Diego Pablo Simeone, Cholo, Cholismo, Atletico Madrid

La mia lectio magistralis sul Cholismo

Seduto comodamente sul mio divano, ieri sera ero ben contento di guardare uno dei momenti calcistici tra quelli che maggiormente preferisco: la finale di Europa League. Una competizione che racchiude, davvero, a differenza della viziatissima sorella Champions League, lo spirito della geografia sportiva. Non a caso ai quarti di finale si sono presentate 8 squadre di 8 Paesi diversi. Diciamo che c'è sempre spazio per le favole (Ostersund su tutti) e per le delusioni. Solo che è accaduto, alla fine, quello che accade sempre più spesso: vince una spagnola. Dal 2000 ad oggi 29 coppe sono state vinte dalle spagnole contro le 26 vinte dal resto d'Europa. Un dominio, incontrastato, di cui avevo già parlato proprio un mesetto fa all'incirca.

Mi aspettavo una gara diversa, per un attimo ho dimenticato l'inesperienza di una squadra offensiva come il Marsiglia e ho dimenticato come fosse persistente, tenace e volitivo l'Atletico Madrid. Una squadra plasmata ad immagine e somiglianza del suo allenatore, Diego Pablo Simeone, detto "el Cholo", portatore sano del cholismo. In un'epoca in cui si abusa di neologismi, qui mi sento di poter attribuire all'ex calciatore di Inter e Lazio una teoria calcistica tutta sua. Il Cholo ha vinto in meno di 7 anni ben 6 trofei, di cui uno Scudetto (che contro Real Madrid e Barcellona è roba da matti) 3 internazionali (due Europa League e una Supercoppa Europea). Senza tralasciare le due finali di Champions League, perse per un soffio, contro i cugini mai amati del Real. Ma cosa è il cholismo?

La definizione di cholismo

Il Cholismo  è un movimento sviluppatosi nell’area di confine tra Messico e Stati Uniti, tra gli anni 70 e 80, che aveva come scopo l'affermazione delle origini messicane da parte dei giovani del luogo che erano succubi degli ideali razzisti dei bianchi americani». Una sorta di ribellione, una sorta di povero contro ricco, di Davide contro Golia. Capite bene che l'Atletico Madrid, rapportato a questo contesto, rappresenta il riscatto da parte di chi non è tra i favoriti solo perchè non è ricco. E quindi come gioca l'Atletico Madrid?

Partiamo dal presupposto che non parliamo di bel calcio, quello scintillante, fine a sè stesso: qui servono i tre punti e basta. Quindi va bene la spazzata, va bene il catenaccio, ma non si disdegna la qualità: d'altronde non passano per caso gente come Griezmann, promesso sposo ormai del Barcellona. Marca, quotidiano sportivo spagnolo, poco tempo fa ha redatto alcuni fattori imprescindibili del Cholismo.

Lavoro, aggressività, pressing, cautela, contropiede, ripiegamento

Centro di tutto è il lavoro: senza sacrificio, disponibilità e determinazione non si va da nessuna parte. Sono dei concetti che vanno seminati e curati ogni giorno. Poi abbiamo l'aggressività, ovvero lo spirito combattivo di Simeone dentro il gioco dei suoi 11 che scendono in campo: il pallone va sempre cercato e, se perso, riconquistato. Il pressing è uno dei capisaldi di Simeone: parte il capitano Gabi e tutti via a seguirlo, razionalmente ovviamente: notate infatti quando l'Atletico è senza palla come si dispongono i giocatori, formando quasi un triangolo difensivo.

Marca inoltre parla di cautela: la zona centrale in cui vi è la propria porta è uno scrigno inviolabile, e per farlo bisogna limitare le caratteristiche individuali dell'avversario, portandolo a giocare sul piede debole. Il contropiede è un'altra arma fondamentale dei colchoneros: un italianissimo"attacchiamo difendendo", cosa che riesce bene anche per via di diversi giocatori tecnici e guizzanti tra le fila madrilene. Ma quando sono gli altri a fare il contropiede? Ecco che si parla di ripiegamento. La linea difensiva, orchestrata alla grande da Godin, non si scompone mai. Mai. Basta vedere come corrono all'indietro per proteggersi, senza andare in confusione.

Concentrazione, intensità, immaginazione. fede

Inoltre gli errori non vengono concepiti. Sono dei veri e propri difetti da smussare: il singolo passaggio non va sbagliato mai, ecco perchè si parla molto di concentrazione. Ecco perchè siamo in presenza di passaggi brevi e semplici: quasi mai vedremo nell'Atletico Madrid cambi di gioco clamorosi. Impossibile, quando si parla di Cholismo,  non parlare di intensità. Forse è il punto cardine per eccellenza del tecnico argentino, che impersona al meglio il concetto argentino di garra.

Ma non abbiamo solo corsa, grinta e pedalare. Come dicevo, anche la tecnica chiede il suo spazio. Ed è tramite l'immaginazione, che va allenata, che una squadra può venir fuori al meglio da qualunque situazione. L'ultimo concetto stilato da Marca prescinde praticamente dall'aspetto tecnico tattico. Il Cholismo è fede: crederci, sempre, come una fede verso le proprie capacità e quelle del compagno.

I successi mai casuali di Simeone

Dinanzi a questo decalogo risulta quasi normale che l'Atletico Madrid vinca una finale di Europa League per 3-0, contro un avversario che aveva disputato una gran bella competizione, ma che non ha la stessa organizzazione degli spagnoli. D'altronde gli erroracci di Germain e Zambo Anguissa pesano parecchio, e contro squadre avare come l'Atletico Madrid è un harakiri fare sbagli simili. Da sottolineare come l'Atletico Madrid sia perennemente fuori dalla Top10 delle squadre che hanno i maggiori fatturati, ma sostituisce la possibilità economica con la competenza e il lavoro.

