Alessandro Lucarelli, Parma

Alessandro Lucarelli, missione Parma compiuta

Alessandro Lucarelli è il capitano di questo incredibile Parma che, in modo assai rocambolesco, è riuscito a salire in A all'ultimo secondo dell'ultima giornata di Serie B. La vittoria dei gialloblu contro lo Spezia dell'ex Gilardino e il contemporaneo pareggio del Frosinone, in casa col Foggia, ha sancito la matematica promozione dei ducali. I ciociari, con un autentico harakiri, hanno buttato via, all'89' una promozione che sembrava cosa fatta, subendo il definitivo due pari. E così Parma e Frosinone finiscono entrambe a 72 punti, ma gli emiliani, grazie alla classifica avulsa, sono riusciti ad avere la meglio sui frusinati. Incredibile. Nessuna squadra aveva mai fatto dalla D alla A in 3 anni. Ma d'altronde uno scenario simile può vedersi solo in piazze come Parma, in cui, specie negli anni '90, abbiamo visto di tutto e di più.

Zola, Brolin, Asprilia, Dino Baggio, Mussi, Apolloni, Mutu, Benarrivo, Adriano, Crespo, Cassano, Chiesa, Veron, Giovinco, Ortega, Amoroso, Di Vaio, Almeyda, Buffon, Frey, Fabio e Paolo Cannavaro, Nakata, Thuram, Gilardino, Boghossian, Sensini, Taffarel sono solo i primi nomi che mi vengono se penso all'incredibile parco giocatori che ha avuto negli anni il Parma. Ma permettetemi di aggiungere a questa incredibile schiera di nomi anche Alessandro Lucarelli, mister 40 primavere (quasi 41), capitano del Parma.

La storia di Alessandro Lucarelli con il Parma

Alessandro Lucarelli, dopo aver girato diverse piazza come Palermo, Fiorentina e Genoa, è in forza agli emiliani dal 2008. 10 anni in cui il parma non ha avuto molti motivi per sorridere. Dalla retrocessione del 2007/2008 in Serie B alla promozione in Serie A nella stagione 2017/2018. In mezzo un fallimento vergognoso, un'agonia lunghissima e senza senso, che ha mortificato la storia di questo club. Nel 2014 il club, grazie specialmente alle magie di Cassano, è riuscito a volare in Europa League, salvo poi non andarci per problemi finanziari.

Erano i primi scricchiolii, il sentore di quello che stava avvenendo: una stagione disastrosa, la 2014/2015, per colpa di personaggi che mi guardo bene dal menzionarli e dal far loro pubblicità. Il Parma fallisce e va dritto in Serie D. Il Parma riparte da Nevio Scala come presidente, Luigi Apolloni come allenatore, Lorenzo Minotti come responsabile dell'area tecnica e Fausto Pizzi responsabile del settore giovanile. In campo Alessandro Lucarelli, su tutti.

Il Parma girovaga per i campetti di periferia del girone D e vince comodamente il torneo, risultando l'unica squadra, dalla A alla D, a non aver mai perso. Anche in Lega Pro, la stagione successiva, il Parma riesce ad imporsi, ma passando dai playoff. Saranno i gol del bomber Emanuele Calaiò, oltre alla sagacia difensiva di Capitan Lucarelli, a proiettare i ducali nel difficile campionato cadetto. Quella appena conclusa, la stagione 2017/18, vede il Parma lottare sanguinosamente con compagini di livello.

Salire in A non era facile, specie se ti confronti contro realtà come Frosinone, Palermo, Venezia, che hanno tutto per salire nella massima Serie A. Ma i ragazzi di mister Roberto D'Aversa ce l'hanno fatta. I gol di Calaiò e Ceravolo, le giocate di Baraye e Di Gaudio, le scorribande di Ciciretti e Barilla, sono state fondamentali per la risalita parmense, ma è stato, ancora una volta, Alessandro Lucarelli a comandare la difesa. Guarda caso, ma non è un caso, il Parma ha avuto la miglior difesa dell'intero torneo.

Adesso Capitan Alessandro Lucarelli può anche smettere

Con 331 gare e 20 reti, Alessandro Lucarelli può lasciare il Parma e, naturalmente, il calcio giocato. Potrà seguire le vicende della sua squadra del cuore da bordocampo, dopo essere riuscito nell'impresa di riportarlo nel posto dove gli spetta. Potrà seguire i progressi del figlio Matteo, che gioca nell'under 17 del Parma. Può seguire i playoff del fratello Cristiano, allenatore del Catania, cercando di dargli magari qualche consiglio su come si vincono i playoff di Lega Pro.

Può, Alessandro Lucarelli, ribadire all'intero mondo del calcio che certa gente può affondare mille volte un ambiente calcistico importante come quello di Parma, ma sarà naturale poi rivederlo mille e una volta ristabilirsi nell'habitat che gli compete: gli Alessandro Lucarelli esistono per questo.


Seconde squadre di club

Perchè fare le seconde squadre è giusto

Periodicamente torna il tema delle seconde squadre, ovvero la possibilità per le squadre di A di realizzare delle vere e proprie squadre B. Solo che ultimamente il tema si ripete con maggior frequenza. E direi anche finalmente. Proviamo a capire insieme gli eventuali pro e contro di un'eventuale riforma in tal senso. Capiremo insieme come le seconde squadre di club possano sortire effetti soprattutto benefici.

