinto tante volte questo trofeo (12).

Per provare a sconfiggere la cabala ho elencato qui sotto le esperienze del Real Madrid in Champions, precisando chi, quando non ha vinto il trofeo, li ha fermati e a che turno. Ci sono tantissime sorprese, oltre al fatto che in 62 edizioni il Real Madrid ha saltato l'appuntamento più carismatico del calcio solo 15 volte. Tutto questo amplifica i caratteri dell'impresa di chi, i blancos, li ha buttati fuori.

La storia del Real Madrid in Coppa Campioni

  • 55-56: Campione
  • 56-57: Campione
  • 57-58: Campione
  • 58-59: Campione
  • 59-60: Campione
  • 60-61: Barcellona (ottavi di finale)
  • 61-62: Benfica (finale)
  • 62-63: Anderlecht (primo turno)
  • 63-64: Inter (finale)
  • 64-65: Benfica (quarti di finale)
  • 65-66: Campione
  • 66-67: Inter (quarti di finale)
  • 67-68: Manchester United (semifinale)
  • 68-69: Rapid Vienna (ottavi di finale)
  • 69-70: Standard Liegi (ottavi di finale)
  • 70-71: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 71-72: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 72-73: Ajax (semifinale)
  • 73-74: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 74-75: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 75-76: Bayern Monaco (semifinale)
  • 76-77: Club Brugge (ottavi di finale)
  • 77-78: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 78-79: Grassopphers (ottavi di finale)
  • 79-80: Amburgo (semifinale)
  • 80-81: Liverpool (finale)
  • 81-82: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 82-83: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 83-84: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 84-85: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 85-86: nessuna partecipazione in Coppa dei Campioni
  • 86-87: Bayern Monaco (semifinale)
  • 87-88: PSV Eindhoven (semifinale)
  • 88-89: Milan (semifinale)
  • 89-90: Milan (ottavi di finale)
  • 90-91: Spartak Mosca (quarti di finale)

La storia del Real Madrid in Champions League

  • 91-92: nessuna partecipazione in Champions League
  • 92-93: nessuna partecipazione in Champions League
  • 93-94: nessuna partecipazione in Champions League
  • 94-95: nessuna partecipazione in Champions League
  • 95-96: Juventus (quarti di finale)
  • 96-97: nessuna partecipazione in Champions League
  • 97-98: Campione
  • 98-99: Dinamo Kiev (quarti di finale)
  • 99-00: Campione
  • 00-01: Bayern Monaco (semifinale)
  • 01-02: Campione
  • 02-03: Juventus (semifinale)
  • 03-04: Monaco (quarti di finale)
  • 04-05: Juventus (ottavi di finale)
  • 05-06: Arsenal (ottavi di finale)
  • 06-07: Bayern Monaco (ottavi di finale)
  • 07-08: Roma (ottavi di finale)
  • 08-09: Liverpool (ottavi di finale)
  • 09-10: Lione (ottavi di finale)
  • 10-11: Barcellona (semifinale)
  • 11-12: Bayern Monaco (semifinale)
  • 12-13: Borussia Dortmund (semifinale)
  • 13-14: Campione
  • 14-15 Juventus (semifinale)
  • 15-16: Campione
  • 16-17: Campione

Le bestie nere (a sorpresa) del Real Madrid

È il Bayern Monaco la vera bestia nera delle merengues, con ben 5 eliminazioni causate. Tuttavia, più in generale, sono le squadre italiane ad aver più volte estromesso il Real Madrid dalla Champions League: ben 9 volte (Juventus 4, Milan 2, Inter 2, Roma 1). Il Barcellona, inoltre, è l'unica squadra spagnola ad aver eliminato il Real dalla competizione. Non mancano le sorprese: a quanto pare le squadre belghe sono indigeste al Real Madrid, il quale, in passato è stato eliminato pure da squadre austriache, svizzere, russe e ucraine. Altri tempi, altro calcio, in cui non serviva aggrapparsi alla cabala per eliminare i più forti della storia della Champions League.


