Campioni d'inverno, Batistuta

La storia dei campioni d'inverno della Serie A

Essere campioni d'inverno è una di quelle cose che non viene mai considerata come un dato di valore. Sia perchè il girone di ritorno può sempre ribaltare ogni posizione, sia perchè quando eravamo piccoli non capivamo se il titolo di campioni d'inverno venisse assegnato dopo la gara prenatalizia oppure a fine girone d'andata. Per molti, invece ha un valore non da poco: si dice spesso che chi vince il titolo di campione d'inverno si ritroverà con lo scudetto cucito sul petto a fine stagione. Ma la storia dei campioni d'inverno cosa dice?

Tutti i campioni d'inverno della Serie A

La squadra che ha più titolo di campione d'inverno è la Juventus, con ben 30 stagioni in cui si è trovata in testa alla fine del girone d'andata. Inseguono le milanesi, Milan ed Inter, entrambe a 17. Decisamente più staccate le inseguitrici. La Roma si ferma a 6 titoli, mentre a quota cinque troviamo Napoli, Bologna e Fiorentina. A quota 3 troviamo il Torino, mentre Lazio e Cagliari sono state due volte campioni d'inverno. Con un solo girone d'andata vinto troviamo le sorprendenti Verona, Livorno e Liguria. Quest'ultima riuscì nella stagione 1938/39 ad essere campione d'inverno a pari punto con i felsinei del Bologna.

Furono Juventus ed Inter ad aver finto più titoli di campioni d'inverno consecutivamente. I bianconeri ci riuscirono nei quadrienni 1975-78 e 2012-2015, mentre i nerazzurri ci riuscirono nell'epoca post Calciopoli, a cavallo degli anni 2007 e 2010. Milan e Bologna ci riuscirono tre volte, mentre desta scalpore che il Cagliari, che vinse solo due volte il titolo di campione d'inverno, si fregiò di tale titolo due volte nel giro di due soli anni: 1969 e 1970.

Quando essere campioni d'inverno non bastò per lo scudetto

Vi furono diversi casi in cui il vincitore del girone d'andata non riuscì poi a confermarsi a fine torneo. Addirittura nel 1935/36 fu la Juventus a vincere il titolo d'inverno, per poi finire addirittura 5°, vedendo poi il Bologna laurearsi campione d'Italia. Fu l'unico caso in cui la vincente del girone d'andata non finì la stagione sul podio. Il 67% delle volte in cui una squadra vinse il titolo temporaneo, poi vinse anche lo Scudetto.

Diversi i casi in cui i duelli furono combattutissimi. Basti pensare al 1980/81, quando Juventus e Roma duellarono per tutta la stagione per poi vedere la Juventus vincere di un punto, grazie anche al famoso gol di Turone annullato alla Roma nello scontro diretto contro i bianconeri. Oppure basterà ricordare il 2015/16 quando il Napoli, campione d'inverno, non riuscì a contenere la rimonta della Juventus, culminata nello scontro diretto a Torino, deciso da un gol di Zaza a 5 minuti dal termine.

Come vedete, essere campioni d'inverno può voler significare tutto, può voler significare niente. Dipende solo se si crede alla cabala o meno.


Italia, Alessio Cerci

Tutti i giocatori dimenticati dell'Italia in una rassegna

Si avvicinano i Mondiali di Russia 2018 e dobbiamo in qualche modo trovare la via per sopperire all'enorme dolore sportivo che patiremo per la mancanza dell'Italia. Un ciclo si sta provando ad aprire, con Roberto Mancini commissario tecnico. Non dovrebbe esserci più Buffon, dopo 20 anni, si punta forte su Balotelli, Chiesa, Insigne e Bernardeschi, aspettando che Verratti e Immobile facciano bene in azzurro per come fanno bene nel Paris Saint Germain e nella Lazio. E allora che si fa?

Sapete, ogni tanto mi perdo nei meandri del web e visto che questa Italia ci da pochissime soddisfazioni, corro indietro per vedere le imprese azzurre, gioie e delusioni tra Mondiali ed Europei. Mi soffermo spesso sulle competizioni che si sono seguite dal 1994 ad oggi. Il mondiale americano è il mio primo ricordo calcistico, forte dei miei 6 anni. Tutti ci ricordiamo di Baggio in quel Mondiale. Di Baresi, Pagliuca e così via. Ma avete mai fatto caso che spesso ci sono nelle rose dei convocati dei giocatori che avevamo totalmente rimosso fossero nel giro azzurro. Leggete la carrellata che sto per farvi, vi assicuro che rimarrete stupiti.

Da Usa 94 al Mondiale tedesco del 2006

  • Usa '94: in questo Mondiale abbiamo bissuto imprese magiche, grazie ai due Baggio, Roberto e Dino, ma ci sono anche altri outsider che non ricordiamo. Alla kermesse americana parteciparono pure uno stempiato Antonio Conte. Da sottolineare i due parmensi Lorenzo Minotti e Luca Bucci, con zero presenze, malgrado ben 7 gare dell'Italia.
  • Inghilterra '96: un Europeo molto amaro per gli azzurri di Sacchi. Troppi alti e bassi nel girone, tra Casiraghi e Zola, senza che l'Italia riesce a qualificarsi. In quella rosa c'era, oltre al solito 3° Luca Bucci, pure l'udinese Fabio Rossitto, all'attivo una sola presenza in azzurro, per giunta in amichevole.
  • Francia '98:  una delle migliori Nazionali in assoluto sbarca in Francia. Le stelle sono davvero tante e quasi nessuno ha un ruolo troppo marginale, se non il fiorentino Sandro Cois, che non giocherà mai. Solo 3 le gare in azzurro per lui.
  • Belgio Olanda 2000: è la rassegna del super Toldo, del cucchiaio di Totti e della delusione cocente al golden gol di Trezeguet. Anche qui, parata di stelle assolute. Gli outsider sono Paolo Negro, che farà comunque una presenza contro la Svezia, e il terzo portiere Antonioli, che non farà mai alcuna presenza in azzurro.

 

  • Giappone e Corea del Sud 2002: erano anni d'oro, lo sottolineo. Oggi direi che Francesco Coco, autentica meteora del nostro calcio, sembra lontano anni luce da quei giocatore. Eppure allora aveva un'ottimo rendimento, giocando anche alcune partite, finendo pure al Barcellona. Spicca anche la presenza di Cristiano Doni: sette presenze e un gol per lui.
  • Portogallo 2004: l'Italia si spegne ai gironi nonostante un girone non irresistibile. Gli attaccanti Di Vaio e Corradi non avranno vita lunga in Nazionale, mentre Matteo Ferrari resterà una promessa mai sbocciata appieno. Tuttavia tutti e tre supereranno quota 10 presenze con la maglia azzurra.
  • Germania 2006: qui sono stati davvero tutti importanti. A parte i due portieri di riserva, tutti i giocatori hanno giocato le gare della vittoriosa rassegna iridata. Più tempo passerà e magari sarà più facile dimenticarsi che Amelia e Peruzzi fossero nella rosa. Più facile ricordare Zaccardo e Barone, uno per un autogol, l'altro per una corsa infinita contro la Repubblica Ceca, ad attendere un passaggio di Inzaghi. Follia.

