Gianluigi Buffon, Gigi Buffon

Quello che i portieri (e non solo) dissero su Buffon

"Ho avuto l'onore di premiare Gigi Buffon. Mi sono sentito un privilegiato per poter onorare uno dei più grandi portieri della sua generazione. I portieri sono spesso i giocatori la cui carriera dura più a lungo. Siamo gli ultimi bastioni e diamo la possibilità alle nostre squadre di uscire vincitrici dai grandi duelli. Il fatto che tu giochi ancora in uno dei più grandi club d'Europa ti rende una leggenda, nel nostro magnifico sport. [Peter Schmeichel]

"Buffon è il più forte del mondo, è il Messi dei portieri." [Christian Abbiati]

"Buffon pareva vecchio, da buttare: così dicevano. Io dico che Buffon è su un altro pianeta, uno così nasce ogni quarant'anni. Conta la forza, la continuità. E lui regge da più di 15 stagioni." [Emiliano Viviano]

"Meriterebbe il Pallone d'Oro. È un punto di riferimento per me ma anche per i portieri della mia generazione. Quando ho cominciato a giocare sognavo di diventare come lui…" [Iker Casillas]

“È incredibile come alla sua età sia ancora al top. Per presenza, per come sprona la squadra, si vede come tutti lo ascoltano. È una guida per i giovani. Uno come lui potrebbe giocare fino a 50 anni…” [Manuel Neuer]

"Gigi è un Maradona. Uno come lui nasce ogni cinquant'anni. Però ha rovinato una generazione di portieri, perché di Maradona ce n'è uno e gli altri al suo confronto sembrano tutti normali…" [Antonio Mirante]

GLi apprezzamenti per Buffon non arrivano solo dai colleghi di reparto

"Torino, Juve - Roma 2-2 nel 2003. Tentai il cucchiaio e quel fenomeno di Gigi Buffon me lo prese…" [Francesco Totti]

"Buffon e Zoff non sono paragonabili, sarebbe come paragonare le Ferrari di tanti anni fa con quelle di oggi. Dino è un monumento, ma Buffon ha qualcosa in più. Fra tutti l'attuale portiere bianconero è il più forte, sommando qualità atletiche e muscolari, longevità, modo di comandare la difesa». " [Giovanni Trapattoni]

"Una vera e propria leggenda. Se chiedi a un qualsiasi bambino di disegnare la formazione ideale, il numero uno sarà sempre lui…" [Ivan Rakitić].


Campioni d'inverno, Batistuta

La storia dei campioni d'inverno della Serie A

Essere campioni d'inverno è una di quelle cose che non viene mai considerata come un dato di valore. Sia perchè il girone di ritorno può sempre ribaltare ogni posizione, sia perchè quando eravamo piccoli non capivamo se il titolo di campioni d'inverno venisse assegnato dopo la gara prenatalizia oppure a fine girone d'andata. Per molti, invece ha un valore non da poco: si dice spesso che chi vince il titolo di campione d'inverno si ritroverà con lo scudetto cucito sul petto a fine stagione. Ma la storia dei campioni d'inverno cosa dice?

Tutti i campioni d'inverno della Serie A

La squadra che ha più titolo di campione d'inverno è la Juventus, con ben 30 stagioni in cui si è trovata in testa alla fine del girone d'andata. Inseguono le milanesi, Milan ed Inter, entrambe a 17. Decisamente più staccate le inseguitrici. La Roma si ferma a 6 titoli, mentre a quota cinque troviamo Napoli, Bologna e Fiorentina. A quota 3 troviamo il Torino, mentre Lazio e Cagliari sono state due volte campioni d'inverno. Con un solo girone d'andata vinto troviamo le sorprendenti Verona, Livorno e Liguria. Quest'ultima riuscì nella stagione 1938/39 ad essere campione d'inverno a pari punto con i felsinei del Bologna.

Furono Juventus ed Inter ad aver finto più titoli di campioni d'inverno consecutivamente. I bianconeri ci riuscirono nei quadrienni 1975-78 e 2012-2015, mentre i nerazzurri ci riuscirono nell'epoca post Calciopoli, a cavallo degli anni 2007 e 2010. Milan e Bologna ci riuscirono tre volte, mentre desta scalpore che il Cagliari, che vinse solo due volte il titolo di campione d'inverno, si fregiò di tale titolo due volte nel giro di due soli anni: 1969 e 1970.

Quando essere campioni d'inverno non bastò per lo scudetto

Vi furono diversi casi in cui il vincitore del girone d'andata non riuscì poi a confermarsi a fine torneo. Addirittura nel 1935/36 fu la Juventus a vincere il titolo d'inverno, per poi finire addirittura 5°, vedendo poi il Bologna laurearsi campione d'Italia. Fu l'unico caso in cui la vincente del girone d'andata non finì la stagione sul podio. Il 67% delle volte in cui una squadra vinse il titolo temporaneo, poi vinse anche lo Scudetto.

Diversi i casi in cui i duelli furono combattutissimi. Basti pensare al 1980/81, quando Juventus e Roma duellarono per tutta la stagione per poi vedere la Juventus vincere di un punto, grazie anche al famoso gol di Turone annullato alla Roma nello scontro diretto contro i bianconeri. Oppure basterà ricordare il 2015/16 quando il Napoli, campione d'inverno, non riuscì a contenere la rimonta della Juventus, culminata nello scontro diretto a Torino, deciso da un gol di Zaza a 5 minuti dal termine.

Come vedete, essere campioni d'inverno può voler significare tutto, può voler significare niente. Dipende solo se si crede alla cabala o meno.


Loris Karius, Liverpool

L'esasperata solitudine prolungata di Loris Karius

Ho visto la finale di Champions League, tra Real Madrid e Liverpool, con amici di varie nazionalità. Al mio amico inglese ho detto la frase "Why doesn't Liverpool have a great goalkeeper?", ovvero perchè il Liverpool non avesse un portiere forte. Ma l'ho detto già alla lettura delle formazioni. Non è che il Real Madrid avesse Yashin in porta, ma Keylor Navas può essere vituperato quanto si vuole, ma alla fine c'è sempre e risponde bene quando è chiamato in causa. Il Liverpool presenta in porta Loris Karius, portiere tedesco, classe '93, ex Mainz. Quest'ultimo l'ha spuntata nel ballottaggio durato tutta la stagione: in porta, contro il Real Madrid andrà lui, e non il belga, più quotato Simon Mignolet.