Maurizio Sarri, Napoli

Quello che non sai di Maurizio Sarri

La Serie A ha la sua capolista solitaria, ed è il Napoli di Maurizio Sarri. Una squadra che gioca un gran bel calcio, plasmata ad immagine e somiglianza del tecnico toscano. A volte si rimprovera a Maurizio Sarri che le sue squadre hanno un calo in primavera: sono proprio curioso come questo super Napoli si comporterà nei prossimi mesi. Di certo mai come questa stagione il Napoli puo' essere vicino a vincere il titolo. Ma aspettiamo, e nel frattempo approfondiamo il personaggio Maurizio Sarri.

Maurizio Sarri è tifoso del Napoli, in quando visse i primi tre anni di vita a Bagnoli. Solo dopo si trasferì a Faella, in provincia di Arezzo. Figlio di Amerigo e Caterina, dal primo ne trasse la passione sportiva, in quanto il padre, che lavorava nell'edilizia, vinse 37 corse ciclistiche per dilettanti, per poi fare un paio di stagioni tra i professionisti. Inizio simile a quello avuto dal tecnico del Napoli, solo che Maurizio Sarri tra i professionisti ci sta restando fra i grandi. Ma è la gavetta fatta che lo rende diverso.

Maurizio Sarri, da calciatore ad allenatore, passando per il lavoro in banca

Da calciatore era difensore arcigno, soprannominato il Secco, fece provini per Torino e Fiorentina, non andati bene. Poi vi fu il Montevarchi, all'epoca ad un passo dai pro, che voleva Maurizio Sarri, ma la Figlinese,la sua squadra, sparò la cifra di 50 milioni di lire e non se ne fece più nulla. Quindi anni passati a giocare a calcio in categorie locali, Maurizio Sarri esordisce in panchina in Seconda Categoria, nello Stia, nel 1990. La sera allenava, di giorno lavorava in banca. Si occupava di grandi transazioni. Ha lavorato a Firenze, in Inghilterra, Germania, Svizzera e Lussemburgo. Più volte ribadirà come il lavoro bancario lo ha aiutato a sviluppargli uno spiccato senso organizzativo e decisionale.

Maurizio Sarri, ai tempi dello Stia (fonte gianlucadimarzio.com)

Smise nel 1999, mentre allenava il Tegoleto, dopo aver allenato Faellese, Cavriglia, Antella e Valdema. Tutti team di Prima Categoria, Promozione ed Eccellenza. Nel 2000 approdò al Sansovino, squadra che portò dall'Eccellenza alla C2 in tre anni, ottenendo due promozioni e una Coppa Italia di Serie D. L'anno dopo lo prese la Sangiovannese, ottenendo una speciale deroga per allenare tra i professionisti. Solo nel 2006 conseguirà il diploma a Coverciano per allenare.

Comincia ad allenare con assiduità tra C e B, tra cui Pescara, Arezzo, Avellino, Verona, Perugia, Grosseto, Alessandria e Sorrento. Ma sarà con l'Empoli che avrà la sua svolta. Lo allena dal 2012 al 2015, passando dagli ultimi posti della B ad un gran campionato, nel 2014/2015, in Serie A, diventando la rivelazione della massima serie, in cui esordì a 55 anni. Da lì la chiamata del Napoli, di cui sappiamo tutto. Ma cosa c'è dietro il personaggio Maurizio Sarri? Come si diventa Maurizio Sarri?

Quanta scaramanzia negli aneddoti su Maurizio Sarri

Le già citate esperienze nei campionati minori e l'esperienza bancaria ha influito, ma una componente non indifferente del tecnico toscano è di certo la scaramanzia. I colori sono importanti: quando un giocatore aveva le scarpe bianche lui gliele faceva tingere di nero. Lo stesso colore di cui si veste in panchina, poiché era un colore che gli porta bene. Ovviamente rigorosamente in tuta. Decisamente umoristico un aneddoto raccontato da un suo ex calciatore del Craviglia: "Un giorno eravamo tutti pronti per iniziare l’allenamento ma Sarri non arrivava. Allora aspettammo, aspettammo, aspettammo e alla fine decidemmo di chiamarlo. Lui rispose dicendo che era in macchina fermo perché gli aveva attraversato la strada un gatto nero e avrebbe dovuto aspettare per forza che passasse un’altra macchina prima di lui, se no non si sarebbe mosso. Solo che di macchine proprio non ne stavano passando.".