L'Italia, dal dopo Berlino fino ai giorno nostri

  • Austria e Svizzera 2008: ci sono tanti reduci dal Mondiale vittorioso, ma anche qualcuno che non ti aspetti. Alla rassegna europea partecipò Marco Borriello, con la maglia numero 12 fra l'altro. Non giocando mai quella competizione.
  • Sudafrica 2010: fu un Mondiale disastroso, non ripetemmo i fasti di quattro anni prima. In quella rosa erano presenti, fra quelli che oggi non ricordi più, Pepe, Salvatore Bocchetti e Palombo. Tutti onesti gregari, utili, ma non dei fenomeni.
  • Polonia e Ucraina 2012: l'Italia diventò vice campione d'Europa, inchinandosi solo alla Spagna. Era la Nazionale di Balotelli, Cassano, ma anche di Nocerino, Diamanti, Ogbonna e del "nuovo Maldini" Marco Motta.
  • Brasile 2014: resterà l'ultimo nostro Mondiale per quattro anni. E il fatto che non si andato bene fa ancora più male. In una rosa logora, erano presenti pure Cerci e Paletta.
  • Francia 2016: la nazionale di Conte ha stupito, schiantandosi solo contro la Germania ai rigori ai quarti. In quella rosa, anche se sono passati solo due anni, c'è chi si è già dimenticato che ci fosse Sturaro.

Da aggiungere che l'Italia partecipò, nel 2009 e nel 2013, a due Confederations Cup, competizioni tuttavia non con lo stesso appeal delle rassegne continentali e mondiali. Nel 2009 vi erano Legrottaglie, Gamberini, Dossena e Santon, mentre nel 2013, quando arrivammo terzi, non ci sono grossi nomi clamorosi da ricordare. Anzi, ce ne sta uno che non si può mai dimenticare: quello di Davide Astori.


Roberto Mancini, Italia

Era di Roberto Mancini che avevamo bisogno?

La FIGC ieri, in data 14 maggio 2018, ha ufficializzato il suo nuovo commissario tecnico: si tratta di Roberto Mancini. Il tecnico di Jesi, ex Lazio ed Inter, ha rescisso di recente con i russi dello Zenit San Pietroburgo per potersi accordare con la Federazione Italiana, e lasciare un segno da allenatore  azzurro, visto che da calciatore non è riuscito a dare il suo contributo, per svariati motivi. Sono passati 6 mesi da quella clamorosa debacle di San Siro, forse la serata più nera della nostra storia azzurra. Abbiamo tutti gridato a gran voce rifondazione, a partire dal nome del ct. "Basta più i Ventura: servono nomi di spicco", questo dice, in sintesi, il popolo. E Roberto Mancini è un nome di spicco? Vedo tanti pareri discordanti: provo a canalizzare i pro e i contro della scelta del Mancio come CT.

Cosa va di Roberto Mancini

In un periodo in cui la maglia azzurra ha perso quello spasmodico appeal "pur di andare in Nazionale mi taglierei una gamba!", il gesto di Roberto Mancini va assolutamente in controtendenza. Passare dai 4,5 mln annui dello Zenit San Pietroburgo, ai 2 mln annui che percepirà con l'Italia, in uno dei momenti più delicati della storia azzurra, non è cosa che avrebbero fatto tutti. Arrivare ad Ancelotti, che percepisce, ancora dal Bayern, milioni a due cifre, è impossibile. Arrivare a Conte (o stuzzicare Allegri), che guadagnano 4/5 volte tanto sembra altrettanto impensabile. Inoltre Mancini si farà quasi sicuramente affiancare da Andrea Pirlo: importantissimo fare leva sui tantissimi ex calciatori carismatici che l'Italia ha.

Inoltre Roberto Mancini ha voglia di rivalsa azzurra, visto un apporto, da giocatore, non all'altezza della sua fama: 36 gare e 4 gol. Ha partecipato all'Europeo dell 1988 e ai Mondiali di Italia '90, malgrado non giocò mai in nessuna delle notti magiche. A neanche 29 anni la sua ultima presenza con l'Italia. C'è da dire, a suo favore, che in quel periodo avevamo fior fior di giocatori in attacco. La maglia numero 10 se la potevano contendere lui, Baggio, Zola e un giovanissimo Del Piero.

Talento che però non sembra abbondare oggi: si ripartirà senz'altro da Bernardeschi, Insigne e Chiesa, in quanto ad estro, sperando che Verratti faccia un definitivo salto di qualità, e che Donnarumma stia solo attraversando un momento no. Normale aggrapparsi anche a qualcuno che non ha più una carta d'identità verdissima, ma tanta esperienza da dare. Logicamente Chiellini (o Bonucci) diventerà il capitano di questa Italia, visto che i campioni del mondo Buffon, Barzagli e De Rossi non continueranno, anche se sul romanista c'è qualche dubbio sul suo ritiro. L'attacco, invece, merita un discorso a parte. L'Italia segna pochissimo: Immobile e Belotti segnano solo dentro i confini italici e, di questo passo, si rischia di bruciare Cutrone se gli si attribuiscono tante aspettative. La chiamata di questo Balotelli (26 gol in 37 gare) è una scelta logica: alla fine deciderà il campo, questo si, ma almeno Mancini ha già sconfitto i pregiudizi.

Cosa non va in Roberto Mancini

La scelta di Roberto Mancini ha lasciato comunque degli strascichi. per 6 mesi i tifosi italiani, inviperiti dalla gestione Ventura, desideravano un nome solo: Carlo Ancelotti. In alternativa Antonio Conte, l'ultimo ad aver mostrato un'Italia combattiva e mai doma. Il resto era considerato una scelta secondaria, un po' come quella che portò Giampiero Ventura CT dell'Italia.

Mancini di sicuro ha allenato squadre importanti, Inter e Manchester City su tutti. Ha inoltre esperienze estere tra Turchia e Russia, ma gli si imputa il fatto di aver vinto troppo poco, specie in campo europeo, malgrado diverse volte è stato in grado di potersi scegliere i giocatori, visto le possibilità economiche dei club allenati. Dopo lo scudetto vinto all'ultimo secondo con il City nel 2012, Roberto Mancini è un po' uscito di scena dai radar delle panchine top, ed è questo che preoccupa il tifoso medio: non si sta prendendo un allenatore nel suo momento di ascesa.

Io credo che cambia poco il nome del nuovo allenatore. O meglio, puo' di certo fare la differenza (basti vedere come giocava l'Italia di Conte e quella di Ventura, malgrado fosse praticamente la stessa), però, dopo esser sprofondati così, è solo un progetto serio, determinato e scevro da ingerenze politiche, che può permettere ad un movimento di risalire la china. Un po' come la Germania che è diventata esempio mondiale per centri federali e investimenti nel calcio giovanile, senza che i club siano d'ostacolo, bensì d'aiuto. Inutile fare processi e valutazioni, per una volta voglio solo tifare e tiferò per la mia Italia, e quindi anche per Roberto Mancini. Tifo per lui affinché lo scempio a cui assisterò in giugno, ovvero una manifestazione senza l'Italia che sa tanto di attesa di un pugno nello stomaco, non accada mai più.