La gara finisce 3 a 1 per i soliti madrileni. I punti focali sono davvero tantissimi su cui si può discutere. Provando ad elencarli, spero di non dimenticarne neanche uno. Gli infortuni e le lacrime di Salah e Carvajal, che temono adesso anche il Mondiale di Russia 2018; i due errori di Karius; Manè che si sobbarca l'intero peso dell'attacco inglese; la splendida sforbiciata di Gareth Bale; le solite sceneggiate di Sergio Ramos; Cristiano Ronaldo che si danna per non esser riuscito a segnare un gol; le 5 Champions League vinte dal portoghese che aggancia Paolo Maldini; le 3 Champions League vinte da allenatore da Zinedine Zidane, agganciando Ancelotti e Paisley; il silenzio insolito di Jurgen Klopp; il possibile addio di Cristiano Ronaldoal Real Madrid. La 13° Champions League del Real Madrid Ma nulla ha il prezzo della solitudine di Loris Karius.

Gli errori di Loris Karius consegnano il trofeo alle merengues

Il portiere del Liverpool commette due errori che di solito commette chi gioca all'oratorio, o nei campetti di periferia, e, da non portiere, deve scontare il suo turno in porta. Ma qui non eravamo all'oratorio, e Kiev non è proprio periferia. Sul gol di Benzema mi ero girato: se il portiere ha il pallone in mano è finita l'azione offensiva. E invece no, imparalo per la prossima volta, Andrea. Sul secondo gol di Bale, da oltre 30 metri, mi dico che è solo un tiro forte si, ma centrale, che non cambia traiettoria: non sarà gol. E invece no, imparalo per la prossima volta, Andrea. Anche qui un gesto inconsueto: mani troppo vicine una con l'altra e un insolito saltello al momento di bloccare la palla. Due gol che oscurano la meravigliosa bicicletta di Bale, che da il via su quale sia più bella tra questa e quella di Cristiano Ronaldo contro la Juventus. Il Real Madrid vince 3 a 1 e i due gol di differenza sono sulla coscienza, per nulla invidiata, di Loris Karius.

Non sono qui per deriderlo o per dire che adesso dovrà trovarsi un altro lavoro. Se cercate un articolo in cui si affondi il colpo potete già chiudere la pagina. Già è bastato tutto il cyberbullismo, spacciato per sfottò, per affossare il giocatore tedesco. Ha combinato degli errori, come possono tutti, anche se in un contesto mondiale che gli peserà a vita, come accadde a Moacyr Barbosa, durante il leggendario Maracanazo del 1950. Non occorre infierire. Ci penseranno le sue notti insonni, nonostante qualcuno dica che Karius avrà milioni di buoni motivi (calcolati in euro), per stare tranquillo. Questo lo diciamo noi che abbiamo conti corrente più esigui, e quindi pensiamo che in ogni caso, Loris Karius, casca bene. Ma umiliazioni simili rendono inutile tutto quello che possiedi, o possiedi zero o possiedi mille. Ti fanno sentire impotente, ti fanno dubitare di te, ti fanno sentire tremendamente solo.

Cercasi abbraccio per Loris Karius

Una solitudine, esasperatamente prolungata, di questo lungagnone di 1.90, biondo al pari di un qualunque modello, che magari ha fatto sbavare prima milioni di tifose. Per poi provocarci compassione, per le sue lacrime nel post partita, senza ricevere, dapprima, uno straccio di un abbraccio consolatorio, se non quello di Gareth Bale e di alcuni giocatori del Real. Magari Klopp e i giocatori del Liverpool avranno passato un'ora per consolarlo negli spogliatoio (chi lo sa!), e per questo non li condanno, ma credo che, prima, in quel preciso momento, in cui Loris Karius chiedeva onestamente scusa agli sportivissimi tifosi del Liverpool, il tedesco avesse più bisogno di una pacca sulla spalla che di una qualunque vittoria della Champions League.


Stefan De Vrij, Lazio, Inter

Le lacrime di Stefan De Vrij e l'italica cultura del sospetto

Al 76' di Lazio - Inter di ieri sera, Stefan De Vrij stende in area Mauro Icardi. Rigore sacrosanto. ed eccoci qui, nello scenario che tutti avevamo ipotizzato possibile. La partita, come tutti sanno, ha visto l'Inter rimontare, con un 2-3 al cardiopalma, grazie all'incornata di Matias Vecino (e anche all'irruenza di Senad Lulic). Una gara, per come è stata giocata, che davvero valeva l'accesso in Champions League, al punto che a metà partita mi sono detto che la meriterebbero entrambi. Ma alla fine ci va solo una, quindi complimenti all'Inter.

Un malpensante avrebbe invece detto "quindi complimenti all'Inter di Stefan De Vrij". Come tutti sanno, il classe '92, centrale della Lazio, va in scadenza di contratto, e da tempo ormai si è accordato con l'Inter. Ritrovarsi a difendere un 4° posto, quello della Lazio, che di fatto estrometterebbe lui e la sua futura squadra dalla Champions League."Ma dove vuoi arrivare, Andrea?".

Ma Stefan De Vrij avrebbe dovuto giocare?

È semplice, per me Stefan De Vrij non doveva giocare e vi spiego perchè. Ieri la gara del centrale olandese è stata ottima, a parte qualche normalissima sbavatura. Il numero 6 della Lazio ha dimostrato di essere un professionista, nonostante la pressione su di lui fosse enorme. Per me ieri il fallo di De Vrij non ha ombra alcuna, e, di conseguenza, le sue lacrime di fine partita erano vere. Erano vere perchè sa come funziona in Italia ormai. Gioca qui da diversi anni e ha già imparato come funziona bene la nostra cultura, sempre legata a qualsivoglia sospetto.