Solo una grande squadra trasforma in pochissimo tempo la delusione della mancata qualificazione agli ottavi di Champions League ad un trionfo senza storie. L'Atletico Madrid è un fenomeno scientifico da studiare, soprattutto da noi in Italia che, purtroppo, in fondo all'Europa League non ci arriviamo mai, spesso per scelta. Magari per tornare a conquistarla abbiamo bisogno che Simeone torni in Italia a spiegarci come si fa.


Red Bull Salisburgo

Dentro il mondo del Red Bull Salisburgo

Al 60' di Salisburgo - Lazio, con il risultato sull'1-1 (3-5 per i laziali se consideriamo l'andata), Simone Inzaghi era un uomo ad un passo dalla qualificazione. Ma ho capito, non so perchè, che quella gara la Lazio non l'avrebbe superata uscendone indenne. C'era qualcosa di mistico nel gioco degli austriaci. Attenzione, nulla di trascendentale, ma semplicemente autodeterminazione trasmessa dagli spalti della Red Bull Arena di Salisburgo. Pur conoscendo la storia del Salisburgo, ieri sera ho avuto la prova provata di come quel sorpasso, poi avvenuto, è tutt'altro che figlio del caso. La Lazio, col suo crollo, ci ha messo tanto, tantissimo del suo. Ma un attento osservatore è riuscito a capire come il Salisburgo ha un mondo, dentro sè, tutto da scoprire.

Nel 2005 la vecchia Austria Salisburgo diventa Red Bull Salisburgo: il produttore della bevanda energetica più famosa al mondo, l'austriaco Dietrich Mateschitz decide di investire pure nel calcio, dopo i successi in Formula 1 e nell'hockey sul ghiaccio. E non si fermerà solo agli austriaci, coinvolgendo pure la città di Lipsia, formando l'RB Lipsia, con risultati clamorosi.

Il Salisburgo, più forte delle perplessità

Le criticità del progetto Salisburgo sono rappresentate dalla doppia posizione che mantiene Mateschitz, che detiene la proprietà di RB Lipsia e RB Salisburgo. Questo non è molto apprezzato dai tifosi che temono, soprattutto gli austriaci, un maggiore interesse per l'altra squadra della proprietà. Fa discutere infatti che è già capitato che dei giocatori del Salisburgo fossero passati ai tedeschi del Lipsia: ben 11, tra cui Naby Keita fra tutti. La UEFA vieta un possibile incontro in competizioni ufficiali tra due club che hanno la stessa presidenza, ma il magnate austriaco si è prodigato a sostenere come il Salisburgo ha solo una normale sponsorizzazione di Red Bull.

Stride un po' a dire il vero, ma l'uscità dall'Europa League dell'RB Lipsia ha fatto fare un respiro di sollievo a molti. Gli ultras storici del vecchio Austria Salisburgo, inoltre, non si vedono identificati nell'RB Salisburgo, ragion per cui è stato fondato, anni fa, l'SV Salisburgo, che oggi milita in terza serie. Fra l'altro la storica maglia bianco lilla resterà all'SV, mentre il RB passerà ad una casacca bianco rossa

L'inizio del successo del Salisburgo

Dal 2005 ad oggi il Salisburgo ha vinto 8 scudetti, superando rivali storiche come Sturm Graz o le due squadre di Vienna, l'Austria e il Rapid. In questi anni sulla panchina austriaca passa pure un certo Giovanni Trapattoni, con Lothar Matthäus a fare da vice. Sebbene la svolta arriva con il duo Rangnick - Schmidt.

Dopo la sconfitta ai preliminari di Champions League nel 2012, contro gli sconosciuti campioni del Lussemburgo, il RB Salisburgo, riparte davvero da zero. In panchina c'è Schmidt (che farà faville al punto da esser chiamato a guidare il Bayer Leverkusen), in Germania, mentre negli scranni della dirigenza austriaca capeggia Ralf Ragnick, ex calciatore tedesco, che, contribuì a portare l'Hoffenheim dalla terza divisione alla Bundesliga.

Ragnick, insieme al tecnico, imposterà la vera filosofia, che abbiamo visto anche ieri, del Salisburgo: pressing offensivo che costringe gli avversari a giocare senza pensare il più delle volte. Il possesso palla degli austriaco parte molto lentamente, aumentando la velocità d'esecuzione man mano che si avanza verso la porta avversaria. Ma sarà il nuovo allenatore, proveniente dalle giovanili, a imprimere maggiore funzionalità nel gioco del Salisburgo. Ecco chi è Marco Rose.

Marco Rose, la sua mano su questo Salisburgo

Proprio perchè il Salisburgo voleva conservare la sua mentalità homemade ha puntato su un tecnico di casa, il classe '76 Marco Rose, di Lipsia. In 140 gare di giovanili col Salisburgo ha perso solo 7 gare. Ma la sua perla è stata la vittoria della Youth League lo scorso anno, con il Salisburgo U19, battendo tutte le corazzate europee. Questa è la sua prima stagione e i suoi risultati sono sotto gli occhi di tutti: primo nella Bundesliga austriaca, dentro alle semifinali di Coppa d'Austria ed Europa League. Il gioco di Rose richiede un gran lavoro dei terzini e degli interni di centrocampo,m in fase di possesso. Si vede spesso infatti un gioco diagonale quando gli austriaci costruiscono l'azione. Inoltre gli uomini di attacco sono tutti prettamente mobili, donando all'azione offensiva una certa coralità e imprevedibilità. Questa squadra ha finora perso solo una gara in campionato, ad inizio stagione, e l'andata contro la Lazio, in Europa League.