Sarri ai tempi del Sansovino (fonte gianlucadimarzio.com)

Oppure quando allenava l'Antella mangiavano sempre in un ristorante. Quando gli dissero che stesse arrivando un certo Ciucchi, non fece altro che toccare ferro. Addirittura a Faella si portava sempre con sè un nano, perchè diceva che portasse fortuna. Un altro aneddoto durante la sua esperienza a Valdema: "Era impressionante come Maurizio, se notava di aver fatto una strada particolare e magari di aver fumato una sigaretta in un certo punto o parlato con una certa persona, nel caso poi la domenica vinceva, la settimana dopo voleva in tutti i modi ripetere lo stesso percorso e le stesse cose fatte, per filo e per segno.". 

Ma di certo la storia più incredibile su Maurizio Sarri fu quella accaduta al Togoleto: "Una domenica dovevamo giocare lo scontro diretto a Chiusi e noi eravamo secondi a 4 punti da loro. La domenica prima Sarri urtò accidentalmente la macchina di un mio compagno, Marco Fara, con la sua BMW Station wagon grigia e poi vincemmo. Così, la domenica della partita contro il Chiusi, appena arrivò al campo, urtò intenzionalmente la sua vettura nuovamente contro quella del povero Marco Fara! Restammo senza parole, ma alla fine vincemmo 2-0").

Non solo superstizione: tanta preparazione analitica

Ma Maurizio Sarri di certo non si affida solo alla buona sorte. C'è tanta preparazione dietro: tutti i suoi giocatori, dalla Seconda Categoria alla A dicevano com'era incredibile la sua conoscenza analitica dei giocatori. Conosceva tutti, anche chi non giocava mai. Una settimana di allenamento con lui equivaleva a tre settimane di allenamento con un altro, diranno di lui. Ai tempi del Sansovino lo chiamavano Mister33, in quanto si dicesse che il 33 corrispondeva al numero impressionante di schemi. Tra i professionisti invece Sarri comincerà ad utilizzare un drone per i suoi allenamenti, o a far mangiare la pizza ai suoi giocatori subito dopo il match. Quando torna a casa la moglie gli fa trovare la cena pronta nella studio, perchè lui deve subito aggiornare i dati dei giocatori al computer. Suoi e degli avversari.

Di sinistra, ma non ditegli di votare Renzi, Maurizio Sarri ama leggere Bukowski, Fante e Vargar Llosa. Anti social, anti divo, fumatore incallito, un po' alla Zeman, ma non ce ne voglia il buon Zdenek, perchè, seppur il boemo sia affascinante, non garantisce gli stessi risultati del tecnico del Napoli. E se dovesse leggere quest'ultima frase, sarei sicuro che stia toccando ferro.


Milik, Napoli

Quant'è difficile essere Arkadiusz Milik oggi

Nel nostro immaginario poter essere un calciatore è qualcosa che ci da sempre la sensazione del positivo. Come se i momenti duri, in automatico, diventino tutte passeggiate. E di certo molte volte è vero, ma è altresì vero che le solitudini degli uomini importanti (e facoltosi) sono le più solitarie di tutti. Nessuno puo' capire la tristezza che abbatte un personaggio pubblico Perchè? Perchè la sua posizione di base è troppo più alta della mia. Ma con Milik sta accadendo qualcosa di diverso.

Sembra il remake della scorsa stagione. Arriva l'autunno e arriva il solito infortunio grave al ginocchio. Anche quest'anno è lesione. Anche quest'anno Milik era andato in gol in una trasferta ucraina (lo scorso anno con la Dinamo Kiev, quest'anno con lo Shaktar Donetsk), a testimoniare come il polacco sia un uomo d'area, con ottimo feeling da gol.

La nuova ripresa di Arkadiusz Milik

E se è stato difficile lo scorso anno, immaginatevi come lo sarà questo. Ogni ora, dalla mattina alla sera, rischia di essere la fotocopia esatta di quelli passati lo scorso anno. Nel frattempo il Napoli va, vola e fa tanti gol. Già lo scorso anno scrissi come Mertens poteva essere il giocatore che avrebbe potuto giocare al centro. Ma non ci sono certo tracce di gioia su questo. Tutta la squadra è scossa da questo nuovo infortunio. Per la gara di Champions contro il Feyenoord, Insigne e compagni hanno mostrato striscioni e maglie pro Milik (commettendo la gaffe di mostrare, per errore, quella di Zielinski). Tante le manifestazioni d'affetto da parte dei protagonisti del mondo del calcio. Su tutti Alessandro Florenzi ha voluto mostrare vicinanza. Il romanista purtroppo è uno che sa cosa vuol dire infortunarsi ripetutamente.