Italia, Juventus, Roma

Quand'è che l'Italia supererà la Spagna?

Questo continuo inchinarsi alla Spagna, da parte dell'Italia, inizia davvero a scoraggiare. Esatto, scoraggiare, in quanto la stanchezza è una fase precedente già vissuta. Siamo stanchi, di vedere punteggi rotondi, già dai tempi della finale agli Europei del 2012. Come siamo stanchi di vedere giocatori di assoluto valore fra gli iberici e che rischiano quasi di non trovare spazio, quando da noi sarebbero titolari fissi, maglia numero 10 e fascia da capitano ad honorem.

Basti vedere l'importanza di Callejon nel Napoli, 2° squadra d'Italia, assoluto elemento marginale nel Real Madrid e nella Nazionale iberica. Oppure vedere come Suso sposti gli equilibri nel Milan, e che, al contempo, ha una sola presenza nella Nazionale spagnola. Se poi sconfiniamo negli stranieri, basti pensare come il Real Madrid abbia fatto a meno di Higuain, il quale non ha accettato il ruolo di Benzema, ovvero attaccante che deve fare spazio alla mostruosità di Cristiano Ronaldo.

Ma perchè la Spagna è così superiore rispetto all'Italia?

Non voglio sprecare questo articolo per ripetere le stesse cose: se vi aspettate che io scriva "il calcio italiano fa schifo" oppure "loro sono più forti, nulla da fare", potete già chiudere la pagina. Non perchè non sia vero, semplicemente perchè è ora di riflettere sopra le cose e studiarne radice e cause. Ieri su Twitter scrivevo:

"Vallejo, Carvajal, Asensio, Vazquez, Ceballos, Marco Llorente, Borja Majoral, Isco.

De Sciglio, Rugani Bernardeschi.

Questi gli under26 spagnoli del Real e quelli italiani della Juve. Il crac Mondiale può esser spiegato anche così, in quanto i nostri vivai hanno solo da imparare"

E mi sono limitato a non andare a spulciare quelli del Barcellona o addirittura quelli dell?Atletico Madrid, che già hanno un paio di finali di Champions League giocate a carico e solo qualche presenza nella Spagna. Da loro abbonda il talento perchè la concezione di calcio è diversa. È questo il motivo delle continue sberle rifilateci, del 7 a 1 per Real Madrid/Barcellona contro Juventus/Roma. Lì il giovane calciatore è visto subito in modo funzionale, se di talento, per la prima squadra. Basti pensare come sono stati lanciati giocatori come Busquets, Saul Niguez o Marco Asensio, in Champions League. Da noi non sarebbe entrati perchè fino a 23-24 anni sarebbero a giocare in prestito nell'Atalanta di turno. Atalanta, fra l'altro, è l'unica squadra in Italia a inserire gradualmente e in modo costante i giocatori della Primavera. Pensate che l'exploit dei nerazzurri di Gasperini sia casuale? Nient'affatto.

Quanto sono importanti i giovani del vivaio in Italia?

Se invece andiamo nelle squadre di vertice, abbiamo la Juventus che è riuscita a lanciare davvero solo Marchisio, il quale ha detto in un'intervista di dover ringraziare Calciopoli per aver ottenuto l'opportunità di emergere. Il Napoli ha scoperto Insigne grazie al Pescara di Zeman, la Roma si coccola Florenzi ma nel frattempo ha perso per strada Romagnoli, Bertolacci e Politano. L'Inter, nonostante i successi giovanili, continua a non riuscire a lanciare in prima squadra alcun giocatore (vedasi maldestra gestione di Pinamonti, malgrado dietro a Icardi non ci sia nessuna prima punta). Lazio, Atalanta (come detto) e Sampdoria danno più spazio ai giovani, e non è un caso che spesso sono state tra le squadre più in forma. Nota a parte il Milan che, guarda caso, da quando sta dando spazio ai più giovani, molti derivanti dal proprio vivaio, sta vivendo un periodo positivo.

Il punto non è solo "dare palla ai giovani e sperare", ma riuscire a concepire il calcio in altro modo, con l'ottica che il ricambio generazionale sia un atto dovuto per evolversi e rendere pronti i calciatori. È un caso certamente, ma guardate quant'è beffardo il destino a designare come principali responsabili dei gol subiti da Juve e Roma siano stati Barzagli, Chiellini, Buffon e De Rossi. Sia chiaro, grandi campioni, ma serve che le squadre, e l'intera nazione, guardino avanti.

La sconfitta con la Svezia? Una lezione mai imparata dall'Italia

Non stupiamoci se poi in Nazionale Immobile e Belotti si emozionano prima di tirare, se Pellegrini o Gagliardini girino a vuoto, se Rugani o De Sciglio pecchino di furbizia. Servono, come spiegato in un articolo, le seconde squadre in Italia, incentivare l'ingresso in prima squadra dei giocatori della primavera e, più in generale riformare il calcio: sono passati 144 giorni dall'eliminazione dal Mondiale e siamo senza Presidente di FIGC, di Lega di Serie A e senza ct. Non c'è neanche il tempo necessario per eseguire le riforme per la prossima stagione.

Forse è vero quando quella canzone dice "In Italia devi imparare a perdere tempo", ma, aggiungo io, finché alle disastrose sconfitte contro la Spagna ci si limiterà a dire che sono troppo superiori, non cambierà mai niente. La superiorità si costruisce. Una sconfitta è l'opportunità più grande per tornare ad una vittoria. Non è filosofia spicciola, ma ce lo stanno facendo capire in tutti i modi, quando Carvajal e Denis Suarez realizzano strabilianti assist, e che per ripartire bisogna lavorare, a tratti quasi in modo ossessivo, sui vivai.

Si deve tornare lì a giocare, senza riempire la testa ai ragazzi con losche procure o su discorsi strambi legati alla struttura fisica, troppo spesso prevalente sull'aspetto tecnico. I nostri giovani non hanno idea di come giocare, non perchè siano scarsi, ma semplicemente perchè non gliel'hanno insegnato.


Gianoluigi Buffon, secondi portieri

Tutti quelli che hanno fatto da secondo portiere a Buffon

Ho volutamente preferito far trascorrere il giorno del 40° di Gianluigi Buffon per cercare di non affollare un palcoscenico stracolmo di auguri e complimenti. Auguri arrivati da mezzo mondo, da colleghi a istituzioni, passando per giornali ed ex calciatori. Abbiamo visto speciali su speciali, le parate più belle, le lunghissime strisce di presenze dell'estremo difensore originario di Carrara. Ma vi siete chiesti mai cosa si prova ad essere il secondo portiere di Buffon? Essere il dodicesimo del portiere definito, da più parti, il migliore di tutti i tempi, deve essere arduo. Lo sa bene Wojciech Szczesny, degno sostituto di Buffon alla Juventus, che a dispetto di un gran talento ( e di un gran ingaggio), rimane in panchina ad attendere il suo turno. Ma adesso proviamo a tracciare tutti i numeri 12 nella carriera di Gigi Buffon.