Iniziamo dal fatto che tutto è da realizzare con l'idea di rendere più competitivi i tornei e di poter far crescere al meglio i giovani talenti. Oltre al fatto che potrebbero esser inseriti anche quei giocatori ai margini della rosa, i quali potrebbero vedere positivamente un impiego nelle seconde squadre anziché sperduti in chissà dove in prestito. Questo va di pari passo con l'idea di ridurre il numero di squadre di A e B. 18 in A, 20 in B. Basti vedere come ultimamente torna in B chi sale in A. E significativo è anche il fatto che a salire in B spesso sono le neopromosse della Serie C. Questo perchè il livello della B è basso e perchè a fare la differenza è anche la mentalità di un gruppo abituato a vincere. Parma, Venezia e Cremonese sono ai vertici della B. Casuale? No.

Le seconde squadre aiuterebbero tantissimo i giovani

L'idea di inserire delle seconde squadre è un'idea perfetta per far crescere i talenti che escono fuori dalla Primavera, anche perchè i tornei primavera sono davvero poco probanti a certi livelli. Quanti giocatori, finite le giovanili, si perdono in una miriade di prestiti inutili e nocivi, lontani dal cuore del club di appartenenza. Fai due prestiti di fila che non vanno bene e il talentino della Primavera si perde. Si perde perchè una squadra non puo' avere 50 giocatori di club e deve darlo via. Magari finisci in un ambiente che non da serenità, oltre a non conoscerlo.

Singolare il caso di Stefano Beltrame, che intervistai, che dopo aver fatto faville nelle giovanili della Juventus, adesso si trova in Olanda (a fare bene), dopo aver fatto meno bene in giro per l'Italia. Sono convinto che lui, come centinaia di giocatori, farebbero bene in eventuali seconde squadre di club, dove possono allenarsi in un luogo familiare, e al contempo fare un campionato formativo (come la B). Sempre stando a contatto coi compagni e ai tecnici della prima squadra.

I giocatori che escono fuori dalle Primavere delle big sono un patrimonio del calcio italiano e andrebbe incentivata una loro crescita sostanziale, senza traumi e strade sbagliate. Guardate Juventus, Inter, Milan, Napoli, Roma e Lazio. Se le unisci non avranno neanche 10 giocatori provenienti dalle rispettive Primavere. Che senso ha allora avere i vivai? Non è un caso che in Germania e Spagna esistono le seconde squadre, mentre in Inghilterra c'è proprio un campionato a parte, dedicato alle riserve. Chiaramente le squadre B non possono mai arrivare nel campionato dove gioca la prima squadra.

Cosa ferma ancora la creazione delle seconde squadre?

Molti storcono il naso perchè ciò toglierebbe posti ad altre realtà e città, che potrebbero giocare al posto delle seconde squadre. Mi chiedo allora che senso ha mantenere una B e una C del genere, dove ogni anno diverse squadre spariscono o conducono campionati farsa. Basti vedere i recenti casi di Pisa, Latina, Vibonese. Solo per citare quelli principali. E magari le altre, quelle che stanno bene, sono infarciti di giocatori primavera delle squadre di A, le quali pagano indennizzi se queste squadre (autentiche squadre satelliti) fanno giocare i loro calciatori in prestito. Questo è bello? No.

Per questo l'idea delle seconde squadre è la scelta più naturale e trasparente che possa esserci. Piaccia o meno. Ed è il modo migliore per far fuoriuscire il talento a tanti ragazzi, prima che si perdano.


Maurizio Sarri, Napoli

Quello che non sai di Maurizio Sarri

La Serie A ha la sua capolista solitaria, ed è il Napoli di Maurizio Sarri. Una squadra che gioca un gran bel calcio, plasmata ad immagine e somiglianza del tecnico toscano. A volte si rimprovera a Maurizio Sarri che le sue squadre hanno un calo in primavera: sono proprio curioso come questo super Napoli si comporterà nei prossimi mesi. Di certo mai come questa stagione il Napoli puo' essere vicino a vincere il titolo. Ma aspettiamo, e nel frattempo approfondiamo il personaggio Maurizio Sarri.

Maurizio Sarri è tifoso del Napoli, in quando visse i primi tre anni di vita a Bagnoli. Solo dopo si trasferì a Faella, in provincia di Arezzo. Figlio di Amerigo e Caterina, dal primo ne trasse la passione sportiva, in quanto il padre, che lavorava nell'edilizia, vinse 37 corse ciclistiche per dilettanti, per poi fare un paio di stagioni tra i professionisti. Inizio simile a quello avuto dal tecnico del Napoli, solo che Maurizio Sarri tra i professionisti ci sta restando fra i grandi. Ma è la gavetta fatta che lo rende diverso.

Maurizio Sarri, da calciatore ad allenatore, passando per il lavoro in banca

Da calciatore era difensore arcigno, soprannominato il Secco, fece provini per Torino e Fiorentina, non andati bene. Poi vi fu il Montevarchi, all'epoca ad un passo dai pro, che voleva Maurizio Sarri, ma la Figlinese,la sua squadra, sparò la cifra di 50 milioni di lire e non se ne fece più nulla. Quindi anni passati a giocare a calcio in categorie locali, Maurizio Sarri esordisce in panchina in Seconda Categoria, nello Stia, nel 1990. La sera allenava, di giorno lavorava in banca. Si occupava di grandi transazioni. Ha lavorato a Firenze, in Inghilterra, Germania, Svizzera e Lussemburgo. Più volte ribadirà come il lavoro bancario lo ha aiutato a sviluppargli uno spiccato senso organizzativo e decisionale.