Ma tutto pian piano rientrerà nella norma. Milik dovrà, giorno dopo giorno, riabilitarsi, senza perdere mai il sorriso e la fiducia di uscirne. Non è facile cadere rialzarsi per poi cadere di nuovo. Per questo Milik non va dimenticato, in nessun'esultanza per ogni vittoria di questo Napoli. Non deve sentirsi un corpo estraneo, fatto fuori dal destino beffardo e non per un suo errore. Per questo la solitudine degli uomini importanti, quelli più invidiati, sono quelle meno comprese e più facilmente digeribili dalla massa. Per questo Milik merita davvero di esser tenuto per mano e lasciargliela solo al suo prossimo gol.


Mandzukic, Bonucci, Juventus

La verità (bufala) di Mario Mandzukic su Bonucci

La cessione di Bonucci al Milan ha sorpreso tutti. Inutile negarlo. Anche il clamore mediatico è giustificato. L'unica cosa che non sarà MAI giustificata è la pochezza, la nullità di alcuni imbecilli, che augurano il male. E mi fermo qui. Non meritano neanche la menzione.

La bufala di Mandzukic su Bonucci è la ciliegina di questo caos

Tuttavia forse i meno sorpresi erano alla Juventus. Se la cessione di Dani Alves stava portando a qualche perplessità, quella di Bonucci le ha confermate. Qualcosa alla Juventus non va. Si puo' giudicare molto poco, perché non sappiamo cosa sia successo. Ma critico appunto questo: nessuno che abbia usato la verità, che abbia detto come stessero davvero le cose. Ma per davvero. Non con la solita insopportabile diplomazia calcistica che si usa nelle interviste. Non ne possiamo più di giri di parole, frasi fatte e zero sincerità.

In mezzo a tutta questa ipocrisia si fa largo Mario Mandzukic. Un tipo che sicuramente non passerà alla storia per la diplomazia e la banalità. Faranno discutere moltissimo le sue dichiarazioni ad un giornalista serbo, tale Darko Meznovic, che mi premuro di riportarvi qui integralmente.

La storia di Mandzukic su Bonucci

"Intervengo io per stoppare queste voci di un ambiente malsano dentro lo spogliatoio della Juve. Erano semplicemente loro che hanno alzato questo casino, e per fortuna con loro se ne andrà. Sono stati loro due a litigare durante la finale, ed il perché è semplice, sono due persone caratterialmente opposte. Leo e Dani litigavano spesso e durante la finale abbiamo semplicemente assistito ad una delle loro tante scenate. Appena entrati nello spogliatoio a Cardiff tutti l'avevano presa come se fosse una partita normale, come se in palio ci fossero 3 punti in campionato, o almeno così lasciavano trasparire. Perciò ci si aspettava che Dani, come in ogni partita, appena entrati negli spogliatoi sparava dalle sue casse portatili Radio Party Groove mentre ci cambiavamo.

Mandzukic continua..

Ma questa volta non si limito a questo, esagerò, mettendo Samba Do Janeiro quasi a spaccare i timpani dei presenti e si mise a ballare come se non ci fosse un domani. Io tra me e me pensai "Che coglione!", ma feci finta di nulla e andai verso il mio armadietto, ma Leo no, per lui questa coppa era un ossessione, infatti gli andò faccia a faccia dicendogli che gli avrebbe spezzato le gambe entro 3 secondi se non toglieva questa "musica di merda". Ovviamente uscì fuori un battibecco tra i 2 che sembrava non poter più finire, finché Dani Alves non disse "Se io perdo stasera, ne ho già 3 in bacheca di queste; tu invece manco una". Lì tutti si girarono scandalizzati, anch'io che l'ho già vinta non avrei mai neanche pensato ad una frase del genere, non bisognava neanche pensare all'eventualità della sconfitta, in pieno stile Juve. Leo lo prese per la gola e a quel punto, quando stava per colpirlo, Max li divise e prese una decisione da vero condottiero: disse che non importava chi aveva cominciato, alla fine della partita sarebbero stati tutti e due cacciati a calci nel culo. Mai fu presa una decisione più saggia, ora in ritiro il gruppo è tornato unito come sempre, senza la fastidiosa spavalderia di Leo e senza il solito brasiliano rompicoglioni (Daniel Alves) che non ci lasciava mai cambiare con un pò di tranquillità".