Tutti i secondi portieri di Buffon al Parma

  • Luca Bucci 1995-1997 (anche se Gigi partì come 12°. Il 3° portiere era Giovanni Galli)
  • Matteo Guardalben 1997-2001

Tutti i secondi portieri di Buffon alla Juventus

  • Fabian Carini/Michelangelo Rampulla 2001/2002
  • Antonio Chimenti 2002-2006
  • Christian Abbiati 2005/2006
  • Antonio Mirante 2006/2007
  • Emanuele Belardi 2007/2008
  • Alexander Manninger 2008-2012
  • Marco Storari 2012-2015
  • Norberto Neto 2015-2017
  • Wojciech Szczesny 2017-ora

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Tutti i secondi portieri di Buffon con l'Italia

Dal 1997 al 2000 è Gianluigi Buffon ad essere il 12esimo della Nazionale azzurra. Davanti aveva Pagliuca, che giocò titolare, come fuoriquota, anche ai Giochi Olimpici del 1996, davanti a Pagotto e Buffon. Proprio Angelo Pagotto fu il portiere titolare ai campioni Europei under 21 del 1996, che l'Italia vinse. Gigi rimase dodicesimo, senza disputare neanche un minuto.

Nel 1998, per Francia '98, è il secondo portiere dell'Italia, scavalcando Angelo Peruzzi, che si infortunò prima della kermesse. Stessa sorte toccò a Gigi nel 2000, alle porte dell'Europeo, dando spazio ad uno che fece benissimo in quell'occasione: Francesco Toldo. Dopo quell'Europeo iniziò in pianta stabile la sua presenza fissa fra i pali. Qua è più difficile essere precisissimi, in quanto da convocazione a convocazione potevano cambiare gli uomini, specie il ruolo di vice-Buffon.

  • Francesco Toldo
  • Christian Abbiati
  • Angelo Peruzzi
  • Marco Amelia
  • Morgan De Sanctis (malgrado Buffon gli fece da 12° agli Europei Under 18 del 1995)
  • Federico Marchetti
  • Salvatore Sirigu
  • Mattia Perin
  • Gianluigi Donnarumma

L'Italia è da sempre una fucina di talenti per la porta. Tuttavia Gianluigi Buffon riuscì da subito a mettere tutti d'accordo e ad affidarsi a lui come indiscusso numero uno. Giusto celebrare un campione simile, com'è giusto guardare al futuro e sperare che il primato italiano sulla scuola dei portiere rimarrà indiscutibilmente ancora fra le nostre mani. Come un pallone da afferrare.


UEFA Nations League

Cos'è e come funziona UEFA Nations League?

Davvero? Non sapete cosa è la UEFA Nations League? E c'avete pure ragione: non ne parla nessuno! Molto strano se considerate che tale competizione di fatto sostituirà definitivamente le scialbe amichevoli tra Nazionali. Quelle amichevoli per cui i club non vogliono dare i propri big. Della serie, ogni partita sarà un test importante perchè c'è qualcosa da vincere. E cade, direi, a fagiolo dopo la debacle dell'Italia, che ha di certo bisogno di non scherzare più.

Nasce oggi, con il sorteggio delle 12, ufficialmente la UEFA Nations League, una competizione che vedrà protagoniste le 55 federazioni europee affiliate all'Uefa. Avrà cadenza biennale e assegnerà di fatto, oltre al titolo, 4 posti per il Campionato Europeo. L'esigenza è nata dalla richiesta delle Federazioni calcistiche per avere sempre incontri di un livello adeguato, trovando la benedizione anche dei network televisivi pronte ad accaparrarsi a suon di milioni tale rassegna.

Come funziona la UEFA Nations League?

Il torneo è suddiviso in 4 Leghe: A, B, C e D. Per la prima edizione tale suddivisione è dovuta al ranking UEFA. Ogni Lega è suddivisa in 3 o 4 fasce. L'Italia si trova nella Lega A, in seconda fascia, insieme a Inghilterra, Francia e Svizzera. Il sorteggio di oggi vedrà la formazione di 4 gironi per Lega, formati da 3 (in alcuni anche 4) squadre. Per spiegarvi: l'Italia sarà nel girone con una tra Germania, Portogallo, Belgio o Spagna e una tra Polonia, Islanda, Croazia e Olanda. Le gare saranno di andata e ritorno. La prima classificata di ogni Lega sarà promossa nella Lega successiva per la prossima UEFA Nations League, tranne che per la Lega di A. Le 4 vincenti della Lega di A si affronteranno in uno speciale Final Four che decreterà il vincitore del titolo. Le ultime classificate saranno retrocesse nella Lega sottostante per la futura rassegna, ad eccezione delle ultime di Lega D.

Uefa Nations League
Uefa Nations League

Ma non è finita qui: ogni Lega avrà una squadra qualificata all'Europeo. Ovviamente se una Nazionale si è già classificata nel proprio girone di qualificazione lo slot libero andrà ad un'altra squadra. Cito testualmente:

Se la vincitrice di un girone si è già qualificata di diritto all'europeo tramite il classico torneo di qualificazione, allora verrà sostituta dalla prima squadra non qualificata con il ranking più alto limitatamente alla Lega d'appartenenza; nel caso limite in cui tutte le squadre di una determinata Lega dovessero risultare già qualificate, si procede a valutare quelle della Lega immediatamente inferiore" (Wikipedia)

Quando si gioca la UEFA Nations League?

Fase a gironi

  • 1° giornata: 6–8 settembre 2018
  • 2° giornata: 9–11 settembre 2018
  • 3° giornata: 11–13 ottobre 2018
  • 4° giornata: 14–16 ottobre 2018
  • 5° giornata: 15–17 novembre 2018
  • 6° giornata: 18–20 novembre 2018

Sorteggio final four: inizio dicembre 2018

Final Four: 5–9 giugno 2019

Sorteggio spareggi per UEFA EURO 2020: 22 novembre 2019

Spareggi per UEFA EURO 2020: 26–31 marzo 2020

Ma chi saranno le squadre a giocarsi questi spareggi? Ogni Lega dell'UEFA Nations League avrà una propria squadra qualificata all'Europeo. A marzo 2020 ci saranno 4 playoff separati, uno per Lega, nel quale parteciperanno le vincitrici dei 4 gironi di ogni Lega. Vi faccio un esempio pratico. Se nella Lega D i vincitori dei gironi sono: Andorra, San Marino, Kosovo e Gibilterra (stiamo sognando, eh?) queste quattro si affronteranno in un playoff con semifinali  ( accoppiate in modo che la 1° miglior prima classificata vada con la 4° prima miglior classificata e la 2° con la 3°) e finalissima. La vincente andrà dritto ad Euro 2020.

Un'altra grande novità sarà ilc ambiamento che vedranno le qualificazioni mondiali: il format è lo stesso, ma le gare saranno in momenti diversi. Andranno in scena da marzo a novembre 2019. Prima e dopo si parlerà solo di UEFA Nations League.