Maurizio Sarri, ai tempi dello Stia (fonte gianlucadimarzio.com)

Smise nel 1999, mentre allenava il Tegoleto, dopo aver allenato Faellese, Cavriglia, Antella e Valdema. Tutti team di Prima Categoria, Promozione ed Eccellenza. Nel 2000 approdò al Sansovino, squadra che portò dall'Eccellenza alla C2 in tre anni, ottenendo due promozioni e una Coppa Italia di Serie D. L'anno dopo lo prese la Sangiovannese, ottenendo una speciale deroga per allenare tra i professionisti. Solo nel 2006 conseguirà il diploma a Coverciano per allenare.

Comincia ad allenare con assiduità tra C e B, tra cui Pescara, Arezzo, Avellino, Verona, Perugia, Grosseto, Alessandria e Sorrento. Ma sarà con l'Empoli che avrà la sua svolta. Lo allena dal 2012 al 2015, passando dagli ultimi posti della B ad un gran campionato, nel 2014/2015, in Serie A, diventando la rivelazione della massima serie, in cui esordì a 55 anni. Da lì la chiamata del Napoli, di cui sappiamo tutto. Ma cosa c'è dietro il personaggio Maurizio Sarri? Come si diventa Maurizio Sarri?

Quanta scaramanzia negli aneddoti su Maurizio Sarri

Le già citate esperienze nei campionati minori e l'esperienza bancaria ha influito, ma una componente non indifferente del tecnico toscano è di certo la scaramanzia. I colori sono importanti: quando un giocatore aveva le scarpe bianche lui gliele faceva tingere di nero. Lo stesso colore di cui si veste in panchina, poiché era un colore che gli porta bene. Ovviamente rigorosamente in tuta. Decisamente umoristico un aneddoto raccontato da un suo ex calciatore del Craviglia: "Un giorno eravamo tutti pronti per iniziare l’allenamento ma Sarri non arrivava. Allora aspettammo, aspettammo, aspettammo e alla fine decidemmo di chiamarlo. Lui rispose dicendo che era in macchina fermo perché gli aveva attraversato la strada un gatto nero e avrebbe dovuto aspettare per forza che passasse un’altra macchina prima di lui, se no non si sarebbe mosso. Solo che di macchine proprio non ne stavano passando.".

Sarri ai tempi del Sansovino (fonte gianlucadimarzio.com)

Oppure quando allenava l'Antella mangiavano sempre in un ristorante. Quando gli dissero che stesse arrivando un certo Ciucchi, non fece altro che toccare ferro. Addirittura a Faella si portava sempre con sè un nano, perchè diceva che portasse fortuna. Un altro aneddoto durante la sua esperienza a Valdema: "Era impressionante come Maurizio, se notava di aver fatto una strada particolare e magari di aver fumato una sigaretta in un certo punto o parlato con una certa persona, nel caso poi la domenica vinceva, la settimana dopo voleva in tutti i modi ripetere lo stesso percorso e le stesse cose fatte, per filo e per segno.". 

Ma di certo la storia più incredibile su Maurizio Sarri fu quella accaduta al Togoleto: "Una domenica dovevamo giocare lo scontro diretto a Chiusi e noi eravamo secondi a 4 punti da loro. La domenica prima Sarri urtò accidentalmente la macchina di un mio compagno, Marco Fara, con la sua BMW Station wagon grigia e poi vincemmo. Così, la domenica della partita contro il Chiusi, appena arrivò al campo, urtò intenzionalmente la sua vettura nuovamente contro quella del povero Marco Fara! Restammo senza parole, ma alla fine vincemmo 2-0").

Non solo superstizione: tanta preparazione analitica

Ma Maurizio Sarri di certo non si affida solo alla buona sorte. C'è tanta preparazione dietro: tutti i suoi giocatori, dalla Seconda Categoria alla A dicevano com'era incredibile la sua conoscenza analitica dei giocatori. Conosceva tutti, anche chi non giocava mai. Una settimana di allenamento con lui equivaleva a tre settimane di allenamento con un altro, diranno di lui. Ai tempi del Sansovino lo chiamavano Mister33, in quanto si dicesse che il 33 corrispondeva al numero impressionante di schemi. Tra i professionisti invece Sarri comincerà ad utilizzare un drone per i suoi allenamenti, o a far mangiare la pizza ai suoi giocatori subito dopo il match. Quando torna a casa la moglie gli fa trovare la cena pronta nella studio, perchè lui deve subito aggiornare i dati dei giocatori al computer. Suoi e degli avversari.

Di sinistra, ma non ditegli di votare Renzi, Maurizio Sarri ama leggere Bukowski, Fante e Vargar Llosa. Anti social, anti divo, fumatore incallito, un po' alla Zeman, ma non ce ne voglia il buon Zdenek, perchè, seppur il boemo sia affascinante, non garantisce gli stessi risultati del tecnico del Napoli. E se dovesse leggere quest'ultima frase, sarei sicuro che stia toccando ferro.


Luca Mora, SPAL

Luca Mora, tra SPAL, Fiat Punto ed Epicuro

Tra tutti quelli che avranno apprezzato il buon avvio della SPAL ci saranno quelli che si saranno accorti di certo del numero 20 degli estensi. Look da vichingo e con un'instancabile ritmo, che lo ha sempre reso uno dei migliori in campo. Parliamo di Luca Mora, da Parma.

Classe '88 dalla lunga gavetta. Dalla Prima Categoria fu preso in prestito dal Chievo Verona, che dopo un anno lo riscatto per 10mila euro. Purtroppo la squadra clivense è famosa per l'anzianità della sua prima squadra, e quindi Luca Mora venne dato in prestito. Castellarano, Crociati Noceto, Pro Patria e Alessandria, prima di ricevere la proposta della SPAL in Lega Pro. Impossibile rifiutare, si è detto Luca Mora. Da lì la scalata alla A con Leonardo Semplici in panchina, con Luca Mora sempre titolare.