Purtroppo la verità è un'altra..

Peccato che questa storia sembra essere proprio una bufala, in quanto non c'è alcuna conferma, nè sembra esistere tale Darko Meznovic, autentico Bansky del giornalista sportivo. Nessuno sfogo di Mandzukic. Peccato perché sarebbe stata una botta di verità che in mezzo a tutto questo marasma avrebbe dato più serenità ad un ambiente fin troppo teso. Sarebbe stata una bella dose di sincerità che avrebbe fatto svoltare pagina a tutti, prima di tutto a Bonucci.

Tuttavia non aspettatevi che la verità la tirerà fuori la società: assodato che a Cardiff qualcosa si è rotto, immaginatevi Andrea Agnelli ammettere che è successo il finimondo in quello spogliatoio. La tifoseria si rivolterebbe contro l'intera squadra che hanno buttato via una finale di Champions, che non viene vinta da 21 anni. Dopo che al 45' si stava sull'1-1. gettata alle ortiche per via di un qualche presunto capriccio tenuto (ancora) nascosto.


Linfield, Irlanda del Nord

La storia dei nordirlandesi del Linfield, tra calcio e ideali

Non si fa in tempo a chiudere la passata stagione che siamo già proiettati in quella che sta per arrivare. Non solo con l'imperante calciomercato, ma pure con il calcio giocato. I primi di luglio sono notoriamente famosi per i primi intrecci europei con squadre provenienti da qualunque angolo europeo. Tra i vari accoppiamenti spiccava quello di Champions League tra il Fiorita e il Linfield. I sammarinesi annoveravano tra le loro fila il presidente dell'AIC Damiano Tommasi, e qualche volto noto come Ricchiuti e Marco Brighi. Purtroppo per loro non sono riusciti a passare il turno. Ma davanti non avevano un avversario qualunque: avevano il Linfield con i suoi 150 anni di storia.

Linfield, non una squadra qualunque

Strabilianti alcuni numeri appartenenti al club di Belfast: è' il club più titolato dell'Irlanda del Nord, con 52 campionati vinti: Nessuno ha vinto più di loro. E' inoltre il secondo club al mondo per numero di trofei vinti: 218, dietro solo ai Rangers di Glasgow. Finora il Linfield è l'unico team della storia del calcio ad aver vinto 7 trofei in una sola stagione sportiva. L'ex capitano Noel Bailie indossò la “famous blue shirt” ben 1013 volte.

Nonostante la nazionale stia pian piano scalando le classifiche del ranking FIFA, il campionato nazionale nordirlandese stenta a decollare in appetibilità. Ma c'è qualcosa dentro alcuni club di questo Paese che non puo' essere raggiunto o comprato dagli altri: la storia. Il Linfield fu fondato al sud di Belfast nel lontano 1866, da alcuni operai protestanti facenti parte di una comunità assai vicina all'Ulster Defence Association (UDA). Dopo aver girato alcuni campi, il Linfield gioca stabilmente allo Windsor Park dal 1904.

Linfield contro tutti: quando la religione prevale sul calcio

Sappiamo bene che nel Regno Unito spesso emerge la componente religiosa: il Linfield viene considerato da sempre come un club protestante. In società c'è la consuetudine di non tesserare giocatori cattolici o che comunque non sono protestanti. Com'è immaginabile, questa tradizione assume connotati ben più stridenti tra gli spalti: i tifosi del Linfield sono spesso rimasti coinvolti in scontri contro tifoserie di diversa fede, come accade spesso contro Derry City, Glentoran, Coleraine.