La mia idea è che è sempre meglio giocare per qualcosa, e che si giochi con avversari di livello, ma so anche che il vero motivo per cui è nata questa competizione è perchè non sanno più cosa inventarsi per farci vivere ogni giorno di calcio. E la cosa non mi dispiace, anche perchè dopo la delusione mondiale abbiamo proprio bisogno di sfide importanti.

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Damiano Tommasi, FIGC, AIC

Perchè Damiano Tommasi è il miglior candidato in FIGC

Dopo la debacle scandinava, in cui l'Italia, non superando la Svezia, si è di fatto giocata i Mondiali, è il momento di rivoluzionare il calcio italiano. Direi anche che era ora, direi anche che siamo tutti abbastanza stufi di parole. Il 29 gennaio si voterà il Presidente della FIGC. I candidati al momento sono Damiano Tommasi, presidente dell'AIC, associazione italiana calciatori, Cosimo Sibilia, Presidente della lega Nazionale dei DIlettanti, e Gabriele Gravina, presidente della Lega Italiana.

Queste Elezioni FIGC sembrano l'antipasto delle elezioni politiche che vedrà l'Italia al voto a marzo. Gli stessi frazionamenti, gli stessi teatrini, le stesse conte di voti. Andreatorrisi.com non è un sito di news, qui non troverete le notizie e i programmi dettagliati a confronto. Qui troverete la mia opinione, qualora abbiate il piacere di sentirla. E la mia idea, dopo un'attenta disamina, è che Damiano Tommasi sia la scelta migliore che si possa fare per far ripartire il calcio italiano. Vi spiego perchè.

Damiano Tommasi, altro linguaggio, nuovo background

Il linguaggio. Il registro da adottare adesso deve essere totalmente differente da quello che si è avuto finora. Non si puo' sentire più la frase "bisogna rimettere il calcio al centro del progetto". Basta, ve ne prego. Basta sentire tutto questo politically correct, che a tratti assume una sembianza gattopardesca: tutto cambia affinchè tutto resti com'è. Non è un'iniezione di sfiducia nei contro di Sibilia e Gravina, ma è la capacità del personaggio Damiano Tommasi a non restare ancorato solo alle parole. All'indomani della sconfitta con la Svezia, all'incontro di assemblea di FIGC, l'ex romanista non ha voluto ascoltare una sola parola di Tavecchio. "O ti dimetti subito, all'istante, o me ne vado". Della serie "è finito il tempo delle chiacchiere". Basta giri di parole: è stato un disastro.

Il background. Era un ex calciatore (cosa fra l'altro che lui reputa in handicap se vuoi fare strada in Federazione), ma ciò non vuol dire che in automatico puoi essere un buon dirigente. Cosa che in Damiano Tommasi tuttavia coincide, forse anche perchè Tommasi non era un giocatore qualunque. Pacato, senza grilli per la testa. Nel periodo di un infortunio grave pretese dalla Roma che il suo stipendio venisse decurtato fino al minimo sindacale (1500€). Fra l'altro da 3 anni fa i preliminari di Europa League con la formazione di San Marino de La Fiorita. Voi direte embè? Embè ve lo dico io: quante persone, raggiunto un certo livello, hanno perso l'umiltà? A iosa, forse quasi tutti. E invece qui abbiamo un Presidente di AIC che va a giocare con dei dilettanti ogni anno, perchè i calciatori da tutelare non sono solo quelli importanti.

Il programma di Damiano Tommasi

Il programma. Fate una cosa: fate una ricerca sui programmi elettorali dei tre candidati. Mentre degli altri due avrete una vaga idea di quale possa essere la filosofia che adotterebbero qualora vincessero, nel programma di Damiano Tommasi troviamo da subito chiarezza, oltre a dei punti cruciali.

  • seconde squadre da inserire nel campionato di C, che possono essere promosse e retrocesse, a patto di non accedere al campionato di competenza della Prima Squadra. VI spiego QUI perchè le seconde squadre sono salvifiche.
  • inoltre si introdurrebbe l'occasione di impiego con la Prima squadra durante la stagione di calciatori tesserati per una «seconda squadra» per un numero preciso di gare, ed è valido per gli U23 o U21. Questo risolverebbe tanti problemi in chiave infortuni.
  • Limitazione dell’eta dei giocatori da ingaggiare (U23 o U21) con possibilità di fuori quota.
  • Esclusione delle «seconde squadre» dalla distribuzione della mutualità e di qualsiasi altro incentivo federale o di Lega, come d'altronde non avrebbero il diritto di voto nell’assemblea della Lega di pertinenza.
  • Insistere sui criteri di distribuzione dei pesi istituzionali per attribuire ad ogni parte concorrente «percentuali rispondenti ai ruoli attualmente rivestiti e alle dinamiche economiche e sportive del sistema calcio", dando una maggiore rilevanza al calcio femminile, a quello giovanile, ai dilettanti e al calcio a 5.
  • Obbligo di utilizzo di calciatori selezionabili in ottica Nazionale Italiana, con un numero minimo di italiani o un numero massimo di stranieri, in conformità ai vincoli legislativi nazionali e internazionali.

Si puo' benissimo essere in disaccordo, ma almeno avremmo qualcosa su cui discutere, e non solo.

Ex calciatori italiani un patrimonio, Damiano Tommasi lo sa

Puntare ad ex calciatori. Attenzione. Come detto sopra questo non vuol dire necessariamente essere dei buoni dirigenti. E siamo tutti d'accordo qui. Ma esiste una generazione che va dai 40 ai 55 di ex calciatori che hanno un peso internazionale enorme e che hanno vissuto esperienze di primissimo piano, a livello di importanza sportiva. Gente ha giocato a Italia '90 o che è stata in finale nel '94, oppure gli eroi di Berlino del 2006. Gente come Maldini, Roberto Baggio, Alessandro Del Piero, Alessandro Costacurta, Andrea Pirlo è un patrimonio incredibile che gli altri non hanno. O comunque non come l'Italia. Perchè non sfruttarlo? Non è triste che il migliore fa l'opinionista? Diamogli una scrivania, se confermeranno ovviamente di meritarla.

Guardate cosa ha fatto Davor Suker alla Presidenza della Federcalcio della Croazia. E questo Damiano Tommasi lo sa, per questo ha già annunciato che guarderà parecchio in questa cerchia di ex calciatori. Soprattutto verso Roberto Baggio, l'unico che negli ultimi dieci anni si è dimesso in FIGC. Perchè? Perchè aveva realizzato un lavoro nel settore giovanile della FIGC. 900 pagine mai lette. E, a differenza degli uomini di poltrona, ha salutato tutti ed è tornato alla sua vita. Ecco. Abbiamo bisogno di chi è diventato qualcuno perchè ha fatto, non perchè ha detto.