Adesso Luca Mora è capitano della SPAL in Serie A. Il centrocampista ha detto più volte che non si sarebbe mai detto che sarebbe arrivato in Serie A, ma ha capito che con la sua SPAL vincevano perchè giocavano felici. Sono dei precetti figli del suo amore per il suo idolo. Nessuna webstar, nessun attore, nessun cantante. Parliamo di Epicuro, il filosofo. "Alla Spal abbiamo vinto due campionati perché eravamo felici. Direi che lottare per salire in A e lottare per salvarsi, alla fine non sono una cosa così diversa: dobbiamo essere felici di esserci, di poter dimostrare il nostro valore. Se poi ci salveremo saremo ancora più felici.".

Luca Mora tra filosofia e il calcio, con qualche sogno in mezzo

Luca Mora è attratto tantissimo anche da Feuerbach. La passione per la filosofia gliela trasmise il suo professore al liceo, che lo spinse ad iscriversi all'università. Gli mancano cinque esami per laurearsi e cerca in tutti i modi di scalzare il noto luogo comune per cui i giocatori siano superficiali e ignoranti. D'altronde il 20 biancazzurro non si perde in chiacchiere: non cercatelo sui social, non lo troverete. A malapena ha una pagina su Wikipedia. Però si rimprovera che usa un telefono cellulare, a differenza di Lars Stindl, capitano del Borussia Moenchengladbach, che ammette di invidiare molto. Va ancora all'allenamento con una Fiat Punto, anche se ammette che deve cambiarla.

Da segnalare che nel 2015 vinse in Corea del Sud le Universiadi con la maglia dell'Italia, disputando 4 gare, compresa la finale contro i padroni di casa. E chissà se questo centrocampista con il vizietto del gol (12 gol in due anni) si farà notare per un'altra maglia azzurra.

Nonostante la vetrina di A conquistata, Luca Mora però rimane coi piedi per terra: "“Io comunque non mi sento un simbolo e ho sempre diffidato degli idoli: mi sembrano spesso costruiti, un po’ lecchini. Però mi fa piacere l’affetto dei tifosi che si identificano in chi ci mette tutto il cuore, la grinta e la corsa. Ma senza i giocatori di classe sarebbe dura. Diciamo che ognuno ci mette il suo. Ho tanta voglia di confrontarmi con i campioni, senza paura e con tanto rispetto. A sedici anni quelli più grandi che mi trovavo di fronte in prima categoria mi facevano lo stesso effetto: avevo molto da imparare.”.


Riccardo Orsolini

Riccardo Orsolini, talento in rampa di lancio

Fortunatamente gli appassionati di pallone si sono, in questi giorni, accorti della bontà calcistica che c'è nel vivaio della Nazionale. In un altro articolo ho riassunto tutti i motivi per cui essere ben speranzosi. E, a proposito dell'Italia Under 20, non si puo' non essere contenti di Riccardo Orsolini. Autentico trascinatore della squadra di Evani, arrivata 3° al Mondiale Under 20 in Corea del Sud, il classe '97 si è laureato capocannoniere del torneo, con 5 centri.

Orsolini capocannoniere al Mondiale Under 20

Come sono solito fare, non mi metterò ad usare parole mirabolanti, e fare paragoni improbi, per ingigantire le (indubbie) qualità di un ragazzo, che ha pur sempre solo 20 anni. Ci ha già pensato la stampa tutta, complice l'acquisto della Juventus dall'Ascoli, lo scorso gennaio, a straparlarne. Risultato? Non proprio un febbraio e marzo scintillante con i marchigiani. con tanto di tirata d'orecchie del suo allenatore Alfredo Aglietti.

I tifosi bianconeri, a tal proposito, fanno tutti gli scongiuri del caso, affinchè Orsolini non diventi un'altro Chiumento, Lanzafame o Pasquato. Tutti enfant prodige, che oggi sono stati sbolognati in improbabili campionati all'estero. Le etichette hanno soffocato il loro talento. Quindi diamo il giusto respiro ad Orsolini.

Quanto puo' diventare forte Orsolini?

Orsolini è un'ala destra, mancina. Da questa discrepanza potete capire come sia il suo gioco. Andare ad attaccare lo spazio, convergendo al centro, cercando di rientrare sul sinistro. Veloce ed esplosivo, il tocco, seppur di qualità, è ancora grezzo. E' chiaro, palese, che ha bisogno di giocare: fa bene il suo agente a dire che ancora non è pronto per la Juventus. A meno che tu non sia un astro nascente alla Cristiano Ronaldo, alla Juventus devi essere anche nelle condizioni di aspettare e di essere in grado di fare pure la fase di non possesso. Sennò finisci come Pjaca, i cui infortuni continui hanno tolto l'imbarazzo, reciproco, di far risultare lampante come il croato non è stato funzionale per la Juve, e di come quest'ultima non sia funzionale per Pjaca.

Quindi, si, credo che questo ragazzo, prossimo pilastro dell'Under 21, debba dimostrare di poter giocare in A, e di poter esser più uomo squadra, migliorando i passaggi e la visione di gioco. Magari verrà girato a squadre come Sassuolo e Atalanta che sviluppano un gioco d'attacco davvero importante. Di certo se qualcuno ci ha speso 9 milioni vorrà dire che Orsolini ha la potenzialità di base per potere diventare un giocatore importante. Ma sta a lui, come sta a noi lasciarlo sereno e libero di sbagliare, quando magari non farà bene come in Corea del Sud.