La partita non è neanche finita e sui social si è scatenato di tutto contro Stefan De Vrij. A parte gli sfottò, che trovo sempre giusti se non sfociano nell'insulto, ho visto tantissime persone parlare negativamente su questo episodio. È una cultura legata sempre al sospetto che ci trasciniamo da anni, che arriva pure per "truccano i sorteggi, palla fredda, palla calda". È spesso la causano i giornalisti che alimentano questo tipo di reazione. Se una squadra vince 5-0, devi deciderti se fa calcio champagne o se l'altra si è scansata, perchè questa teoria dovrebbe valere sempre, non solo se conviene. Se ti lamenti di un giocatore che gioca contro la sua futura squadra, devi dirlo sempre. Oppure, come sarebbe meglio, stare zitto e non fiondarti su tesi complottistiche quantomeno fantasiose.

Forse era meglio non schierare Stefan De Vrij

Ecco perchè non avrei fatto giocare Stefan De Vrij, perchè o fai la prova della vita, ma Beckenbauer non sei, o ti massacreranno anche per un solo passaggio sbagliato. Far giocare Stefan De Vrij vuol dire darlo in pasto ai cani della gogna mediatica, che in Italia colpisce chiunque, anche se poi la verità sia un'altra: siamo un Paese dove prima si condanna e dopo si giudica, ma al momento della sentenza non è rimasto poi nessuno.

Capisco bene Simone Inzaghi, se lo ha fatto giocare avrà avuto i suoi motivi: d'altronde lui vedeva Stefan De Vrij tutti i giorni, non io, però oggi vediamo quello che non avrei voluto vedere. Un rigore causato, come se ne causano mille in area, che di fatto ha dato coraggio e forza all'Inter. Vallo a spiegare a chi tifa contro per antonomasia, a chi raggranella followers fomentando odio e sospetto, a chi l'anno prossimo non giocherà la Champions League. Molti puntavano il dito contro il fatto che è stato ufficializzato troppo presto il passaggio dell'olandese all'Inter: pensate a quanto sarebbe stato sereno annunciarlo oggi, dopo l'assedio di ieri.

Non era una situazione facile, e a volte non giocando rischi di vincerle certe gare. Complimenti all'Inter per averci creduto sempre, alla Lazio per esserci stata dentro fino a 10 minuti dalla fine del campionato, e a Stefan De Vrij per aver tentato di essere più forte della gogna mediatica di questo Paese.


Alessandro Lucarelli, Parma

Alessandro Lucarelli, missione Parma compiuta

Alessandro Lucarelli è il capitano di questo incredibile Parma che, in modo assai rocambolesco, è riuscito a salire in A all'ultimo secondo dell'ultima giornata di Serie B. La vittoria dei gialloblu contro lo Spezia dell'ex Gilardino e il contemporaneo pareggio del Frosinone, in casa col Foggia, ha sancito la matematica promozione dei ducali. I ciociari, con un autentico harakiri, hanno buttato via, all'89' una promozione che sembrava cosa fatta, subendo il definitivo due pari. E così Parma e Frosinone finiscono entrambe a 72 punti, ma gli emiliani, grazie alla classifica avulsa, sono riusciti ad avere la meglio sui frusinati. Incredibile. Nessuna squadra aveva mai fatto dalla D alla A in 3 anni. Ma d'altronde uno scenario simile può vedersi solo in piazze come Parma, in cui, specie negli anni '90, abbiamo visto di tutto e di più.

Zola, Brolin, Asprilia, Dino Baggio, Mussi, Apolloni, Mutu, Benarrivo, Adriano, Crespo, Cassano, Chiesa, Veron, Giovinco, Ortega, Amoroso, Di Vaio, Almeyda, Buffon, Frey, Fabio e Paolo Cannavaro, Nakata, Thuram, Gilardino, Boghossian, Sensini, Taffarel sono solo i primi nomi che mi vengono se penso all'incredibile parco giocatori che ha avuto negli anni il Parma. Ma permettetemi di aggiungere a questa incredibile schiera di nomi anche Alessandro Lucarelli, mister 40 primavere (quasi 41), capitano del Parma.

La storia di Alessandro Lucarelli con il Parma

Alessandro Lucarelli, dopo aver girato diverse piazza come Palermo, Fiorentina e Genoa, è in forza agli emiliani dal 2008. 10 anni in cui il parma non ha avuto molti motivi per sorridere. Dalla retrocessione del 2007/2008 in Serie B alla promozione in Serie A nella stagione 2017/2018. In mezzo un fallimento vergognoso, un'agonia lunghissima e senza senso, che ha mortificato la storia di questo club. Nel 2014 il club, grazie specialmente alle magie di Cassano, è riuscito a volare in Europa League, salvo poi non andarci per problemi finanziari.

Erano i primi scricchiolii, il sentore di quello che stava avvenendo: una stagione disastrosa, la 2014/2015, per colpa di personaggi che mi guardo bene dal menzionarli e dal far loro pubblicità. Il Parma fallisce e va dritto in Serie D. Il Parma riparte da Nevio Scala come presidente, Luigi Apolloni come allenatore, Lorenzo Minotti come responsabile dell'area tecnica e Fausto Pizzi responsabile del settore giovanile. In campo Alessandro Lucarelli, su tutti.

Il Parma girovaga per i campetti di periferia del girone D e vince comodamente il torneo, risultando l'unica squadra, dalla A alla D, a non aver mai perso. Anche in Lega Pro, la stagione successiva, il Parma riesce ad imporsi, ma passando dai playoff. Saranno i gol del bomber Emanuele Calaiò, oltre alla sagacia difensiva di Capitan Lucarelli, a proiettare i ducali nel difficile campionato cadetto. Quella appena conclusa, la stagione 2017/18, vede il Parma lottare sanguinosamente con compagini di livello.

Salire in A non era facile, specie se ti confronti contro realtà come Frosinone, Palermo, Venezia, che hanno tutto per salire nella massima Serie A. Ma i ragazzi di mister Roberto D'Aversa ce l'hanno fatta. I gol di Calaiò e Ceravolo, le giocate di Baraye e Di Gaudio, le scorribande di Ciciretti e Barilla, sono state fondamentali per la risalita parmense, ma è stato, ancora una volta, Alessandro Lucarelli a comandare la difesa. Guarda caso, ma non è un caso, il Parma ha avuto la miglior difesa dell'intero torneo.