Ivan Zamorano, CIle, Inter

Mi ricordo di Ivan Zamorano

“Durante il primo allenamento al Real Madrid, dopo che Jorge Valdano mi disse che avevo poche possibilità di giocare perché ero il quinto straniero ed ero appena arrivato, stavamo giocando una partitella; io stavo correndo come un selvaggio da una parte all’altra: era il mio modo di allenarmi. Poi Valdano entrò a giocare. Dopo pochi istanti gli arrivò una palla tesa, ci andai troppo forte, convinto di anticiparlo, ma non riuscii a frenarmi. Lo presi in pieno, facendolo sollevare in aria e cadere pesantemente. Si bloccarono tutti. Valdano si rialzò e mi disse: Ti alleni sempre così, o soltanto quando odi il tuo allenatore?”

Ivan Zamorano, l'eroe venuto dalle Ande

Basterebbe questo aneddoto per far capire a chi non ha avuto la possibilità di vederlo giocare, chi era Ivan Zamorano, soprannominato Bam Bam. Perchè? Perchè era combattivo, un continuo coltello fra i denti. Portava con sè la garra tipica sudamericana e al tempo stesso, nel suo cuore, l'emblema della rivincita cilena. Sul suo volto c'era tutta l'identificazione dell'indio. Sguardo intenso, zigomi alti, quasi spostati in alto per trasmettere la maggiore fierezza  possibile.

Fiero, fiero si che lo era Ivan Zamorano, nato nel 1967 da genitori umili che gli hanno impartito cosa voglia dire lottare e lavorare. E questa passione lì, per il calcio, faceva da accompagnatore per la crescita di questo ragazzetto che si esercitava a colpire di testa il lampadario di casa. Crescita che fu segnata irrimediabilmente dalla prematura scomparsa del papà, quando Ivan Zamorano aveva 14 anni. Insieme guardavano le imprese del Colo Colo, storico club cileno di cui Papà Zamorano sognava un tesseramento del figlio Ivan.

Gli inizi di Ivan Zamorano e quell'Italia sfiorata

Fu invece il Cobresal, altro club cileno a mettere sotto contratto Ivan Zamorano. Lo prestò poi di fatto al Trasandino, club di serie B cilena. E fu allora che il Cobresal si rese conto che razza di attaccante aveva trovato: 29 partite 27 gol. Uno che non era alto neanche 1,80m e realizzava reti a a 2 metri e mezzo d'altezza. Rientrò quindi al Cobresal, giusto in tempo per vincere una Coppa del Cile e per provare il grande salto: l'Europa.

Ivan Zamorano, Bologna
Ivan Zamorano e Hugo Rubio al provino del Bologna

E dire che poteva essere il Bologna il primo club europeo di Ivan Zamorano. Ma al Piojo ("il pidocchio", in quanto balzava da un posto all'altro senza fermarsi mai) fu preferito un altro cileno, Hugo Rubio, ben più affermato allora. Si rivelò uno degli errori più sciagurati commessi in valutazione di mercato. Se Rubio, complice anche un infortunio, fu totalmente avulso nella sua esperienza felsinea, Ivan Zamorano comincò da subito a buttare giù le difese europee.

Andò al San Gallo, in Svizzera e ci rimarrà di due anni: 34 gol in 56 gare, un gol ogni partita e mezza circa. Ragion per cui sarà un club più importante a bussare alla porta degli elvetici: fu il Siviglia ad ingaggiarlo, formando una delle coppie più prolifiche e assortite degli anni 90, ovvero Davor Suker e Ivan Zamorano. Anche al Sanchez Pizjuán incanta tutti, mantenendo una media altissima, leggermente inferiore a quella avuta al San Gallo, ma in un torneo molto più probante. Era la Liga dove spadroneggiava il Real Madrid, voglioso di veder da vicino questo indio indiavolato.

Il grande salto di Zamorano con Real Madrid e Inter

Era il 1992 quando i Blancos ingaggiarono Ivan Zamorano. Furono 4 anni magici, in cui il cileno vincerà una Liga, una Coppa di Spagna e la Supercoppa Spagnola. Oltre al Pichichi del campionato spagnolo, con 28 gol nel 1994/95. Zamorano, con un giovanissimo Raul, aiutò a lenire il mal di pancia ai tifosi madrileni per la fine dell'era Butregueno - Hugo Sanchez. Nel giro di 5/6 anni Zamorano divenne uno degli attaccanti più forti al mondo. Lo sa bene Moratti che, approfittando della politica del Real Madrid, che inizierà a vertere in ottica "Galacticos", riuscì a strappare il cileno per 4 miliardi di lire. All'Inter Ivan Zamorano vivrà 5 anni incredibili.

Sono gli anni dei primissimi Zanetti e Recoba, del Cholo Simeone, dell'eclettico Djorkaeff, di un giovanissimo Ronaldo, a cui Ivan cedette, per ragioni di sponsor, la sua maglietta numero 9. E fu così che il cileno fece qualcosa di almeno 20 anni innovativo. Prese la maglietta 18, e ci mise in mezzo ai due numeri un bel "+", formando un poi celebre 1+8. A sottolineare che qualunque numero possa lui avere, sarà sempre e solo un numero 9.

Zamorano era spesso l'anima per via di quel suo modo battagliero e forsennato con cui giocava. A Milano non realizzò mai medie da urlo (colpa sua o davvero le difese della Serie A degli anni Novanta erano davvero difficili da superare?), ma entrò nel cuore dei tifosi. Memorabile il suo gol quasi allo scadere nella finale di Coppa Uefa contro lo Shalke 04 nel 1997. Allora si giocavano andata e ritorno, e dopo lo 0-1 patito a Gelsenkirchen, sarà il Piojo a ristabilire il pareggio con una zampata. Purtroppo il suo errore e quello di Aaron Winter dagli 11 metri consegneranno allo Shalke 04 la vittoria del trofeo. Ma è da una caduta che puoi prendere la migliore rincorsa per saltare in alto.

Il trionfo in Coppa Uefa e la firma di Ivan Zamorano

Questo Zamorano lo sapeva e la stagione successiva, benchè non giocò tantissimo, il cileno fu protagonista di una delle serate più importanti della storia dell'Inter. 6 maggio 1998.

Ivan Zamorano, Inter
Ivan Zamorano, Inter

La finale, stavolta secca, sul neutro del Parco dei Principi di Parigi, di Coppa Uefa, contro la Lazio. Dopo 5 minuti  venne lanciato Zamorano che, circumnavigando Negro, si trovò a tu per tu con Marchegiani, il quale viene freddato con un tocco delizioso di esterno destro. 1-0. Fu solo il preludio. Ci penseranno poi Zanetti con una legnata sotto l'incrocio e Ronaldo con una serpentina da brividi a scacciare via i fantasmi della finale persa l'anno prima. L'Inter vince la Coppa Uefa, grazie ai suoi sudamericani, e quindi anche grazie a Bam Bam.

Man mano che il tempo passò Zamorano trovò sempre meno spazio, finchè decise di tornare nel 2001 in Sudamerica, all'America, club messicano, giusto per fare un'altra trentina di gol, per poi chiudere in bellezza come ogni favola che si rispetti. Una stagione al Colo Colo, in modo che qualcuno, da lassù, potè vedere come non è stato dimenticato, anzi. Saranno 14 gare e 8 gol con la maglia del Colo Colo. Tutti per suo papà. Adesso Zamorano puo' dire basta al calcio giocato.