Il Salisburgo non gioca per subire un gol in meno, ma per farne uno in più. Ecco spiegato il senso di un 4-3-1-2, che da spazio a molti interpreti quando si è nella fase offensiva. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre solo a Rose questo exploit: dietro c'è un lavoro importante ed eccellente in termini di scouting. Da qui passò anche un giovanissimo Sadio Manè. Tuttavia fa impressione come lo staff di Rose sia giovanissimo: alcuni collaboratori hanno solo 25 anni, come il suo assistente Renè Maric, ingaggiato dopo che Rose ha letto un articolo, scritto da Maric su Spielverlagerung, sulla squadra Under 18 dello stesso Rose. CI mancava che dietro una squadra simile non si celassero simili favole.

Tutti pazzi per i gioielli del Red Bull Salisburgo

Il Salisburgo ha gli occhi puntati da mezza Europa sui suoi giocatori, che non sono più delle sorprese. A partire dal classe '93 Valon Berisha, centrocampista centrale e leader degli austriaci. GIocatore di quantità e qualità, inoltre è il primo storico marcatore per la nazionale del Kosovo. Da segnalare la mezzala, di soli 20 anni, Amadou Haidara, ieri in gol dalla distanza contro la Lazio, nativo del Mali. Inoltre PSG, Marsiglia e Borussia Dortmund sarebbero sulle tracce del regista Semassekou, così come lo stesso Schlager ha parecchie richieste. Ma è la coppia d'attacco che attira moltissimo: l'israeliano Dabbur e il sudcoreano Hwang Hee-Chan rappresentano le vere stelle di una squadra che non vuole smettere di stupire. Da notare come, a parte Walker e Ulmer, tutta la squadra ha al massimo 26 anni.

Adesso per il Salisburgo c'è il Marsiglia, altra squadra che gioca benissimo in questa Europa League, guidata da Rudi Garcia. Sarà uno scontro a ritmi altissimi, con gli austriaci pronti a vendicare i cugini del Lipsia, usciti fuori dalla competizione proprio per mano dei francesi. Ma comunque andrà, sono certo che sentiremo parlare parecchio di Rose, dei suoi giocatori e del progetto del Salisburgo. E magari l'anno prossimo se ne accorgerà pure chi preferisce seguire solo la Champions League e si stupirà di questa banda quasi perfetta.


Fiorentina, Astori, Europa League

La spinta romantica della Fiorentina

Quante volte senti parlare di imprese in cui i protagonisti descrivono tutto con un "Non so da dove abbiamo preso la forza, ma ce l'abbiamo fatta"? Come se le loro azioni non fossero semplici mosse eseguite, bensì delle decisioni dagli esiti, vincenti, disegnati e designati da chissà dove. È un po' quello che potremmo dire di questa Fiorentina, guidata dal sottovalutato Stefano Pioli, che all'Olimpico, contro la Roma ha inanellato la 6° vittoria consecutiva.

Bernardeschi, Gonzalo Rodriguez, Borja Valero, Vecino, Kalinic: tutti ceduti. In entrata, a parte il cholito Giovanni Simeone, nessun nome di spicco, ma una carrellata di nomi sconosciuti ai più. Diciamo che c'erano tutti i connotati per una stagione di transizione, in cui non ci si aspettasse nulla di che. I tifosi questo lo avevano capito subito, contestando a più riprese i Della Valle, i quali, a mio avviso, a Firenze hanno generato più benefici che danni.

La svolta nella stagione della Fiorentina

I primi sei mesi della Fiorentina sono stati di parola: un'altalena infinita, risultati mai costanti e una classifica mai soddisfacente. La Fiorentina è rimasta costantemente al centro, senza però rischiare di essere nè troppo vicina alla zona retrocessione nè alla zona europea. Poi successe quello che tutto il mondo sa: la scomparsa improvvisa del capitano viola Davide Astori, il 4 marzo, alla vigilia di Udinese - Fiorentina. Il mondo del calcio, sconvolto, si ferma. La Fiorentina e la sua giovane rosa subiscono un colpo durissimo. Ad andare via è uno dei pochi veterani: questa Fiorentina è ancora più "orfana".

Questa tragedia scuote i gigliati: in questi casi o affondi o vai forte come un missile. È il secondo scenario quello che succede da un mesetto a questa parte: la squadra di Pioli le ha vinto tutte. In casa o in trasferta poco conta, le ha comunque vinte tutte. Ha battuto Benevento, Torino, Crotone, Udinese e Roma. Ha battuto tutte squadre, ad eccezione del Torino, che avevano un obiettivo da rincorrere, quindi team assetati di vittorie. Ma la sete dei viola è ben più profonda e difficilmente si sazierà, perchè la Fiorentina non deve solo guadagnarsi un posto in classifica, ma deve render omaggio nel modo migliore al suo capitano: vincendo.

L'Europa non è più fantasia per la Fiorentina

Adesso la FIorentina è 7°, due punti dietro il Milan e due punti avanti la Sampdoria. Se la Juventus vincesse la Coppa Italia o se, a prescindere, il Milan arrivasse almeno 6°, scatterebbe un posto extra per l'Europa League, appunto il 7° posto del campionato. Quindi i viola, improvvisamente, si sono trovati catapultati a lottare per un obiettivo. Una squadra, contestata da subito, a cui nessuno nessuno avrebbe dato credito.