Benevento, Stadio Vigorito

Benevento in A, arrivano gli stregoni

Dopo 88 anni di storia, il Benevento ha appena conquistato l'accesso al suo primo campionato di Serie A. La B, alla sua 470° partita stagionale ha partorito la 3° squadra da mandare al prossimo campionato di massima serie. Contro il Carpi, a prevalere sono stati appunto gli stregoni. Dopo il pareggio dell'andata, allo stadio Ciro Vigorito, autentica bolgia, decide l'ex Inter Primavera Puscas.

E dire che il Benevento lo scorso anno aveva conquistato la sua prima promozione in Serie B. Nessuno si aspettava una promozione così celere. Ma d'altronde, chi segue bene la B sa che spesso alcuni valori vengono capovolti: se mantenuta l'ossatura vincente di una squadra che viene dalla lega Pro, puo' anche accadere la doppia promozione. Basti pensare agli exploit degli scorsi anni di Frosinone e Carpi. Ma mi ricordo che ci riuscì anche il Livorno anni prima. Ma l'esempio più fulgido ce l'abbiamo con la SPAL, vincitrice dell'attuale B (leggi la storia del suo allenatore, Leonardo Semplici). Da neopromossa.

Tutti i protagonisti dell'impresa del Benevento

Il Benevento è allenato da un ottimo Baroni, autentico stratega, che ha saputo tirare il meglio da tanti giocatori che magari in annate passate non avevano proprio brillato con costanza: vedi Puscas, Viola, Chibsah, Camporese, Eramo. Il trascinatore è stato Ceravolo, cannoniere con 20 gol. Senza dimenticare Amato Ciciretti, giovane fantasista che si è conquistato la partecipazione ad uno stage con la nazionale di Ventura. Il Napoli lo avrebbe già opzionato. Invece tornerà di certo a Cagliari Cragno, portiere che sarà protagonista del prossimo Campionato Under 21.

Benevento, Serie A, Amato Ciciretti, Fabio Ceravolo
Amato Ciciretti e Fabio Ceravolo (fonte radiopuntonuovo.it)

La promozione in A è il giusto premio al presidente Oreste Vigorito, che, nel marzo 2006, si dice abbia rilevato la società senza neanche volerne leggere i conti. Questo per dirvi quanta passione c'è dietro questa città, in passato chiamata Maleventum, poi Beneventum, per poi restare Benevento. La tifoseria, in tal direzione, ha deliziato tutti con uno striscione raffigurante una poesia bellissima di Nazim Hikmet:

"Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti.".

A Benevento sono preparati per quello che sarà la prossima stagione: è da 88 anni che pensano a come presentarsi sul palco più bello.


Roma Napoli, contemporaneità, playoff

Nessuna contemporaneità e playoff improbabili: finali di stagione da circo

Arrivano le belle stagioni e per gli amanti del pallone si presenta lo spettro dell'ombrellone, con il pallone in soffitta. Ci stiamo sparando le ultime cartucce tra ultime giornate e playoff, nonostante non siano l'esatta espressione della trasparenza e della regolarità. Tralasciando l'aspetto estetico delle ultime gare rimaste, tra A, B e Lega Pro, ci sono diverse cose che mi lasciano basito.

C'era una volta la Serie A la domenica alle 15...

Partendo dalla Serie A, nel prossimo turno potrebbero decidersi scudetto, 2° posto Champions, ultimo posto Europa League e la salvezza. Trovo scandaloso che non viene garantita alcuna contemporaneità. La Roma gioca di sabato pomeriggio, e il Napoli di sabato sera. Pur non avendo entrambe alcun impegno infrasettimanale la settimana prossima. Questo presuppone pure che se la Roma dovesse ipoteticamente perdere con il Chievo, la Juventus sarebbe campione d''Italia senza giocare.

Già, perchè la Juventus giocherà domenica pomeriggio col Crotone, con il quale potrebbe spendere assai meno energie se fossero certi del tricolore. i calabresi, impetuosi, avranno più speranze di poter conquistare una vittoria vitale per una salvezza sempre più alla portata. Per la gioia di Genoa e Empoli. Non dubito della correttezza delle squadre, a traguardo raggiunto o sfumato, ma è proprio il sistema che è vergognoso.

Che bisogno c'è di mettere decine e decine di playoff?

Ma se scendiamo di categoria, neanche lì abbiamo una situazione cristallina. Trovo assurdo che le prime due salgono in Serie A, mentre poi dalla 3° all' 8° giocano dei playoff lunghissimi. Questo per poter garantire sempre più gare in ottica diritti tv e, permettetemi di dire, anche in ottica di poter fornire al singolo scommettitore più gare su cui poter investire. E a proposito di scommesse: fa discutere che Cesena - Verona presenti delle anomalie di quote. il pareggio è quotato solo 1,55. Diversi bookmakers hanno chiuso le quote per il troppo afflusso di puntate sulla X. Con un punto il Verona va in senza playoff, mentre il Cesena non ha più nulla da chiedere. Ma non era solo uno sport?

Pazzini, Verona, Playoff
Pazzini, Verona

Se poi scendiamo in quel che io chiamo giungla, ovvero Lega Pro, troviamo robe ai limiti dell'assurdo. Le prime di ogni girone sono già in Serie B. Ma poi ci sono 28 squadre a contendersi un posto nei playoff. Ventotto. Un'altro campionato. Squadre che hanno fatto un campionato deludente, arrivate decime vanno ad impegnare uno slot per il lotto dei playoff, senza meritare alcuna promozione. Tutto questo crea un dispendio di energie che puo' anche permettere alla migliore squadra di non farcela. L'anno scorso la squadra a vincere questo inferno fu il Pisa: buffo pensare la fine che ha fatto poi.