Adesso Capitan Alessandro Lucarelli può anche smettere

Con 331 gare e 20 reti, Alessandro Lucarelli può lasciare il Parma e, naturalmente, il calcio giocato. Potrà seguire le vicende della sua squadra del cuore da bordocampo, dopo essere riuscito nell'impresa di riportarlo nel posto dove gli spetta. Potrà seguire i progressi del figlio Matteo, che gioca nell'under 17 del Parma. Può seguire i playoff del fratello Cristiano, allenatore del Catania, cercando di dargli magari qualche consiglio su come si vincono i playoff di Lega Pro.

Può, Alessandro Lucarelli, ribadire all'intero mondo del calcio che certa gente può affondare mille volte un ambiente calcistico importante come quello di Parma, ma sarà naturale poi rivederlo mille e una volta ristabilirsi nell'habitat che gli compete: gli Alessandro Lucarelli esistono per questo.


David Ginola

Mi ricordo di David Ginola

David Ginola appartiene a due schiere di calciatori. Una è senz'altro quella dei calciatori belli e dannati, con tanto di genio e sregolatezza al seguito. A dire il vero i suoi eccessi non erano comunque deleteri, ma il buon David si districava molto bene tra un letto all'altro, viste le sue infinite fiamme in tema amoroso. L'altra schiera a cui può senz'altro appartenere David Ginola è quella dei giocatori talentuosi degli anni '90 che hanno avuto la sfortuna di avere una carriera proprio negli anni '90, periodo in cui il calcio era una reale fucina di talenti e di conseguenza tanti giocatori hanno avuto molto meno spazio di quello che meritavano. Fu così anche per Ginola, classe '67, nato tra i miti assoluti di Cantona e Zidane, punti fermi della storia del calcio francese.

David Ginola era un trequartista che amava spaziare a tutto campo: la sua azione offensiva poteva avere luogo a sinistra, al centro o a destra. Non potevi saperlo. Palla al piede era inarrestabile, non tanto per la sua velocità, quanto per la sua capacità di mantenere il pallone incollato al piede anche nei dribbling più efferati. All'occorrenza giocava anche come seconda punta, motivo per cui i gol furono circa un centinaio per il giocatore che incantò Francia e (soprattutto) Inghilterra.

I successi con il Paris Saint Germain e il dramma Nazionale

Prima di approdare al Paris Saint Germain nel 1992, il talentuoso ragazzo di Gassin, ha peregrinato in squadre minori come Tolone,  RC Paris e Brest. Fu in quest'ultima formazione che Ginola si mise in mostra al punto da essere tesserato dalla prima squadra della capitale. Badate bene, non è il Paris Saint Germain odierno, ricchissimo e pieno di stelle, anzi era una squadra che da anni non navigava in posizioni di vertice. Malgrado ciò Ginola portò a casa ben 4 trofei con i parigini in 3 stagioni. Per ben due volte vinse la Coppa di Francia, nel 1993 e nel 1995, intervallati dalla vittoria nel campionato 1993/94. Nel 1993 è stato eletto pure miglior giocatore francese della Ligue 1. David Ginola chiuderà la sua esperienza transalpina con 112 gare disputate e 33 reti. Ma il suo addio fu burrascoso.

Il 17 novembre 1993, al Parco dei Principi di Parigi va in scena lo spareggio Francia - Bulgaria. Ai francesi andrebbe bene anche un pareggio. All'89esimo minuto il risultato è di 1 a 1, con gol di Cantona e Kostadinov. Ultimi sgoccioli di una gara che sembrava chiusa. Ginola ha la palla nella metà campo bulgara. Anzichè temporeggiare, portarsi sulla bandierina, il trequartista del PSG appronta un cross in mezzo, nella deserta area bulgara. I biancoverdi così possono ripartire, mentre il cronista diceva "Perchè Ginola non ha guadagnato tempo?".

Leggi anche "Mi ricordo di Ivan Zamorano"

David Ginola, Francia - Bulgaria
David Ginola, Francia - Bulgaria

D'altronde da uno che è molto abile con dribbling e giochetti, ti aspetti che al 90' faccia impazzire i difensori impazienti. E invece no. L'azione si ribalta, la palla arriva al limite dell'area al solito Kostadinov che insacca alle spalle di Lama. Parigi è ammutolita. È festa bulgara, la Francia è fuori da USA '94, ed ha trovato il suo colpevole: David Ginola.

Il post gara è drammatico. Le lacrime di Ginola non addolciranno la stampa e i tifosi francesi nei suoi confronti. Anzi, sarà anche il CT francese, Gerard Houllier a rincarare la dose:

Sa giocare a calcio, peccato abbia il cervello di un bambino dell’asilo”

La rinascita di David Ginola in Inghilterra

Ginola farà altre due gare con la maglia blues e a 28 anni chiuderà, con 17 gare e 3 gol, la sua esperienza in nazionale, precludendosi la possibilità di diventare Campione del Mondo 3 anni dopo. E dire che successivamente, quando David sbarcherà in Inghiltera, farà vedere le cose migliori. Esattamente, non poteva più rimanere in Francia, lo avrebbero massacrato. Ecco quindi servito il trasferimento al Newcastle. Via da Parigi, via dalla Francia, nella città più a nord dell'Inghilterra. Molti diranno che la Premier League non sarà un campionato adatto a lui. Ma non avevano fatto i conti con la voglia di riscatto del bello di Gassin.

David Ginola giocherà due stagione con i Magpies, centrando due clamorosi secondi posto. Tutto questo grazie al suo estro, abbinato a quello di giocatori come Alan Sherear e Les Ferdinand, autentici leader di quel Newcastle allenato da Keegan. Viste le sue prestazioni maiuscole viene contattato da Johan Cruijff, che lo voleva nel suo Barcellona, ma Keegan fece di tutto nel trattenerlo. Tuttavia, un anno dopo emigrò a Londra, al Tottenham, dove disputerà tre grandi stagioni, con oltre 20 reti al seguito. Il suo rendimento lo porterà ad essere eletto il giocatore più forte in assoluto della Premier League nel 1999. Roba non da poco se ci si ricorda che squadre fossero in quegl'anni Manchester United, Arsenal e Liverpool su tutte. Essere eletto il migliore di tutti dai colleghi è la risposta più bella che David Ginola diede a chi lo definì inadatto al calcio inglese o, peggio ancora, un giocatore bello ma fine a se stesso.