Una rosa che, tolti Chiesa e Simeone, contava in pochissimi uomini d'esperienza, come Astori e Badelj, annoverava tanti giocatori in cerca di rivincite dopo esperienze poco graficanti in Italia, come Biraghi, Laurini, Saponara, Benassi, Sportiello, Thereau, e che scopriva gente sconosciuta al pubblico italiano come Pezzella, Vitor Hugo, Bruno Gaspar, Veretout (che giocatore!), Gil Dias, Eysseric.

Quello che voglio dire è che la Fiorentina non era una squadra di brocchi prima, nè che ora sia un covo di fenomeni. Semplicemente stanno dando tutto per trasformare la rabbia di una tragedia nel candido stupore che si ha quando si vede sbocciare il primo fiore di primavera.


Ostersund

La favola dell'Ostersund: arte, solidarietà e vittorie

Nella bolgia dei gironi di Europa League si è visto un po' di tutto. Goleade, sviste arbitrali, campi inadeguati e tifoserie infernali. D'altronde se ci stanno 48 squadre in 12 gironi puoi accadere ogni cosa. Ed è per questo che rischia di passare inosservata l'impresa dell'Ostersund, visto che sembra uno dei tanti nomi di squadre semisconosciute. Ultimamente se si parla di qualcosa legato alla Svezia storciamo tutti un po' il muso. Tuttavia la storia della squadra della città più a Nord dell'Allsvenskan, la Serie A svedese, è un qualcosa che va raccontato. Anche perchè so già che non avete sentito nulla di simile.

Ostersund, un miracolo senza precedenti

Ostersund, vi dicevo, è una città di 50mila abitanti del centro-Nord della Svezia, che non ha mai avuto una grandissima storia nel calcio. Perchè? Perchè è nato solo nel 1996, dalla fusione di tre piccoli club, Ope IF, IFK Östersund e Östersund/Torvalla FF. I risultati però non arriveranno, al punto che nel 2010 l'Ostersund sguazzava nei bassifondi dilettanteschi. Il presidente, Daniel Kindberg, stava per mollare, quando i giocatori lo pregarono di restare al timone, altrimenti sarebbe saltato qualunque progetto sportivo. Ci pensò sopra il presidente e decise di ripartire, con un budget annuale di 300mila euro. Ma la svolta era davvero dietro l'angolo, ed ha un nome ben preciso: Graham Potter.

Graham Potter, il mago di Solihull

Per la panchina dell'Ostersund fu scelto un professore inglese dell'università di Leeds. Carriera modesta da calciatore, con sole 8 gare in Premier con il Southampton, e neanche da allenatore aveva chissà quale invidiabile curriculum. Ma c'è un però. Graham Potter ha un master in «Leadership e intelligenza emozionale». Dettaglio trascurabile? Non credo proprio. Tra Potter e Kindberg nasce un binomio che parte dal calcio ma che sfocia nell'umano. Inizieranno così degli allenamenti totalmente alternativi: oltre ai classici allenamenti in campo, la società organizzerà dei veri e propri momenti legati all'arte e alla cultura. I giocatori vengono coinvolti in attività creative per stimolare l'individuo singolare, capace di tirar fuori un estro che non conosceva, nonchè per accrescere la compattezza del gruppo.

Graham Potter, Ostersund
Graham Potter, Ostersund (fonte The Times)

E quindi se sei un giocatore dell'Ostersund è probabile che hai dipinto, che hai scritto libri, che hai realizzato balletti, che hai organizzato una mostra. Oppure più semplicemente che hai visto dopo gli allenamenti l'immancabile Lago dei Cigni di Ciaikovskij, autentico cavallo di battaglia del presidente Daniel Kindberg. E' stata pure fondata, sempre dall'accoppiata Kindberg-Potter, una Culture Academy per la comunità locale, oltre che per i calciatori che vengono da diverse parti del mondo (Iraq, Isole Comore, Ghana, Gambia). Risultato? In due anni si passerà dalla 4° alla 2° divisione. Tre anni dopo il debutto nella massima serie.

Ma non solo creatività. I giocatori dell'Ostersund sono stati impegnati in attività solidali davvero particolari. Hanno regalato biglietti per le gare interne ai rifugiati, o addirittura li facevano entrare durante gli allenamenti. Ma la cosa che più mi ha colpito è stato il realizzare dei turni di ronda nelle strade per assistere le donne che da sole dovevano rientrare a casa di sera. Parliamo di gente che viene stipendiata in media 40-50mila euro l'anno.

Ostersund, una scalata inarrestabile

In 7 anni la squadra è passata da allenamenti notturni e gare casalinghe tra i dilettanti con 300 spettatori, al pienone che registra continuamente la Jamtkraft Arena (8500 posti a sedere) e una squadra in grado di vincere la sua prima Coppa di Svezia, battendo 4-1 il Nörrkoping in finale. Ma questa squadra non vuole smettere di stupire. Dopo aver eliminato ai preliminari di Europa League il Galatasaray, adesso ha superato anche la fase a gironi, estromettendo i tedeschi dell'Herta Berlino.

Sarà un modo anche per mettere in mostra giocatori di valore come il capitano Brwa Nouri, Fouad Bachirou, ma soprattutto lo svedese Saman Ghoddos, che ha già attirato l'attenzione di club blasonati. Ma permettetemi di evidenziare ancora il ruolo dell'allenatore Graham Potter: con un cognome simile solo una magia poteva stravolgere tutto, una magia che sembra non voler affatto venire via.