I finali di stagioni dovrebbero essere le parti più avvincenti, perchè quando ti giochi qualcosa sul filo di lana, in un playoff combattutissimo, si dovrebbe essere lì a vedere partecipare e trionfare le squadre più meritevoli, ma con la massima regolarità possibile. E invece ancora una volta lo spezzatino ha creato una forte indigestione. Non stupitevi se il calcio di fine stagione appassiona sempre meno gente neutrale, perchè, diciamocelo, coinvolge solo i tifosi che tifano la propria squadra ancora in corsa. Gli altri, già a marzo, hanno disotterrato l'ombrellone...


Il Venezia di Recoba, Alvaro Recoba, Venezia

Il Venezia di Recoba, un sogno da ripetere

Se ti parlano di Venezia non è che pensi subito al calcio. Ti tornano in mente i gondolieri con le maglie a strisce, una coppia di innamorati che si specchia nel canale e i bellissimi colori di Burano. Poi se sei uno che il calcio lo mastica h24 e ti menzionano tale città, tu non puoi fare a meno di pensare al Venezia di Recoba.

Il Venezia torna in Serie B dopo 12 anni

Ed ho pensato, con simpatia, a quella squadra quando qualche giorno fa è arrivata la matematica certezza della promozione in Serie B, dopo oltre 10 anni di bassifondi. Artefice di questa promozione è di certo Filippo Inzaghi, vittima al Milan di un ambiente non proprio favorevole per crescere e dimostrare. Ero sicuro delle doti di Inzaghi, e ho applaudito la sua umilissima scelta di partire dal basso, scegliendo stavolta il progetto ala categoria. Si che il Venezia era una bella sfida, ma in un panorama di A e B dove allenano pure persone abbastanza impreparate, con nomi non certo di grido, credo che Pippo avrebbe trovato più che un posto. Da citare ovviamente anche l'imprenditore americano Tacopina che ha investito in Venezia e nella sua rinascita calcistica.

Il Venezia di Recoba, autentico "mostro" della laguna

E chissà se Tacopina ha scelto Venezia perchè fu rimasto attratto da una delle più belle storie di calcio italiano. Quella appunto del Venezia del 1998/99. I lagunari tornarono in quella stagione in Serie A dopo 31 anni di assenza, grazie ad un novello Zamparini alla presidenza, che, coadiuvato dal ds Marotta, allestì una rosa di tutto rispetto. Dal Milan arrivarono Taibi e Maniero, poi qualche buono straniero come Bilica e Tuta, e soprattutto quella squadra godeva di una schiera di gregari esperti come Pavan, Carnasciali, Luppi, De Franceschi, Volpi, Pedone, Iachini, Valtolina, Schwoch. Non a caso diversi di loro hanno intrapreso una rosea carriera in panchina. Eppure l'inizio fu disastroso: il giocare a zona di Novellino non produceva alcun risultato: un punto in cinque gare, addirittura 15 nella sola andata.

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Il Venezia di Recoba

Zamparini non si dimostrò ancora troppo mangia allenatore e bussò alla porta di Moratti per arrivare a quell'uruguagio immalinconito dal poco spazio, poiché davanti aveva soltanto Baggio, Djorkaeff, Pirlo. "Recoba? Bravo si, ma non corre nè si sacrifica, non puo' giocare in provincia". Dicevano questo del Chino. Eppure il suo impatto fu devastante. Dopo aver perso 6-2 a San Siro contro l'Inter, il Venezia di Recoba mostra i muscoli e inanella una serie impressionante di successi, contro squadre più titolate, come Roma, Udinese e Fiorentina. Storica la rimonta ad Empoli, da 2-0 a 2-3, nonostante si fosse in 10.

Ancora più storica divenne Venezia - Bari, autentica gara della svolta. Quella gara purtroppo passò alla storia per il gol vittoria all'ultimo secondo del brasiliano Tuta, che non fu affatto festeggiato dai compagni. Anzi, nel tunnel venne aggredito dagli avversari: apparve chiaro il sospetto della combine, nonostante l'indagine della Procura non rilevò alcunché.

Da gennaio in poi Maniero fece 12 gol, Recoba 11, e il Venezia finì 11°, ad un passo dalla zona europea. A distanza di anni ho difficoltà a trovare un esempio simile di squadra che riesce a sterzare così tanto grazie all'innesto di un singolo a stagione in corso. Fu per il suo essere determinante che a Recoba veniva perdonato il suo essere in ritardo perenne (i compagni per il compleanno gli regalarono un orologio da parete di due metri). Come si gli perdonava il suo essere poco propenso agli allenamenti di fatica: tanto domenica la risolveva lui. Vedasi i primi venti minuti del ritorno di Venezia - Inter. 3-0 in 19', grazie ad un suo gol ed assist.

La fine del Venezia di Recoba: ne arriverà un'altro?

Filippo Inzaghi, Venezia, Venezia di Recoba
Filippo Inzaghi, Venezia

Peccato che quel Venezia venne smantellato: Recoba tornò a Milano, non consapevole che non avrebbe mai ripetuto quegli exploit in Italia, e Novellino non resistette al fascino della chiamata del Napoli. A Venezia arrivarono giocatori come Berg, Bettarini, Nanami. Fu subito B e da allora al Penzo non si rivide più la A.