Ivan Zamorano, ieri e oggi nel segno del Cile

Notevole il suo contributo alla Nazionale del Cile: un argento nella Coppa America 1987 e un bronzo in quella del 1991, oltre ad un bronzo storico vinto alle Olimpiadi di Sydney del 2000 (con tanto di titolo di capocannoniere, 6 gol). Con la Roja formò una tandem storico d'attacco con Marcelo Salas, dando il meglio di loro al Mondiale di Francia '98, quando fecero ammattire anche la difesa italiana, che contava in difesa gente come Nesta, Maldini e Cannavaro. Con il Cile saranno 69 gare e 34 gol (4° marcatore di sempre dietro Alexis Sanchez, Marcelo Salas ed Edu Vargas). Ivan Zamorano viene eletto miglior calciatore cileno del secolo,  e inserito nella lista dei 250 giocatori migliori di tutti i tempi della rivista The Football History Boys.

Zamorano oggi, con Hugo Rubio, gestisce Passball, una procura sportiva internazionale di giocatori cileni. Rimase molto legato all'Inter: fu lui a consigliarle Mauricio Pinilla. Il cileno è anche il padrino della figlia di Javier Zanetti. Nel 2007 el Piojo fondò a Santiago del Cile un centro sportivo, Ciudad Deportiva Ivan Zamorano, in cui ci sono palestre, campi di calcio, piste d'atletica, un centro medico e anche un centro studi per discipline sportive. Nel 2014 ebbè qualche problema con degli istituiti bancari che gli faranno rischiare la bancarotta. Molte volte in bancarotta ci vanno i calciatori che sperperano tutto senza cognizione, ma Ivan Zamorano non fa parte di questa ampia cerchia di giocatori. Non fa parte del suo DNA, non accadrebbe neanche se cascasse un meteorite, perchè tanto, Bam Bam colpirebbe di testa anche quello.

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Pasquale Luiso, Vicenza

Mi ricordo di Pasquale Luiso

Mi rendo conto con il passare degli anni che non è vero che il calcio è un ciclo che si ripete, e che i calciatori cambiano solo di nome, ma poi nella sostanza sono tutti uguali. O almeno, quando ero piccolo credevo fosse così. Quindi pensavo che nel giro di un tot di anni avrei vissuto gli stessi tipi di giocatori. E invece no, perchè sono passati 20 anni e io ancora non ho visto un giocatore che assomigli al Toro di Sora. Ho visto giocatori migliori, ho visto giocatori peggiori, ma sia i primi che i secondi erano comunque erano tutti diversi da lui, Pasquale Luiso.

Pasquale Luiso, calciatore tra lavoro e sacrifici

Pasquale Luiso incarna perfettamente lo stile dell'attaccante di provincia di metà anni '90: tanta gavetta, riuscire a far  tanti gol e in tutti modi, e un talento che avrebbe anche di più. E dire che Pasquale Luiso  diverse soddisfazioni importanti se le è anche prese. ma andiamo con ordine.

Napoletano doc, Luiso eredita dal padre la passione per il calcio: muove i primi passi nell'Afragolese, squadra che fa spola tra C2 e Interregionale campana. Farà solo 8 gol in quasi 80 partite. "Ma non era uno che faceva tanti gol?" vi starete chiedendo. Perchè? Perchè giocava esterno destro a centrocampo. Avendo già ben in mente le gesta di Pasquale Luiso, fa specie che uno con il suo fiuto non sia nato attaccante. Ma calma, ci penserà il suo mister al Sora a spostarlo al centro dell'attacco. Gol a grappoli, porta pure i ciociari in C1, facendosi notare da team importanti come Lecce e Torino. Non va benissimo con queste squadre, anche perchè non viene praticamente fatto giocare. Ma nessuna paura: uno così, o in un modo o nell'altro, tra i grandi si farà valere prima o poi.

Luiso, gol in quantità e di qualità

Sono le due stagioni cadetteria tra Pescara e Avellino che lo classificheranno come uno dei bomber italiani più prolifici. Ad Avellino segnò addirittura 19 gol: con il compianto presidente Antonio Sibilia, a inizio stagione stipulò una scommessa. Se Pasquale Luiso avesse fatto almeno 15 gol il presidente irpino gli avrebbe regalato una Mercedes. Ma l'Avellino, malgrado i tanti gol dell'attaccante, retrocedette in Serie C1. Da gran signore Pasquale Luiso rifiutò quel regalo, in quanto non era giusto festeggiare qualcosa in un contesto simile.

Il karma, ma anche il Piacenza, si accorge di lui. E' chiamato in Serie A, da protagonista. In quel Piacenza degli italiani fece 14 gol (la maggior parte festeggiati a ritmo di Macarena, tormentone musicale di quegli anni). Da ricordare la perla con cui stese il Milan, campione d'Italia in carica, e fece cacciare Tabarez dalla panchina rossonera: una rovesciata senza eguali, rimasta eterna nel tempo. Altri due gol furono fondamentali: la doppietta nello spareggio di Napoli in cui il Piacenza spedì in B il Cagliari. Salvezza sudata e meritata, adesso il Toro puo' puntare ancora più in alto.

Lo splendore degli anni a Vicenza

Arriva la chiamata del Vicenza, fresco vincitore della Coppa Italia, e che ha bisogno di un ariete d'attacco per schiodare le difese europee che si susseguiranno nell'esperienza dei veneti in Coppa delle Coppe. Fu una marcia trionfale, quel Vicenza di Guidolin fece a spallate con tante realtà europee ben più quotate. Legia Varsavia, Shaktar Donetsk, Roda furono prese a pallonate da quel Vicenza. Il Toro di Sora le ha incornate ben sette volte. Accesso meritato alla semifinale: si aprono le porte dello Stamford Bridge, si apre la porta dei sogni.

Luiso contro il suo idolo, Vialli. Era il Chelsea degli italiani, che contava anche Zola e Di Matteo tra le sue fila. All'andata i vicentini strappano un fantastico 1-0 al Romeo Menti, grazie a Lamberto Zauli. E' al ritorno che Pasquale Luiso si farà notare. Realizzerà lo 0-1 che zittirà tutti i presenti, in uno Stamford Bridge gelato, e non per la temperatura. Purtroppo il Vicenza non terrà botta e soccomberà 3-1, dovendo rinunciare alla finale, di certo alla portata degli uomini di Guidolin, contro lo Stoccarda. Fu il punto più alto della storia calcistica del Vicenza, grazie anche a Pasquale Luiso, capocannoniere dell'edizione di Coppa delle Coppe 1997-1998.

Gli ultimi anni di carriera e cosa fa Pasquale Luiso oggi

Le annate successive frutteranno a Vicenza una ventina di gol, e un'ottima stagione alla Sampdoria in B, Man mano la carriera di Luiso si concluderà girovagando in diverse piazze, come Salernitana, Ancona e Catanzaro. Romanticissima la sua chiusura a Sora, dove tutto iniziò, dove disse "crossatemi una lavatrice, prenderò di testa anche quella". In 22 anni di carriera ha indossato 18 maglie diverse.