Il ritiro nel silenzio di David Ginola

Concluderà la carriera con un climax discendente, disputando tre stagioni tra Aston Villa ed Everton e con l'eterna consapevolezza di essere stato tra i giocatori più apprezzati dell'intera storia della Premier League. Avrà sempre il rimpianto di non aver fatto parte di quella Nazionale francese che tra 1998 e 2000 vinse tutto. Probabilmente sarebbe stato oscurato dall'exploit di Zinedine Zidane, ma non avremo mai la controprova per saperlo. Oggi David Ginola è fuori dal calcio, e si gode la moglie e i suoi due figli. Il 19 maggio 2016 David Ginola fu colto da un infarto, mentre giocava a golf. Fu salvato grazie all'impianto di un quadruplo bypass, viste le preoccupanti condizioni coronarie. Per una volta si è dovuto preoccupare del suo cuore e non di quello degli altri, che faceva battere tra una serpentina e il suo ciuffo affascinante.


Diego Pablo Simeone, Cholo, Cholismo, Atletico Madrid

La mia lectio magistralis sul Cholismo

Seduto comodamente sul mio divano, ieri sera ero ben contento di guardare uno dei momenti calcistici tra quelli che maggiormente preferisco: la finale di Europa League. Una competizione che racchiude, davvero, a differenza della viziatissima sorella Champions League, lo spirito della geografia sportiva. Non a caso ai quarti di finale si sono presentate 8 squadre di 8 Paesi diversi. Diciamo che c'è sempre spazio per le favole (Ostersund su tutti) e per le delusioni. Solo che è accaduto, alla fine, quello che accade sempre più spesso: vince una spagnola. Dal 2000 ad oggi 29 coppe sono state vinte dalle spagnole contro le 26 vinte dal resto d'Europa. Un dominio, incontrastato, di cui avevo già parlato proprio un mesetto fa all'incirca.

Mi aspettavo una gara diversa, per un attimo ho dimenticato l'inesperienza di una squadra offensiva come il Marsiglia e ho dimenticato come fosse persistente, tenace e volitivo l'Atletico Madrid. Una squadra plasmata ad immagine e somiglianza del suo allenatore, Diego Pablo Simeone, detto "el Cholo", portatore sano del cholismo. In un'epoca in cui si abusa di neologismi, qui mi sento di poter attribuire all'ex calciatore di Inter e Lazio una teoria calcistica tutta sua. Il Cholo ha vinto in meno di 7 anni ben 6 trofei, di cui uno Scudetto (che contro Real Madrid e Barcellona è roba da matti) 3 internazionali (due Europa League e una Supercoppa Europea). Senza tralasciare le due finali di Champions League, perse per un soffio, contro i cugini mai amati del Real. Ma cosa è il cholismo?

La definizione di cholismo

Il Cholismo  è un movimento sviluppatosi nell’area di confine tra Messico e Stati Uniti, tra gli anni 70 e 80, che aveva come scopo l'affermazione delle origini messicane da parte dei giovani del luogo che erano succubi degli ideali razzisti dei bianchi americani». Una sorta di ribellione, una sorta di povero contro ricco, di Davide contro Golia. Capite bene che l'Atletico Madrid, rapportato a questo contesto, rappresenta il riscatto da parte di chi non è tra i favoriti solo perchè non è ricco. E quindi come gioca l'Atletico Madrid?

Partiamo dal presupposto che non parliamo di bel calcio, quello scintillante, fine a sè stesso: qui servono i tre punti e basta. Quindi va bene la spazzata, va bene il catenaccio, ma non si disdegna la qualità: d'altronde non passano per caso gente come Griezmann, promesso sposo ormai del Barcellona. Marca, quotidiano sportivo spagnolo, poco tempo fa ha redatto alcuni fattori imprescindibili del Cholismo.

Lavoro, aggressività, pressing, cautela, contropiede, ripiegamento

Centro di tutto è il lavoro: senza sacrificio, disponibilità e determinazione non si va da nessuna parte. Sono dei concetti che vanno seminati e curati ogni giorno. Poi abbiamo l'aggressività, ovvero lo spirito combattivo di Simeone dentro il gioco dei suoi 11 che scendono in campo: il pallone va sempre cercato e, se perso, riconquistato. Il pressing è uno dei capisaldi di Simeone: parte il capitano Gabi e tutti via a seguirlo, razionalmente ovviamente: notate infatti quando l'Atletico è senza palla come si dispongono i giocatori, formando quasi un triangolo difensivo.

Marca inoltre parla di cautela: la zona centrale in cui vi è la propria porta è uno scrigno inviolabile, e per farlo bisogna limitare le caratteristiche individuali dell'avversario, portandolo a giocare sul piede debole. Il contropiede è un'altra arma fondamentale dei colchoneros: un italianissimo"attacchiamo difendendo", cosa che riesce bene anche per via di diversi giocatori tecnici e guizzanti tra le fila madrilene. Ma quando sono gli altri a fare il contropiede? Ecco che si parla di ripiegamento. La linea difensiva, orchestrata alla grande da Godin, non si scompone mai. Mai. Basta vedere come corrono all'indietro per proteggersi, senza andare in confusione.

Concentrazione, intensità, immaginazione. fede

Inoltre gli errori non vengono concepiti. Sono dei veri e propri difetti da smussare: il singolo passaggio non va sbagliato mai, ecco perchè si parla molto di concentrazione. Ecco perchè siamo in presenza di passaggi brevi e semplici: quasi mai vedremo nell'Atletico Madrid cambi di gioco clamorosi. Impossibile, quando si parla di Cholismo,  non parlare di intensità. Forse è il punto cardine per eccellenza del tecnico argentino, che impersona al meglio il concetto argentino di garra.

Ma non abbiamo solo corsa, grinta e pedalare. Come dicevo, anche la tecnica chiede il suo spazio. Ed è tramite l'immaginazione, che va allenata, che una squadra può venir fuori al meglio da qualunque situazione. L'ultimo concetto stilato da Marca prescinde praticamente dall'aspetto tecnico tattico. Il Cholismo è fede: crederci, sempre, come una fede verso le proprie capacità e quelle del compagno.