Oggi si gioisce per la conquista della Serie B, ma secondo me si festeggia anche perchè c'è un progetto abbastanza serio, che ti permette spesso il doppio salto dalla Lega Pro alla Serie A: vedi gli anni passati Frosinone e Carpi, o cosa sta facendo quest'anno la SPAL. E tutti noi che siamo cresciuti tra calcio romantico e incredibili storie di calcio, non vediamo l'ora di sederci su un muretto del canale e fantasticare su chi potrà fare il "Recoba" del nuovo Venezia in Serie A.


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Il lento declino del calcio siciliano

Non ho tantissimi anni per narrare le gesta di chissà quali squadre, ma ne ho abbastanza per ricordarmi gli anni in cui il calcio siciliano era in un gran momento di splendore. Io sono siciliano e, forse con un pizzico di amarezza, sono spinto a parlare di questa grande momento di difficoltà. Forse il calcio è davvero lo specchio della realtà, visto come siano tempi ardui in Sicilia a livello socioeconomico. E allora ti ricordi, con nostalgia, che da Palermo, oltre ad esser passata l'Europa, è passata gente come Grosso, Barzagli, Pastore, Cavani; che a Catania si faceva di anno in anno il record di punti e che a Messina si gridava "Giampà è meglio di Kakà".

C'era una volta il grande calcio in Sicilia

Adesso la situazione, nel giro di qualche anno si è ribaltata e non di poco. I risultati del Palermo, ultimo baluardo rimasto, sono sotto gli occhi di tutti. Stagione pessima, diversi tecnici cambiati, giocatori improbabili, squadra che farebbe fatica a risalire anche dalla B in A secondo me. E poi, la ciliegina, il passaggio di proprietà: dal vituperato Zamparini a Baccaglini, che lascia più di una perplessità, visto il suo background. Un salto che sa tanto di "dalla padella alla brace".

A Catania la situazione è crollata nel giro di poco: gli etnei hanno perso di credibilità sportiva e non solo visto come la società si era immischiata in situazioni poco chiare. Credibilità persa anche dal fatto di come sia incredibile che il presidente sia ancora Pulvirenti. Adesso la squadra si trova a metà classifica in Lega Pro, nonostante abbia giocatori come Marchese, Biagianti, Mazzarani, Russotto. Certo non sono Vargas, Rinaudo, Mascara o Gomez, ma sicuramente sono giocatori che dovrebbero farla la differenza in questa categoria. Certo il Catania è 11°, nonostante sulla sua testa incomba una penalizzazione di 10 punti. Eppure la sensazione è di come la stagione sia negativa: nelle ultime sette gare, una vittoria, un pareggio e ben cinque sconfitte, tra cui quella assolutamente incredibile contro il Melfi allenato da Aimo Diana, fanalino di coda che perdeva da un'infinità di gare. La tifoseria è in totale rotta di collisione con la società, dove neanche il ritorno di Pietro Lo Monaco sembra ridare il sorriso e la speranza al tifoso catanese.

Catania, Calcio siciliano
Curva Nord Catania

Pietro Lo Monaco che di recente è stato presidente di un Messina anch'esso allo sbando. Sempre nel girone del Catania, in Lega Pro, i giallorossi sembrano ancora più imballati. Le cattive situazioni finanziare del Messina ha inciso parecchio: a febbraio i giocatori hanno scioperato insieme all'allenatore Cristiano Lucarelli per via degli stipendi arretrati, situazione tuttavia comune in Lega Pro, che io personalmente poi collego ai continui scandali di partite vendute: se i giocatori guadagnassero bene magari smetterebbero di regalare spettacoli indegni in nome dello sport. Proprio l'anno scorso il Messina rimase coinvolto in questo spiacevole argomento con l'ex tecnico Di Napoli.

Qualche posto più già c'è un Akragas che lotta col coltello in mezzo ai denti per resistere alle sabbie mobili dei playout. Gli agrigentini stanno patendo una grave crisi societaria, oltre che problemi con il Comune legato allo stadio Esseneto. A gennaio non sono arrivati rinforzi, anzi si sono viste partenze eccellenti: su tutte quella dell'ad Peppino Tirri, la cui figura risultava essere di grande spicco per il calcio siciliano e non solo: il suo curriculum parla chiaro.

Le note liete del calcio siciliano

Non solo dolori per il calcio siciliano. Il Trapani in Serie B è protagonista di una rimonta clamorosa. Dopo aver patito tantissimo ad inizio anno con Cosmi, relegandosi all'ultimo posto fisso, adesso i granata stanno inanellando tanti risultati, anche di prestigio. In panchina è arrivato Alessandro Calori, che reputo così bravo che non capisco come non sia ancora arrivato in Serie A. I trapanesi attualmente sono fuori dai playout, ma sono lontani i momenti di gioia che si provarono dopo il 3° posto dello scorso anno.

Sta scalando la classifica anche l'ex catanese Sottil, alla guida di un Siracusa in Lega Pro. Gli aretusei, tra lo scetticismo generale, stanno mettendo su una stagione splendida, portandosi davanti a squadre come Cosenza, Casertana e lo stesso Catania. Bellissima la gara vinta ieri al San Vito di Cosenza. La compagine siracusana è la squadra siciliana più accreditata per poter partecipare ai playoff per la B.