Oggi Pasquale Luiso, dopo aver allenato Sora, Sulmona, Triestina e Celano, si trova sulla panchina della Primavera del Vicenza, sognando magari un giorno di sedersi sulla panchina dei grandi.

Pasquale Luiso era un attaccante sui generis, non altissimo, ma capace di un'elevazione di tutto rispetto. Nato come bomber di provincia, ma definirlo così è riduttivo, viste le vette che riuscì a toccare. Giusto per far capire come l'Italia allora fosse ricca di talento, uno come Pasquale Luiso non collezionò mai neanche una convocazione nell'Italia. Non perchè non la meritasse, ma perchè davanti aveva gente come Vialli, Casiraghi, Zola, Del Piero, Ravanelli, Chiesa, Vieri, Inzaghi. Mentre adesso, e non definitela banale retorica nostalgica, sarebbe nel giro della Nazionale. E ce ne siamo accorti anche nelle ultime apparizioni azzurre: quanto sarebbe servito uno che incornasse un pallone da mettere dentro, proprio come faceva quello lì, il Toro di Sora.

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Dino Baggio, Parma, Juventus, Italia

Mi ricordo di Dino Baggio

Da oggi inaugurerò una nuova rubrica: "Mi ricordo di..". In questa sezione darò spazio a ex calciatori, o comunque a personaggi che hanno ruotato attorno al mondo del calcio, e che negli ultimi tempi non hanno lo spazio che meritano tra i media. L'obiettivo principale è di poter conferire loro una memoria storica da consegnare soprattutto a quella fascia di persone, relativamente giovani,  che non hanno potuto viverli per ragioni temporali. E voglio iniziare con uno dei miei beniamini di quando ero piccolo: Dino Baggio.

Dino Baggio, colonna del centrocampo, col vizietto del gol

Dino Baggio, classe '71, era un centrocampista (userò l'imperfetto solo perchè oggi non gioca più, non pensate male) completo. Anzi oggi direbbero centrocampista totale. Interditore ben strutturato fisicamente, Dino Baggio possedeva tra le sue armi principali la botta dalla distanza e un agonismo che si faceva sempre notare in mezzo al campo, non andando quasi mai sopra le righe.

Dopo le prime esperienze tra Torino e Inter, sarà poi con la Juventus e il Parma a vivere le sue annate più importanti. Alla Juve giocò due anni (tra il 1992 e il 1994), giusto in tempo per vincere una Coppa Uefa da protagonista: tre i suoi gol contro il Borussia Dortmund in finale, tra andata e ritorno. Si, anni fa le finali di Uefa si facevano in un doppio incontro.

Le annate eccezionali di Parma

Nel 1994 passò al Parma e ci restò sei anni realizzando 19 reti in oltre 170 gare. Conquisterà ben due Coppa Uefa con i ducali. Una nel 94/95 proprio contro la Juventus. Anche in quelle due gare timbrò il cartellino. Un gol di testa e uno a scavalcare Peruzzi. Niente male per un centrocampista: considerate che Dino Baggio detiene il record del calciatore con più gol realizzati nella finalissima della competizione (ben 5). Vincerà l'altra Coppa Uefa con il Parma nel 98/99, e sarà l'ultima volta che un'italiana vincerà tale trofeo. Tra gli italiani, solo Bergomi e Sartor hanno vinto lo stesso numero di Coppa Uefa (3): anche questo è un record. Sempre nel '99 vincerà Coppa Italia e Supercoppa Italiana. Ma negli anni di Parma si segnaleranno anche due episodi abbastanza controversi.

Dino Baggio, Coppa Uefa
Dino Baggio alza la Coppa Uefa

Durante una gara di Coppa Uefa contro il Wisla Krakow, dagli spalti dei sostenitori polacchi viene lanciato un coltello con una lama lunghissima che colpirà di striscio Dino Baggio in testa. Mentre oggi ad un gesto simile avremmo visto gente moribonda a terra per strapparsi i capelli, Dino Baggio si limita a massaggiarsi la testa, constatando se ci fosse sangue o meno. E' chiaro che poteva andare molto peggio, ma ci vollero ben 5 punti di sutura per chiudere la ferita. Il Wisla Krakow fu squalificato un anno dalle coppe europee.

L'altro episodio che contrassegnerà la sua carriera avvenne il 9 gennaio in un Parma Juventus, in cui fu espulso per un fallo su Zambrotta, lasciando il Parma in 9. Uscirà dal campo mimando il gesto dei soldi all'arbitro Nicchi, reo di un arbitraggio discutibile. La punizione fu severissima: sei giornate di squalifica, poi ridotte a due, e 200 milioni di lire di multa dal Parma. Ma soprattutto gli costò la Nazionale azzurra: l'allora Presidente della FIGC Nizzola gli farà saltare l'amichevole contro la Svezia. Ma non finì qui: singolare fu come Dino Baggio non venne mai più convocato a 28 anni, malgrado fosse titolare nel centrocampo azzurro.

Il felice binomio tra Dino Baggio e la maglia azzurra

E per essere titolare nello scacchiere azzurro vuol dire che il mediamo veneto si era guadagnato fiducia a suon di prestazioni decisive. Si parte dal gol (micidiale fucilata dai 25 metri) contro il Portogallo che ci porto ai Mondiali del 1994 in USA, dove Dino Baggio fu assoluto protagonista. Un gol contro la Norvegia ai gironi e uno importantissimo contro la Spagna ai quarti di finale. Dino Baggio era uno dei leader di quella squadra, che guiderà anche agli Europei del 1996 e ai Mondiali di Francia del 1998. Chiuderà la sua carriera in azzurro con 60 gare e 7 gol. Da segnalare anche una sua partecipazione alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, arrivando da Campione d'Europa con l'Under 21. Si ritrovò spesso a lavorare con Cesare Maldini, che non si privava mai di questo lungagnone dai piedi buoni e dalla corsa infinita.

Dopo il Parma ci fu la Lazio neocampione d'Italia, con cui giocò poco meno di una cinquantina di gare in 3 anni, prima di avere dei problemi con il nuovo presidente Lotito, il quale venne accusato di mobbing da Paolo Negro e dallo stesso Dino Baggio. Le esperienze successive tra Blackburn Rovers e Ancona non furono idilliache, specialmente per le difficoltà riscontrate da tali società. Nel 2005 prova a ripartire dalla B con la Triestina, ma dopo qualche gara preferisce smettere col calcio giocato a 34 anni. Proverà qualche anno dopo a giocare con il Tombolo, suo primo club in assoluto, in Terza Categoria.

Dino Baggio oggi

Dino Baggio qualche anno fa collaborò con il Padova nel settore giovanile, e tutt'ora quando si chiede a Dino di tornare nel mondo del calcio, lui preferisce sempre la strada del lavoro con i più giovani. La stessa strada dove magari trovi più fango che riflettori, ma che è quella che puo' aiutare tanti piccoli ragazzi a diventare campioni. Proprio come lo fu Dino Baggio.