Ma addirittura fu contro il Belfast Celtic, società non più esistente, nel 1948 che la situazione sfociò in qualcosa d'incredibile: a Windsor Park, dopo il triplice fischio di Linfield - Belfast Celtic, ne seguì un'invasione con tanto di scontro tra le due fazioni, nel quale l'attaccante protestante del Belfast Celtic, Jimmy Jones, ne uscì con una gamba rotta. Questi fatti fecero prendere l'irremovibile decisione del Belfast Celtic di non partecipare più ad alcuna competizione nordirlandese, per sempre.

Le storia e le varie tradizioni socio culturali hanno fatto si che la rivalità tra il Linfield e le altre squadre nordirlandesi fosse davvero marcata: la presenza delle forze dell'ordine a margine degli spalti è quasi un rito. Chiaramente il club, che punta a fare strada anche in Europa, sta cercando di calmare gli animi. Il club sta collaborando con la federazione nordirlandese in una campagna chiamata “Give Sectarianism The Boot” (Diamo Un Calcio Al Settarismo).

Adesso che abbiamo fatto un bel focus (doveroso) sul Linfield, possiamo da soli comprendere come il prossimo turno dei nordirlandesi in Champions League appaia infuocato: contro i cattolici del Celtic Glasgow. Che Dio ce la mandi buona, anzi no, meglio non tirarlo in ballo.


Helmut Duckadam

Helmut Duckadam, i baffi, i 4 rigori parati e le ali spezzate.

In questi giorni si è parlato molto di Claudio Bravo, portiere cileno, che nella semifinale di Confederations Cup contro il Portogallo ha parato ben 3 rigori ai lusitani. Mai nessun portiere prese tre rigori consecutivi nelle competizioni Fifa. Ma Claudio Bravo dovrebbe chiedere ai suoi ex tifosi del Barcellona se la sua recente impresa ha portato alla loro memoria una qualche spiacevole reminiscenza. Un salto indietro di 31 anni, e un nome ben preciso: Helmut Duckadam.

La leggenda di Helmut Duckadam

Era la Coppa dei Campioni del 1985/86, e ancora potevamo vedere come la competizione fosse davvero europea. Le semifinali furono Barcellona - Goteborg e Steaua Bucarest - Anderlecht. Spagna, Svezia, Romania e Belgio (erano gli anni in cui squadre belghe arrivavvano in fondo in Europa).  Ultimamente queste nazioni, escludendo chiaramente la Spagna, non hanno manco una rappresentante nella fase a gironi, figuriamoci nelle semifinali del torneo. A conquistare la finale di Siviglia sono i catalani e i romeni. Lo Steaua di Helmut Duckadam.

Il clima in Romania non era proprio al massimo del benessere. Vigeva il regime dittatoriale di Ceausescu, scarseggiava gas ed elettricità. Addirittura per la finale vennero chiuse le frontiere romene, per evitare chissà quale esodi da parte del popolo romeno. Solo mille i tifosi dello Steaua Bucarest, tutta gente vicina al regime. Contro 60.000 tifosi del Barcellona.

La partita è di un equilibrato incredibile: l'estro spagnolo si scontrò contro la sagacia dei romeni, che seppero portare la finale sui binari dei rigori. Lì accaddè qualcosa d'incredibile: il portiere dello Steaua Bucarest, Helmut Duckadam, ben pensò di neutralizzare addirittura quattro calci di rigore dei catalani. I centri dal dischetto di Lacatus (che qualche anno dopo vedemmo a Firenze) e Balint, completarono l'impresa: lo Steaua Bucarest era campione d'EuropaHelmut Duckadam divenne un mito: la stampa italiano l'indomani titolò "Superman esiste ed è romeno". Questo spilungone simpaticissimo, con capigliatura folta e baffoni, divenne subito un'icona. Il Manchester United si mise sulle sue tracce.

Il triste epilogo della carriera di Helmut Duckadam

Solo che la finale di Siviglia fu il suo picco più alto: dopo qualche settimana scomparve da ogni taccuino e da ogni gara. Progressivamente non venne più convocato, finché la sua carriera si spense del tutto, inspiegabilmente. L'eroe di Siviglia verrà ritrovato, qualche anno dopo, a difendere i pali di una squadra di terza serie. Un paio di presenze e poi il ritiro.