 


Milan, Montella, Bonucci

Tutti i paradossi di questo nuovo Milan

Se l'universo ieri avesse progettato un dispetto al Milan direi che c'è riuscito benissimo. I rossoneri venivano da una domenica assai difficile dopo la sconfitta contro la Sampdoria, complice una prestazione abulica. Da lì si è alzato un vespaio di malumori e polemiche, con bersaglio Vincenzo Montella. Lo avevo scritto su Nostradamusbet che questa settimana aveva fatto traballare tanti allenatori, ma reputo un po' esagerato mettere dentro l'ex Aeroplanino.

Sampdoria e Rijeka hanno palesato le crepe di questo Milan

Semmai Montella ha la macchietta di asserire che Marra, il preparatore atletico, è stato licenziato per motivi non relativi a questo calo. Insomma, non mandi via il tuo fidato collaboratore all'improvviso. E' chiaro che la condizione fisica dei rossoneri ha destato troppe perplessità in società. La stessa società che, per mezzo di Fassone, non ha fatto mancare la sua arrabbiatura per l'andamento non proprio da Milan. Forte con le piccole (Rijeka permettendo, ma ora ci arriveremo) e quasi nullo contro le big. Anche se Fassone non considera big la Sampdoria. E' vero, non lo è, ma se fatichi contro la Sampdoria, in quel modo, non puoi neanche dire "Noi siamo il Milan, blabla". Magari ci si arriverà al blasone a cui il Milan ha abituato tutti noi, ma ad oggi siamo parecchi lontani.

La prova contro lo Rijeka ha dell'incredibile. Ricorda un po' le figure non proprio positive della Juve di Delneri in Europa (Lech Poznan docet). Alcuni giocatori sembravano in vacanza, come se stessero giocando contro gli allievi di chissà quale sperduto villaggio. Vinci 2-0 all'83', ma ti fai pareggiare in 5 minuti. E poi come. Prima uno svarione nosense di Bonucci, poi un fallo da rigore di Romagnoli che non commetterebbero neanche in oratorio. La risolve il solito Cutrone (ragazzo splendido), con un assist al bacio di Borini, sempre bersaglio di un accanimento della tifoseria, la quale individua nell'ex Roma il tipico elemento non da Milan. Eppure non ha demeritato più degli altri, anzi.

Il calciomercato del Milan e i suoi (non) frutti

Il problema è che il Milan ha alcuni giocatori di qualità, ma non riesce a trovare un modo per farli giocare nel loro ruolo, perchè se gli applichi un modulo a loro congeniale, rischi di non far rendere al meglio altri. Bonaventura, Suso e Calhanoglu sono pesci fuor d'acqua, Biglia predica nel deserto, Kessiè fa una gara alla grande e due in cui sbaglia l'impossibile. Ma nonostante ciò i bersagli dei tifosi sono sempre i Borini, i Locatelli, gli Abate. Eppure gli errori in difesa li stanno facendo altri, che magari dovrebbero un attimo lasciar perdere interviste e improbabili video social, e concentrarsi solo sul Milan. Specialmente se sei stato presentato come il leader del nuovo Milan.

Questa squadra ha bisogno di tempo, è inutile nasconderlo. Non è un problema di allenatore. Semmai c'è un problema in cima: sembra che Montella non abbia apprezzato alcuni colpi di questo Milan. Non hanno concordato insieme le strategie di mercato? Sembra che gente come Andrè Silva e Calhanoglu non siano proprio tra i preferiti di Montella, soprattutto per il loro utilizzo e per il modo, spesso fuori ruolo, in cui vengono collocati in campo. E non sono costati due lire. Ecco, questo mi fa pensare.

E mi fa pensare il fatto di come sia un paradosso che se da un lato tutti predicano calma, che per far rendere al meglio una squadra totalmente nuova ci vuole tempo, dall'altro lato vedo gente e testate impazzite dopo l'esonero di Ancelotti dalla panchina del Bayern Monaco, preludendo uno scenario rososnero per il tecnico di Reggiolo. Tutti i buoni propositi di calma e gli apprezzamenti, fatti con Montella in panchina, sono andati a farsi benedire, perchè adesso c'è Carletto libero? Ancelotti è tra i 3 migliori allenatori al mondo, senza ombra di dubbio, ma ancora non è chiaro che in generale gli allenatori non hanno una bacchetta magica, che se non funziona un giocattolo, il giocattolo continuerà a non funzionare nel breve termine. Serve tempo, e questo Ancelotti lo sa ed è per questo che potrebbe pensarci più di un momento qualora gli offrissero la panchina rossonera.


Patrick Cutrone, Milan

Patrick Cutrone, attaccante Made in Milan

In mezzo a questo calciomercato incredibile del Milan sboccia sempre di più la stella di Patrick Cutrone. Attaccante, classe '98, Cutrone è un prodotto del vivaio del Milan. Quasi sembra essere l'ultimo rigurgito, in senso estremamente positivo, della passata dirigenza. L'ultimo buon lavoro svolto, mandato in eredità ai posteri. Sarebbe stupido pensare che l'exploit di questo ragazzo sia casuale.

Patrick Cutrone, il vero colpo del Milan

L'attaccante nativo di Como, gioca al Milan da oltre 11 anni, e fa parte di quella nidiata di talenti rossoneri, che da anni era stata trascurata perchè si parlava solo di Hachim Mastour (di cui sappiamo la fine). Ma si sa, quando c'è un nome straniero rimaniamo tutti affascinati (ne avevo parlato QUI). Figurati se ti stuzzica uno che si chiama Donnarumma, Plizzari o Locatelli. Immagina Cutrone. 19 le reti l'anno corso nella Primavera rossonera. Ciò gli è valso l'esordio in Serie A lo scorso anno, contro il Bologna.