Troina, calcio siciliano
Troina, vincitore Coppa Italia Eccellenza Sicilia (fonte Nebrodi news)

Tra i non professionisti c'è una bellissima storia di calcio da raccontare: quella del Troina, squadra di un paese della provincia di Enna di neanche 10mila abitanti. Il patron Giovanni Alì, coadiuvato dal ds Dario Dell'Arte e dal direttore dell'area tecnica Matteo Sassano, ha allestito una grande squadra, che, oltre ad essere ai vertice del proprio girone di Eccellenza, ha conquistato la Coppa Italia di Eccellenza Siciliana contro il Milazzo. Ma non finisce qui: sconfiggendo diverse compagini, il Troina è arrivato alla finale della Fase Nazionale di Coppa Italia. Il 19 aprile i rossoblù affronteranno in una finale secca, su campo neutro a Firenze, contro il Villabiagio. Un plauso speciale anche all'allenatore Giuseppe Pagana.

Storie di calcio come queste dovrebbero servire da esempio a chi sta qualche categoria sopra e non sa più che pesci pigliare per non far languire il calcio siciliano.


Mario Fontanella

Mario Fontanella, bomber italiano re di Malta

Avevo detto alla mia ragazza dieci minuti e arrivo. E invece no. Perché la telefonata intervista con Mario Fontanella è durata un'ora almeno. Questo perchè, oltre ad essere persona squisita, abbiamo avuto parecchio su cui discutere su questa pazza scienza, mai esatta, che il calcio è.

Mario Fontanella, napoletano classe '89, gioca nella massima serie di Malta, nel Floriana del presidente Riccardo Gaucci. E' un'attaccante centrale, che, anche grazie a tecnici dello spessore di Luis Oliveira in passato, e Giovanni Tedesco adesso, è riuscito ad entrare nelle grazie del tifo dei biancoverdi. Ma andiamo con ordine.

Mario è uno di quegl' attaccanti che fa tanti gol, ma tanti. ma è davvero bravo anche nel servire i compagni: ecco qui l'assist che ha fornito domenica per il gol della sua squadra. Dopo aver fatto le giovanili nel Napoli, ha girovagato l'Italia tra Barletta, Noto, Budoni e altri lidi dove ha sempre fatto bene. Negli anni prima di andare a Malta il bomber napoletano ha fatto oltre 80 gol. Siamo sicuri che questo ragazzo non si meritava una chance in piazze più importanti? In Primavera il suo compagno che sta dando (e ottenendo) il meglio è Ciano che gioca in B col Cesena. Gli altri dispersi. Possibile che nessun ragazzo possa saltare fuori utile al Napoli? Se ipoteticamente il Napoli mi rispondesse "Si" a questa domanda retorica, allora permettetimi di dirvi che avete sbagliato allora qualcosa. Paradossalmente per Mario sarebbe stato meglio fare la Primavera in una squadra di B che magari il coraggio e l'occasione per lanciarlo l'avrebbe avuto.

Mario Fontanella, Riccardo Gaucci, Malta
Mario Fontanella e Riccardo Gaucci

Poi se ti aspetti che in quella selva delle serie minori ci sia un briciolo di meritocrazia stai fresco: incredibile come una volta si trovò praticamente trasferito senza neanche saperlo. Inoltre le regole sugli under e gli indennizzi che le squadre di A e di B danno a quelle di Lega Pro per la valorizzazione dei giovani prestati, penalizzano fortemente la libera scelta di una squadra di tesserare e di far giocare chi davvero puo' servire. Ed ecco che si apre lo scenario estero: dopo aver rifiutato un'offerta dal Botev in Bulgaria, Mario Fontanella ha colto al volo l'occasione Floriana.

A 20 anni, mi dice Mario, rifiuti queste destinazioni perchè, imbambolato da chissà quale film mentale,  pensi che ti fai le ossa un anno in C e poi vai in Serie A, in prima squadra. E invece esistono altri valori più importanti. Oltre alla meritocrazia ritrovata, Mario ha trovato un bellissimo pubblico che a margine lo gratifica, lo fa sentire importante. Negli ultimi anni il calcio maltese è cresciuto parecchio, grazie anche alla modifica della regola degli stranieri: adesso le squadre maltesi possono tesserarne 7 e non solo 3. Dopo l'exploit di Miccoli, si è visto come Coronado, ex proprio del Floriana, stia facendo benissimo oggi in B a Trapani. E' proprio il campionato cadetto, mi dice Mario, il livello a cui si attesta la A maltese. Concordo, e suppongo che possa essere quella una sua giusta collocazione in futuro.

Mario Fontanella, possibile uomo chiave per il calciomercato?

D'altronde le sirene del mercato squillano da un po': Mario Fontanella è stato capocannoniere del campionato 2015/16 con 20 reti all'attivo, e squadre come Ternana, Lugano, Apollon Limassol, Rooselare, Partizani Tirana hanno già bussato alla porta di Gaucci. Il presidente però ha risposto picche, perchè vuole tenerselo stretto e centrare la qualificazione in Europa League, sfumata per pochissimo già lo scorso anno.

Mario Fontanella crede parecchio nel progetto Floriana,  perchè è una società molto attenta alle sue esigenze e che mantiene un livello professionistico, nonostante l'isola ancora pecchi in strutture: a parte il Ta' Qali, pochissimi i campi di livello, non ci sono palestre di club. Non si va in ritiro e spesso ti alleni ad orari strani, serali, perchè molti lavorano di giorno e di sera fanno i calciatori. Ma allo stesso tempo Mario fa bene a sottolinearmi come sia importante la serietà che mettono sul banco i protagonisti del sistema calcio di Malta, una realtà che cresce a vista d'occhio. E chi non ci crede è semplicemente perchè non ci ha posato lo sguardo su. E se lo avesse posato si sarebbe di certo accorto di Mario Fontanella.