Steaua Bucarest, Helmut Duckadam
Steaua Bucarest campione d'Europa 1985/86

Cosa gli successe? E' sempre circolata la versione per cui Helmut Duckadam si fosse opposto alla richiesta del figlio di Ceausescu, il quale chiese espressamente al portiere di consegnargli una Mercedes che gli regalò il Real Madrid, che volle ringraziare il portiere per non aver fatto vincere i rivali del Barcellona. I rumors di allora dicevano che questo rifiuto gli costò tantissimo: gli furono spezzate le mani a suon di bastonate, al punto da non poter più giocare. Solo nel 2007, quasi vent'anni dopo, pubblicamente Helmut Duckadam smentì categoricamente questa versione dei fatti, parlando invece di un grosso problema, una trombosi che stava per compromettergli l'intero braccio.

Ma questa versione, onestamente, vista anche la tardività con cui è stata rivelata, fa un po' acqua da tutte le parti, sembrando più che altro un modo per assicurarsi a lui, e alla sua famiglia, protezione. D'altronde la popolarità di Helmut Duckadam fu una cosa inusuale per la Romania, e probabilmente Ceausescu ne fu anche geloso, visto che nessuno poteva essere superiore al dittatore.

Ridateci la Coppa Campioni, ridateci le semifinaliste provenienti da tutta Europa, ridateci soprattutto Helmut Duckadam e ridate a lui la sua carriera, perchè lui a noi poi avrebbe ridato l'ennesimo pallone bloccato dopo un rigore. In cambio vi avremmo dato Ceausescu e tutte quelle cose che con il calcio, ma più largamente con la giustizia, non hanno nulla a che vedere.


Cardiff, Champions League

Com'è cambiata Cardiff per una finale di Champions

In questi giorni è sulla bocca di tutti: Cardiff, capitale del Galles, si ritrova sulla cresta dell'onda in quanto ospiterà la prossima finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid. Da subito è apparsa strana come scelta, in quanto di solito si gioca in città più grandi, dove magari la tradizione calcistica è assai più in voga. Si, perchè a Cardiff va per la maggiore il rugby, in quanto la nazionale gallese è tra le più forti. La Cardiff calcistica si consola con una squadra che gioca in Championship inglese, la B britannica insomma.

Ma è bello così, che il grande calcio sia itinerante, soprattutto in nazioni, come quella gallese, che della Champions conosce solo degli aridi preliminari. Poco importa se Cardiff è una città poco popolosa: solo 350mila abitanti. Mai una città così piccola aveva ospitato una finale di Champions. Poco importa perchè la città gallese è ben attrezzata per i grandi eventi, visto che ne vive parecchi con il rugby. Infatti la cornice di questa finale sarà il Millennium Stadium, stadio che non ha neanche 20 anni di vita, che puo' ospitare 75mila spettatori.

Finale di Cardiff, ma quanto mi costi?

Spettatori che hanno pagato una fortuna per esserci: impossibile trovare biglietti sotto le mille euro. In città arriveranno 200 mila persone, molte senza biglietto, poichè tenteranno la fortuna di poterlo acquisire anche all'ultimo minuto per imbucarsi. Ma non solo i biglietti costano un'occhio: le strutture recettive sono esaurite da oltre 8 mesi, e chi ha un appartamento per due affitta per una notte anche a 4/5mila euro.  Scalpore hanno fatto delle tende poste in dei campi, fuori città, all'aperto, nelle quali si puo' dormire per la modica cifra di 500€ a notte. La notte da boy scout più costosa della vostra vita.

Millenium Stadium, Cardiff
Millennium Stadium, Cardiff (fonte Calcio e Finanza)

Sia Juve che Real hanno preferito alloggiare fuori Cardiff per evitare disturbi di ogni tipo. La situazione sicurezza è ai massimi apici: il governo ha stanziato un milione e 400 mila affinchè tutto fosse in regola e sicuro. Pensate che il tetto del Millennium Stadium di Cardiff verrà chiuso in modo da evitare spiacevoli sorprese, come dei droni poco graditi.