Le armi migliori di Patrick Cutrone sono certamente il tempismo, il senso del gol e l'intelligenza che lo fa essere al posto giusto, al momento giusto. Un Inzaghi grintoso, che fa sognare i tifosi rossoneri. Tifosi che non sembrano preoccuparsi di un Andrè Silva non ancora perfettamente rodato. Tifosi che non si scompongono se vedono che in rosa siano rimasti ancora Niang e Bacca. Gli stessi tifosi che aspetterebbero il grande colpo in attacco (uno tra Ibra, Falcao, Diego Costa e Kalinic), ma che sanno che forse quel ragazzino di Como merita fiducia.

Montella, stregato da Cutrone

Fiducia accordatagli da Montella per il doppio preliminare di Europa League. Risultato? Un palo all'andata, un gol al ritorno. Da rapace d'area. Direte che il Craiova di Mangia non era certo un'avversario all'altezza, e sono d'accordo. Ma spesso attaccanti più quotati di Cutrone, negli anni passati, in Europa League, hanno fatto figure barbine con squadre di tale livello. E' la fame che sembra distinguere quest'ultimi da Cutrone. un ragazzo che capisce sul serio l'importanza di avere l'opportunità di disputare un preliminare di Europa League, davanti a 65mila spettatori (record europeo).

E anche in chiave azzurra ci si sfrega le mani, anche se negli ambienti della Nazionale è conosciuto già dai tempi dell'Under15: 27 gol in 57 partite. E viste le recenti politiche a Coverciano, non ci stupiremmo se Cutrone iniziasse a fare la spola tra Under21 e Nazionale maggiore. Ma stiamo calmi. Anche se ultimamente vanno in Nazionale chi fa anche due partite buone e due no, Cutrone sa bene che per essere considerato importante deve lottare e dimostrare. Lui vuole rimanere, e il Milan farebbe bene: Montella lo adora e non lo brucerebbe. Ma se arrivassero nomi ingombranti sarebbe bene dargli spazio altrove, perchè uno che fa il campo a fette non può certo marcire in panchina perchè "deve aspettare il suo momento".


Manchester United, Europa League

L'obbligo morale del Manchester United

Questa sera andrà in scena la finale di Europa League tra Manchester United e l'Ajax, in quel di Stoccolma. Ammetto che è molto dura parlare di calcio dopo i fatti recenti di Manchester, che ha visto coinvolti gli spettatori del concerto della popstar Ariana Grande. Ma è il mondo che ce lo impone, di andare avanti, e ci impone anche di non dimenticare di guardare il passato per imparare dagli errori. Ma sono cose ed  errori più grandi dei me e delle mie parole.

La reazione del Manchester United che ci si aspetta

Reagire a queste cose è sempre molto relativo: non c'è una reazione sicura ed unica, ma ho come la sensazione che se prima questa finale potesse essere equilibratissima, visto quello che hanno fatto vedere durante la stagione sia Ajax che Manchester United, adesso l'ago della bilancia penda verso i Red Devils di Mourinho.

Manchester United, Europa League
Mourinho, Manchester United

Quest'ultimo ha preferito annullare la conferenza stampa pre-match e credo sia più che condivisibile come scelta. Il portoghese ha voluto affidarsi al sito della società per esternare la sua amarezza e per sostenere che Manchester lotterà unita per uscire da tutto questo. Ammetto che vorrei essere una piccola mosca per volare nel loro spogliatoi e vedere come Mourinho stia caricando a molla i suoi ragazzi. In pieno stile Al Pacino in "Ogni maledetta domenica". Sono convinto che Pogba e compagni questa sera mangeranno l'erba del campo.

Ma per vincere c'è da battere un grande Ajax

Di fronte avranno un'Ajax che mi piace moltissimo, Klassen e Dolberg su tutti, che gioca un calcio spumeggiante. Dietro concede parecchio, ma la loro filosofia sembra quella di dover fare sempre un gol in più di quelli subiti. Invece, il Manchester United, ha la filosofia opposta: subire un gol in meno di quelli fatti. Mourinho ama, sappiamo bene, giocare chiuso dietro e ripartire in contropiede: così c'ha vinto una finale di Champions con l'Inter.

Anche quest'anno il Manchester United ha toppato la qualificazione in Champions League: vincere l'Europa League sarebbe anche un modo per salvare la stagione e campagna acquisti milionaria annessa, visto che chi vince si qualifica per i gironi di Champions League. L'Ajax invece è già qualificato per la prossima Champions, e forse gli olandesi dalla loro, rispetto agli inglesi, potrebbero avere una maggior voglia di vincere. Per i lancieri l'Europa League sarebbe di certo un trofeo che non reputano troppo poco rispetto alle loro aspettative.

Ma io, per una volta, ho pochi dubbi per stasera. Vinca il migliore, e a volte il migliore è quello che ci crede di più, e il Manchester United ha l'obbligo morale per farlo.


Celta Vigo

Celta Vigo, come i galleghi vivono questo sogno

In queste semifinali di Europa League, c'è una squadra che per la prima volta arriva a questi livelli in Europa: il Celta Vigo non era mai stato tra le migliori quattro di un torneo continentale. Magari per chi guarda la tv comodamente da casa, e magari avrà fatto qualche schedina, sa che il Celta Vigo è una delle tante squadre spagnole mediamente buone. La reputerà normale, Ma non è così.