I successi mai casuali di Simeone

Dinanzi a questo decalogo risulta quasi normale che l'Atletico Madrid vinca una finale di Europa League per 3-0, contro un avversario che aveva disputato una gran bella competizione, ma che non ha la stessa organizzazione degli spagnoli. D'altronde gli erroracci di Germain e Zambo Anguissa pesano parecchio, e contro squadre avare come l'Atletico Madrid è un harakiri fare sbagli simili. Da sottolineare come l'Atletico Madrid sia perennemente fuori dalla Top10 delle squadre che hanno i maggiori fatturati, ma sostituisce la possibilità economica con la competenza e il lavoro.

Solo una grande squadra trasforma in pochissimo tempo la delusione della mancata qualificazione agli ottavi di Champions League ad un trionfo senza storie. L'Atletico Madrid è un fenomeno scientifico da studiare, soprattutto da noi in Italia che, purtroppo, in fondo all'Europa League non ci arriviamo mai, spesso per scelta. Magari per tornare a conquistarla abbiamo bisogno che Simeone torni in Italia a spiegarci come si fa.


Roberto Mancini, Italia

Era di Roberto Mancini che avevamo bisogno?

La FIGC ieri, in data 14 maggio 2018, ha ufficializzato il suo nuovo commissario tecnico: si tratta di Roberto Mancini. Il tecnico di Jesi, ex Lazio ed Inter, ha rescisso di recente con i russi dello Zenit San Pietroburgo per potersi accordare con la Federazione Italiana, e lasciare un segno da allenatore  azzurro, visto che da calciatore non è riuscito a dare il suo contributo, per svariati motivi. Sono passati 6 mesi da quella clamorosa debacle di San Siro, forse la serata più nera della nostra storia azzurra. Abbiamo tutti gridato a gran voce rifondazione, a partire dal nome del ct. "Basta più i Ventura: servono nomi di spicco", questo dice, in sintesi, il popolo. E Roberto Mancini è un nome di spicco? Vedo tanti pareri discordanti: provo a canalizzare i pro e i contro della scelta del Mancio come CT.

Cosa va di Roberto Mancini

In un periodo in cui la maglia azzurra ha perso quello spasmodico appeal "pur di andare in Nazionale mi taglierei una gamba!", il gesto di Roberto Mancini va assolutamente in controtendenza. Passare dai 4,5 mln annui dello Zenit San Pietroburgo, ai 2 mln annui che percepirà con l'Italia, in uno dei momenti più delicati della storia azzurra, non è cosa che avrebbero fatto tutti. Arrivare ad Ancelotti, che percepisce, ancora dal Bayern, milioni a due cifre, è impossibile. Arrivare a Conte (o stuzzicare Allegri), che guadagnano 4/5 volte tanto sembra altrettanto impensabile. Inoltre Mancini si farà quasi sicuramente affiancare da Andrea Pirlo: importantissimo fare leva sui tantissimi ex calciatori carismatici che l'Italia ha.

Inoltre Roberto Mancini ha voglia di rivalsa azzurra, visto un apporto, da giocatore, non all'altezza della sua fama: 36 gare e 4 gol. Ha partecipato all'Europeo dell 1988 e ai Mondiali di Italia '90, malgrado non giocò mai in nessuna delle notti magiche. A neanche 29 anni la sua ultima presenza con l'Italia. C'è da dire, a suo favore, che in quel periodo avevamo fior fior di giocatori in attacco. La maglia numero 10 se la potevano contendere lui, Baggio, Zola e un giovanissimo Del Piero.

Talento che però non sembra abbondare oggi: si ripartirà senz'altro da Bernardeschi, Insigne e Chiesa, in quanto ad estro, sperando che Verratti faccia un definitivo salto di qualità, e che Donnarumma stia solo attraversando un momento no. Normale aggrapparsi anche a qualcuno che non ha più una carta d'identità verdissima, ma tanta esperienza da dare. Logicamente Chiellini (o Bonucci) diventerà il capitano di questa Italia, visto che i campioni del mondo Buffon, Barzagli e De Rossi non continueranno, anche se sul romanista c'è qualche dubbio sul suo ritiro. L'attacco, invece, merita un discorso a parte. L'Italia segna pochissimo: Immobile e Belotti segnano solo dentro i confini italici e, di questo passo, si rischia di bruciare Cutrone se gli si attribuiscono tante aspettative. La chiamata di questo Balotelli (26 gol in 37 gare) è una scelta logica: alla fine deciderà il campo, questo si, ma almeno Mancini ha già sconfitto i pregiudizi.

Cosa non va in Roberto Mancini

La scelta di Roberto Mancini ha lasciato comunque degli strascichi. per 6 mesi i tifosi italiani, inviperiti dalla gestione Ventura, desideravano un nome solo: Carlo Ancelotti. In alternativa Antonio Conte, l'ultimo ad aver mostrato un'Italia combattiva e mai doma. Il resto era considerato una scelta secondaria, un po' come quella che portò Giampiero Ventura CT dell'Italia.

Mancini di sicuro ha allenato squadre importanti, Inter e Manchester City su tutti. Ha inoltre esperienze estere tra Turchia e Russia, ma gli si imputa il fatto di aver vinto troppo poco, specie in campo europeo, malgrado diverse volte è stato in grado di potersi scegliere i giocatori, visto le possibilità economiche dei club allenati. Dopo lo scudetto vinto all'ultimo secondo con il City nel 2012, Roberto Mancini è un po' uscito di scena dai radar delle panchine top, ed è questo che preoccupa il tifoso medio: non si sta prendendo un allenatore nel suo momento di ascesa.

Io credo che cambia poco il nome del nuovo allenatore. O meglio, puo' di certo fare la differenza (basti vedere come giocava l'Italia di Conte e quella di Ventura, malgrado fosse praticamente la stessa), però, dopo esser sprofondati così, è solo un progetto serio, determinato e scevro da ingerenze politiche, che può permettere ad un movimento di risalire la china. Un po' come la Germania che è diventata esempio mondiale per centri federali e investimenti nel calcio giovanile, senza che i club siano d'ostacolo, bensì d'aiuto. Inutile fare processi e valutazioni, per una volta voglio solo tifare e tiferò per la mia Italia, e quindi anche per Roberto Mancini. Tifo per lui affinché lo scempio a cui assisterò in giugno, ovvero una manifestazione senza l'Italia che sa tanto di attesa di un pugno nello stomaco, non accada mai più.