Cardiff, terra di mare (tempestoso) e di castelli, è una città atipica. Ha dato i natali a Giggs e, soprattutto, a Gareth Bale, uno dei protagonisti di questa finale. Da parte sua e di Ian Rush, ambasciatore della capitale gallese per questa finale, ho trovato una grande emozione ritrovarsi a Cardiff, a testimoniare quanto sia un richiamo questa terra per chi ci è nato e cresciuto. Credo mai, negli ultimi anni, avevo visto una finale di Champions così caratterizzata dalla città che la ospita. Quindi ben vengano luoghi mistici che hanno bisogno dell'attenzione del calcio. Chiunque vinca tra Juventus e Real Madrid, nel varco dedicato ai vincitori, essi troveranno già la città Cardiff.


Dani Alves, Juventus

Il favoloso mondo di Dani Alves

Dani Alves doveva essere l'affare di Marotta, a parametro zero, dell'estate 2016. Dopo Pirlo, Pogba e Khedira, stavolta toccava al 33enne brasiliano ex Barcellona. Subito questo colpo fu visto come una mossa per arricchire l'esperienza collettiva della squadra, vista la mole enorme di trofei vinti e finali disputate dal terzino destro di Juazeiro.

Dani Alves, affare a parametro zero

Però le perplessità iniziali non furono poche, perchè si pensava che fosse bollito. La sua età non era più verde e si pensava che in quel ruolo, dove si corre tanto, avesse già dato tutto sul prato del Camp Nou, e che fosse venuto a Torino per godersi la pensione. D'altronde gli inizi, a parte i gol al Cagliari e Dinamo Zagabria, Dani Alves non sembrava proprio un valore aggiunto. Anzi emergevano palesi le difficoltà, soprattutto difensive, del brasiliano non abituato ad una certa tattica. E quindi vai con diagonali sbagliate e marcatura troppo larghe. Viene addirittura reintegrato Lichtsteiner in rosa e in lista Champions, perchè serviva la propensione difensiva dello svizzero poichè a destra la Juve faceva acqua.

Piove sul bagnato: a fine novembre, durante la disastrosa trasferta della Juventus a Marassi con il Genoa, Dani Alves si frattura il perone. Almeno 3 mesi di stop. Si pensa già che non sia stato un acquisto azzeccato, e che, fortunatamente sia stato solo un parametro zero.

La rinascita di Dani Alves

Ma non è che Dani Alves sia una così facile ad arrendersi: non vinci 34 trofei per caso, perchè sei sempre fortunato nell'essere nel team giusto. Dani Alves lavora sodo e rientra a febbraio, bruciando le tappe. Ma non si limita al semplice rientro, si pone addirittura subito tra i protagonisti. Va in gol nella delicatissima trasferta di Oporto in Champions, e sale in cattedra nel doppio confronto con il Barcellona, gridando vendetta a chi lo ha mandato via senza troppi complimenti. Nella semifinale con il Monaco firma due assist all'andata per Higuain (uno da favola di tacco), uno al ritorno per Mandzukic. Ma il brasiliano non ferma solo a servire assist: proprio contro i francesi, al ritorno, firma un gol eccezionale, con una volèe incredibile da oltre 20 metri. Roba da sigla per la Champions League. E' un tripudio incredibile. L'uomo delle finali porta la Juve in finale, da autentico uomo in più.

Dani Alves, Juventus
Dani Alves consola Neymar

Sembra che durante i giorni dell'infortunio abbiano preso il primo Dani Alves bianconero per sostituirlo con un altro proveniente da un altro pianeta. Non lo so, forse hanno caricato a più non posso la molla dietro come si fa con i pupazzetti. Fatto sta che Dani Alves non si ferma più. E allora si va in rete con regolarità: gol in campionato con una durissima Atalanta e in finale di Coppa italia contro la Lazio. ovviamente vinta. La sua 27° vittoria su 30° finali.

Unico calciatore della storia ad aver vinto 7 competizioni ufficiali nello stesso anno solare (nel 2009), Dani Alves in questo finale di stagione ha preso tutta la squadra e l'ha portata sul suo personalissimo mondo, dove riecheggia allegria come fosse musica di Yann Tiersten.  E' stata autentica fortuna per la Juventus  trovare qualcuno del genere a costo zero, perchè un giocatore così dovrebbe avere un prezzo anche dopo aver smesso di giocare.