Alla scoperta del magico mondo del Celta Vigo

Ho la fortuna di avere un (grande) amico che vive lì, uno di quelli sempre in gamba, poliglotta, a portare la sua luce ovunque lui si trovi. E adesso si trova a Vigo: lì, però, lo scambio di lucentezza, di veracità è stato bilaterale. Dario Barbagallo, il mio amico, ha dato, ma ha ricevuto tantissimo da questa perla della Galizia. Al punto, da neofita, di appassionarsi di calcio.

Celta Vigo
Il famoso Dinoseto a Vigo

La camiseta del Celta Vigo è azzurrissima, proprio come quel oceano su cui ti affacci e in cui ti perdi tra le bateas (le tipiche strutture per l'allevamento di cozze)  e quell'orizzonte messo lì che tende verso l'America, verso l'infinito. E' impossibile alzarsi tutte le mattine, fissarlo e non sognare. Anche perchè davanti ti trovi le Isole Cies, autentico paradiso terracqueo.

Il Celta Vigo è arrivato in semifinale contro i giganti del Manchester United,  battendo squadre come Genk e Shaktar Donetsk, appassionando migliaia di tifosi galiziani. In squadra troviamo l'ancora infortunato Giuseppe Rossi e l'ex fiorentino Roncaglia. ma le stelle sono l'ugandese-danese Pione Sisto (autentico giocatore di prospettiva), il "Made in Vigo" Iago Aspas e soprattutto John Guidetti, roccioso attaccante svedese, in patria paragonato a Ibrahimovic (che non affronterà stasera per via dell'infortunio dell'ex Psg). Guidetti è l'autentica stella: ogni volta che fa gol viene mandata negli altoparlanti dello stadio Bailados la sua canzone: la Johnny G, The Guidetti Song.

Tutta la passione e la magia di Vigo

Vigo è una città poco spagnola, forse più irlandese come cultura: famosissima la gaita galiziana (cornamusa) ed è tipico lì rinfrescarsi con una birra. Dario inoltre mi racconta come si parla moltissimo il gallego. Gli abitanti tengono a precisare come esso sia lingua e non dialetto, tant'è che viene insegnato anche nelle scuole e nelle università. Autentico polmone verde di Spagna (Vigo è la città spagnola più pulita), in quanto la Galizia ha l'aria più pulita, Vigo, favorita dal suo microclima, vede ogni anno fiorire innumerevoli piante d'ulivo. per questo definita città olivica.

Tifosi calorosi, a partire dall'eccentrico sindaco Abel Caballero, il quale ha fatto realizzare l'ormai celebre Dinoseto, ovvero un cespuglio a forma di dinosauro (autentica sua passione quest'ultimi). Doveva finire in un parco, solo che i tecnici, sbagliando, lo hanno posto al centro città per mezza giornata. Fu fotografato a non finire, diventando una vera attrazione e poi mascotte del Celta Vigo. E quindi adesso il suo posto è lì.

Celta Vigo
This is Afouteza!

La città freme per l'attesa di questo importantissimo appuntamento: nella Plaza de Espana c'è l'orologio centrale che se ne infischia di alternare giorno e notte, per riprodurre il countdown della gara. Per tutta la città, mi racconta Dario, troverete la scritta "This is Afouteta", in quanto il sindaco le ha disposte per non farsi vedere timorosi al cospetto del Manchester.

Ma cosa vuol dire "Afouteta"? E' galiziano, e vuol intendere come se fosse una predisposizione dello spirito che porta ad affrontare qualsiasi impresa senza timori o paura delle difficoltà. Direte: tutta sta frase per una sola parola? Cioè come puo' esserci tutto questo significato articolato, quasi con difficoltà, dietro un piccolo termine?

Beh, adesso forse capirete il motivo per cui se vi fermaste un attimo e guardaste dentro gli occhi di Dario e, metaforicamente, dentro quelli di Vigo, troverete una magia che a parole non si puo' spiegar.


Domenico Berardi

L'importanza di essere Domenico Berardi

Oggi essere Domenico Berardi è ancora più importante. L'attaccante calabrese, classe '94, del Sassuolo inizia a concentrarsi sulle cose essenziali, e gol dopo gol comincia a diventare un nome sempre più altisonante del panorama calcistico. Il perchè?

Perchè sei in assoluto giovane italiano più grande.

Perchè sei rimasto a Sassuolo, con umiltà, dicendo di non essere ancora pronto per una grande (Juve su tutte).

Perchè la tua carriera è nata dal caso, senza procuratori dai modi loschi: a 15 anni si trovava a Modena per trovare il fratello. La sera si organizzava una partita di calcetto ed erano in 9: ne mancava uno. Tu, Domenico Berardi, cogli l'occasione per passare una piacevole serata, che gli cambierà la vita. Lì assisterà Luca Carlino, talent-scout del Sassuolo, che non lo mollerà più.

Perchè a soli 22 anni hai fatto 50 gol in A col Sassuolo: sei il giocatore con più presenze e gol con i neroverdi.

Perchè sai giocare a destra, a sinistra e in mezzo. Fai gol di testa e di punizione. Dal dischetto hai la freddezza dei veterani.

Perchè hai realizzato 5 gol in 4 partite di Europa League, proiettando il Sassuolo ai gironi con una lena sconosciuta ormai ai club italiani in Europa.

Perchè sembri aver messo da parte le stupidaggini e i vari colpi di testa (sembra lontano quando rifiutò una chiamata dall'Italia u19).