Red Bull Salisburgo

Dentro il mondo del Red Bull Salisburgo

Al 60' di Salisburgo - Lazio, con il risultato sull'1-1 (3-5 per i laziali se consideriamo l'andata), Simone Inzaghi era un uomo ad un passo dalla qualificazione. Ma ho capito, non so perchè, che quella gara la Lazio non l'avrebbe superata uscendone indenne. C'era qualcosa di mistico nel gioco degli austriaci. Attenzione, nulla di trascendentale, ma semplicemente autodeterminazione trasmessa dagli spalti della Red Bull Arena di Salisburgo. Pur conoscendo la storia del Salisburgo, ieri sera ho avuto la prova provata di come quel sorpasso, poi avvenuto, è tutt'altro che figlio del caso. La Lazio, col suo crollo, ci ha messo tanto, tantissimo del suo. Ma un attento osservatore è riuscito a capire come il Salisburgo ha un mondo, dentro sè, tutto da scoprire.

Nel 2005 la vecchia Austria Salisburgo diventa Red Bull Salisburgo: il produttore della bevanda energetica più famosa al mondo, l'austriaco Dietrich Mateschitz decide di investire pure nel calcio, dopo i successi in Formula 1 e nell'hockey sul ghiaccio. E non si fermerà solo agli austriaci, coinvolgendo pure la città di Lipsia, formando l'RB Lipsia, con risultati clamorosi.

Il Salisburgo, più forte delle perplessità

Le criticità del progetto Salisburgo sono rappresentate dalla doppia posizione che mantiene Mateschitz, che detiene la proprietà di RB Lipsia e RB Salisburgo. Questo non è molto apprezzato dai tifosi che temono, soprattutto gli austriaci, un maggiore interesse per l'altra squadra della proprietà. Fa discutere infatti che è già capitato che dei giocatori del Salisburgo fossero passati ai tedeschi del Lipsia: ben 11, tra cui Naby Keita fra tutti. La UEFA vieta un possibile incontro in competizioni ufficiali tra due club che hanno la stessa presidenza, ma il magnate austriaco si è prodigato a sostenere come il Salisburgo ha solo una normale sponsorizzazione di Red Bull.

Stride un po' a dire il vero, ma l'uscità dall'Europa League dell'RB Lipsia ha fatto fare un respiro di sollievo a molti. Gli ultras storici del vecchio Austria Salisburgo, inoltre, non si vedono identificati nell'RB Salisburgo, ragion per cui è stato fondato, anni fa, l'SV Salisburgo, che oggi milita in terza serie. Fra l'altro la storica maglia bianco lilla resterà all'SV, mentre il RB passerà ad una casacca bianco rossa

L'inizio del successo del Salisburgo

Dal 2005 ad oggi il Salisburgo ha vinto 8 scudetti, superando rivali storiche come Sturm Graz o le due squadre di Vienna, l'Austria e il Rapid. In questi anni sulla panchina austriaca passa pure un certo Giovanni Trapattoni, con Lothar Matthäus a fare da vice. Sebbene la svolta arriva con il duo Rangnick - Schmidt.

Dopo la sconfitta ai preliminari di Champions League nel 2012, contro gli sconosciuti campioni del Lussemburgo, il RB Salisburgo, riparte davvero da zero. In panchina c'è Schmidt (che farà faville al punto da esser chiamato a guidare il Bayer Leverkusen), in Germania, mentre negli scranni della dirigenza austriaca capeggia Ralf Ragnick, ex calciatore tedesco, che, contribuì a portare l'Hoffenheim dalla terza divisione alla Bundesliga.

Ragnick, insieme al tecnico, imposterà la vera filosofia, che abbiamo visto anche ieri, del Salisburgo: pressing offensivo che costringe gli avversari a giocare senza pensare il più delle volte. Il possesso palla degli austriaco parte molto lentamente, aumentando la velocità d'esecuzione man mano che si avanza verso la porta avversaria. Ma sarà il nuovo allenatore, proveniente dalle giovanili, a imprimere maggiore funzionalità nel gioco del Salisburgo. Ecco chi è Marco Rose.

Marco Rose, la sua mano su questo Salisburgo

Proprio perchè il Salisburgo voleva conservare la sua mentalità homemade ha puntato su un tecnico di casa, il classe '76 Marco Rose, di Lipsia. In 140 gare di giovanili col Salisburgo ha perso solo 7 gare. Ma la sua perla è stata la vittoria della Youth League lo scorso anno, con il Salisburgo U19, battendo tutte le corazzate europee. Questa è la sua prima stagione e i suoi risultati sono sotto gli occhi di tutti: primo nella Bundesliga austriaca, dentro alle semifinali di Coppa d'Austria ed Europa League. Il gioco di Rose richiede un gran lavoro dei terzini e degli interni di centrocampo,m in fase di possesso. Si vede spesso infatti un gioco diagonale quando gli austriaci costruiscono l'azione. Inoltre gli uomini di attacco sono tutti prettamente mobili, donando all'azione offensiva una certa coralità e imprevedibilità. Questa squadra ha finora perso solo una gara in campionato, ad inizio stagione, e l'andata contro la Lazio, in Europa League.

Il Salisburgo non gioca per subire un gol in meno, ma per farne uno in più. Ecco spiegato il senso di un 4-3-1-2, che da spazio a molti interpreti quando si è nella fase offensiva. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre solo a Rose questo exploit: dietro c'è un lavoro importante ed eccellente in termini di scouting. Da qui passò anche un giovanissimo Sadio Manè. Tuttavia fa impressione come lo staff di Rose sia giovanissimo: alcuni collaboratori hanno solo 25 anni, come il suo assistente Renè Maric, ingaggiato dopo che Rose ha letto un articolo, scritto da Maric su Spielverlagerung, sulla squadra Under 18 dello stesso Rose. CI mancava che dietro una squadra simile non si celassero simili favole.

Tutti pazzi per i gioielli del Red Bull Salisburgo

Il Salisburgo ha gli occhi puntati da mezza Europa sui suoi giocatori, che non sono più delle sorprese. A partire dal classe '93 Valon Berisha, centrocampista centrale e leader degli austriaci. GIocatore di quantità e qualità, inoltre è il primo storico marcatore per la nazionale del Kosovo. Da segnalare la mezzala, di soli 20 anni, Amadou Haidara, ieri in gol dalla distanza contro la Lazio, nativo del Mali. Inoltre PSG, Marsiglia e Borussia Dortmund sarebbero sulle tracce del regista Semassekou, così come lo stesso Schlager ha parecchie richieste. Ma è la coppia d'attacco che attira moltissimo: l'israeliano Dabbur e il sudcoreano Hwang Hee-Chan rappresentano le vere stelle di una squadra che non vuole smettere di stupire. Da notare come, a parte Walker e Ulmer, tutta la squadra ha al massimo 26 anni.

Adesso per il Salisburgo c'è il Marsiglia, altra squadra che gioca benissimo in questa Europa League, guidata da Rudi Garcia. Sarà uno scontro a ritmi altissimi, con gli austriaci pronti a vendicare i cugini del Lipsia, usciti fuori dalla competizione proprio per mano dei francesi. Ma comunque andrà, sono certo che sentiremo parlare parecchio di Rose, dei suoi giocatori e del progetto del Salisburgo. E magari l'anno prossimo se ne accorgerà pure chi preferisce seguire solo la Champions League e si stupirà di questa banda quasi perfetta.


Roma, Barcellona, Champions League

Scusiamoci con la Roma e con il calcio

La vittoria clamorosa della Roma per 3 a 0 contro il Barcellona è valsa un'insperata qualificazione alle semifinali di Champions League dopo 34 anni di assenza. Un'impresa storica. Solo il Deportivo, contro il Milan, e lo scorso anno lo stesso Barcellona, contro il PSG, erano state le sole a rimontare da un passivo di 3 gol dell'andata nella storia della Champions  League. Anche lì, il dominio spagnolo è stato interrotto con la tenacia italiana. Merito di una prestazione giallorossa sopra le righe. Così sopra le righe che sono riusciti a far fare figure barbine a chi racconta il calcio tutti i giorni. E proprio ogni giorno si rischia di dimenticare quanto il calcio non è proprio scienza esatta. È pur sempre una palla che rotola su un campo, insieme ad altre decine di fattori importanti.

Io stesso avevo, su un articolo per Nostradamusbet, avevo messo in dubbio non tanto l'impresa dei giallorossi, quanto la competitività di una competizione che portava ad avere dei quarti di finali, all'apparenza, già decisi dopo 90 minuti. D'altronde, come detto prima, solo due squadre nella storia avevano rimontato un passivo di 3 gol. Ma questi errori di valutazione, che capitano normalmente nel corso di una carriera in cui si parla di calcio (altrimenti punterei a fare l'oracolo), sono i migliori errori che puoi fare, in quanto sono felicissimo di essere stato sburgiardato da una grandissima Roma.

L'impresa della Roma è oro colato per il calcio italiano

La gara di ieri non è stata solo Roma contro Barcellona, ma è finita per essere la solita Italia contro Spagna. Certo, l'impresa è tutta Made by Roma, ma la soddisfazione di tutti gli italiani (giuro che ho letto pure tweet di complimenti dai laziali, bravi) è stata qualcosa che ingigantisce i contorni di questa impresa. Mentre tutta Italia esultava al triplice fischio, e vedevo tutta la felicità sciorinata in tv e sul web, mi è tornata per un attimo la malinconia, poichè non potremo vedere scene simili a giugno per i Mondiali in Russia, visto che non ci saremo. Quindi, Roma, grazie due volte.

Anzi, grazie tre volte, perchè, come scritto qui, non se ne poteva più di un dominio spagnolo nei nostri confronti. Di certo una rondine non fa primavera, tant'è che quest'anno contro le spagnole in Champions avevamo fatto male. Un solo gol, quello di Dzeko all'andata e 12 gol subiti tra Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid. Ovviamente senza vincere e racimolando solo due 0 a 0. Quindi la strada è ancora lunga, ma spesso la via da intraprendere è quella del gioco, della sfrontatezza. Della grinta si, ma anche della concentrazione pura. Quella che ha annichilito il Barcellona di ieri, incapace di rendersi pericoloso davvero. A tal proposito, ho trovato allucinante che una squadra che di deve giocare un match così importante entri in campo alle 20,20 per riscaldarsi. Lì ho capito che, forse, un certo miracolo poteva esser possibile.

Questa è la Roma di Di Francesco

Ma più che demeriti altrui, credo che sia più un merito della scuola italiana dei nostri allenatori. Oggi Eusebio Di Francesco sorriderà tra sé, vedendo quanti stanno salendo sul suo carro, quello del vincitore. Un allenatore che ha dovuto far ripartire un ambiente che non sapeva come comportarsi senza avere Francesco Totti in campo, dopo 24 anni.

Una cosa mi è sempre piaciuta di questo allenatore: il coraggio. Il coraggio di parlare, il coraggio di rispondere, il coraggio di proporre e il coraggio, di ieri, di cambiare. Valverde ha ammesso che si è sentito spiazzato dalle 2 punte e dal modulo. Il 3-5-2 che ha dato finalmente un senso a Schick, che ha dato centralità a De Rossi, che ha dato solidità in difesa. E poi, diciamocelo, proprio perchè il pallone non è una scienza esatta, ci sta che ieri pure il destino ha disegnato in favore dei giallorossi. Oltre al solito bosniaco, a deciderla sono stati i gol proprio di De Rossi e Manolas. Proprio coloro che hanno dovuto soffrire il macigno delle autoreti fatte al Camp Nou la settimana scorsa.

Mi piace pensare che il destino abbia voluto scusarsi con loro.  Proprio come tanti, io compreso, che si sentono oggi in dovere di scusarsi per aver dato per scontato un certo esito, sin dal sorteggio, dando credito ai giornali catalani che definivano, presuntuosamente, un "Bombon" il sorteggio contro i giallorossi, considerati l'anello debole di questi quarti di finale di Champions League. Oggi per Messi e compagni sarà amaro rendersi conto di essersi sbagliati. Ma per me, e per chi racconta il calcio, oggi è bellissimo poter dire "Meno male che non ci ho azzeccato!".