Perchè non ti ho mai sentito dire frasi come " Vincerò il pallone d'oro entro 2 anni", vero Cassano e Balotelli?.

Domenico Berardi, quando diventi grande?

Adesso, caro Domenico Berardi, visto che non solo non sei più un Tal Dei Tali qualunque, ma per di più inizi ad avere un ruolo importante in questa giungla chiamata calcio, per favore, lascia stare agenti che si riempiono la bocca del tuo talento, lascia stare le tv che ti paragonano a Signori, Del Piero e Baggio. Lascia stare le beghe gossippare che imperversano di questi tempi. Scendi solo in campo e vai a fare gol, soprattutto con una maglia azzurra che, a quanto pare, ne abbiamo proprio bisogno. E Ventura lo sa bene..

 

 


Sassuolo

Perchè il Sassuolo è il nuovo Parma

Ieri sera è andato in scena il ritorno del preliminare di Europa League tra Sassuolo e Lucerna. All'andata, in Svizzera, finì 1-1. Ieri sera i neroverdi sono riusciti a vincere ampiamente per 3-0, passando il turno.

Chi non ha visto la gara, e avrà visto solo il punteggio, avrà pensato che sarà stata una noia vedere una gara così scontata nel punteggio: tutt'altro. Abbiamo visto una delle migliori partite di una squadra italiana in Europa degli ultimi anni. Possesso palla consistente, voglia di arrivare su tutti i palloni: impressionante un contrasto di Duncan, all'89 minuto, sul 3-0, con il centrocampista stizzito per il fischio dell'arbitro. E dire che l'avversario era tutt'altro che abbordabile: Lucerna, terza forza del campionato svizzero, campionato già iniziato da 3 settimane, con un mister, Markus Babbel, che non è di certo l'ultimo arrivato. Non è un caso che all'andata il Lucerna, specie nella prima frazione di gioco, ha fatto vedere i sorci verdi al Sassuolo.

È un Sassuolo di belle speranze

Avevamo già parlato della specialità di questa partecipazione degli emiliani in una competizione europea, ma quanti si sarebbero aspettati un simile exploit? Il risultato così largo mi ricorda le gare di Coppa delle Coppe del Vicenza nel 1997/1998, quando razziava i campi d'Europa con gare da 2/3 gol di scarto. Però quel Vicenza, purtroppo, fu una meteora, un sogno di una sola stagione.

Di Francesco, Sassuolo
Di Francesco (fonte fantagazzetta.com)

Ma a vedere la solidità del Sassuolo sembra di rivedere il primissimo Parma degli anni '90, il cui modello è ritenuto quasi irripetibile, alla luce dei risultati conseguiti. I neroverdi hanno un grandissimo tecnico come Di Francesco, che se non se n'è andato in una big è solo perchè ritiene il Sassuolo una big stessa: non mi stupirei se nel giro di qualche anno gli emiliani alzassero l'asticella dei loro obiettivi, grazie anche ad una programmazione che non si vede da nessuna parte, Juventus a parte.

Per non parlare della rosa, quasi tutta made in Italy: dalla coppia granitica difensiva Acerbi Cannavaro, ai polmoni che garantisce Biondini. I terzini, Gazzola e Peluso, che il calcio italiano sembrava avesse dimenticato, abbinano spinta e attenzione difensiva non da poco. Sansone e Berardi sono le due stelle di questo Sassuolo: il calabrese ha fatto benissimo a rimanere un'altra stagione almeno in questa oasi delle meraviglie. I suoi 3 gol e le tante giocate positive sembrano proiettare un Berardi assai più maturo. Scontatissima la sua chiamata alla prossima convocazione del ct Ventura. E farebbe bene a restare anche Sansone. sospetto in lui, per questa stagione, l'anno della consacrazione.

Poi pochissimi sono gli stranieri: ma sono davvero importanti. Duncan, su tutti. Il centrocampista, scuola Inter, è una roccia, una forza della natura: col contagiri il suo cross per il gol di Defrel (altro straniero preziosissimo). Mi chiedo quante diottrie mancano agli allenatori interisti per essersi fatto scappare un talento (l'ennesimo) del genere, per poi magari spendere 40 mln per prendere la sua controfigura, chiamata Kondogbia.

Magnanelli, Sassuolo
Magnanelli (fonte zimbio.com)

Da segnalare anche l'apporto di alcuni giovani terribilissimi: Politano, Falcinelli, Sensi, Mazzitelli, Pellegrini e il nuovo arrivato Lirola.

E' sacrosanto chiudere con capitan Magnanelli, classico numero 4 davanti la difesa a disegnare geometrie, a prendersi sulle spalle la squadra. In neroverde da 11 anni, ha giocato e segnato dalla C2 alla Serie A con il Sassuolo. Esempio enorme da raccontare nelle scuole calcio, perchè il calcio sia ancora considerato un ambiente dove riconoscenza e attaccamento contano, e non poco.

Chi c'è dietro il Sassuolo

Certo, il parallelismo con il Parma, se va fatto, va fatto per intero. Quindi al presidente Squinzi, direttore della Mapei e di Presidente di Confindustria, dovrei paragonare quello che fu Tanzi per il Parma. Però, la prego signor Presidente, io non sono un tifoso del Sassuolo, (credo che ce ne siano davvero pochi), ma non regali a tutt'Italia lo stesso epilogo. Non tradisca i sogni dei suoi tifosi e le simpatie che tutta Italia vi concede, in un momento in cui le storie tristi sono quotidianità, mentre le favole sono preziose rarità.