Gianluigi Buffon, Gigi Buffon

Quello che i portieri (e non solo) dissero su Buffon

"Ho avuto l'onore di premiare Gigi Buffon. Mi sono sentito un privilegiato per poter onorare uno dei più grandi portieri della sua generazione. I portieri sono spesso i giocatori la cui carriera dura più a lungo. Siamo gli ultimi bastioni e diamo la possibilità alle nostre squadre di uscire vincitrici dai grandi duelli. Il fatto che tu giochi ancora in uno dei più grandi club d'Europa ti rende una leggenda, nel nostro magnifico sport. [Peter Schmeichel]

"Buffon è il più forte del mondo, è il Messi dei portieri." [Christian Abbiati]

"Buffon pareva vecchio, da buttare: così dicevano. Io dico che Buffon è su un altro pianeta, uno così nasce ogni quarant'anni. Conta la forza, la continuità. E lui regge da più di 15 stagioni." [Emiliano Viviano]

"Meriterebbe il Pallone d'Oro. È un punto di riferimento per me ma anche per i portieri della mia generazione. Quando ho cominciato a giocare sognavo di diventare come lui…" [Iker Casillas]

“È incredibile come alla sua età sia ancora al top. Per presenza, per come sprona la squadra, si vede come tutti lo ascoltano. È una guida per i giovani. Uno come lui potrebbe giocare fino a 50 anni…” [Manuel Neuer]

"Gigi è un Maradona. Uno come lui nasce ogni cinquant'anni. Però ha rovinato una generazione di portieri, perché di Maradona ce n'è uno e gli altri al suo confronto sembrano tutti normali…" [Antonio Mirante]

GLi apprezzamenti per Buffon non arrivano solo dai colleghi di reparto

"Torino, Juve - Roma 2-2 nel 2003. Tentai il cucchiaio e quel fenomeno di Gigi Buffon me lo prese…" [Francesco Totti]

"Buffon e Zoff non sono paragonabili, sarebbe come paragonare le Ferrari di tanti anni fa con quelle di oggi. Dino è un monumento, ma Buffon ha qualcosa in più. Fra tutti l'attuale portiere bianconero è il più forte, sommando qualità atletiche e muscolari, longevità, modo di comandare la difesa». " [Giovanni Trapattoni]

"Una vera e propria leggenda. Se chiedi a un qualsiasi bambino di disegnare la formazione ideale, il numero uno sarà sempre lui…" [Ivan Rakitić].


Emiliano Sala

Bisogna continuare a parlare di Emiliano Sala

Scelgo Emiliano Sala. Esatto, scelgo proprio lui per tornare a popolare il mio blog, rimasto offline per 5 mesi per problemi tecnici. Non mi va di parlare delle follie del calciomercato invernali, di come Higuain e Perisic stiano abituando tutti più coi mal di pancia che con i gol. Non mi va di parlare di un campionato finito, e credo mai iniziato. Mi piace, in linea con il registro del mio blog, parlare di calcio e sentimenti, di storie in cui il pallone non è l'unica cosa che conta. A quasi 10 giorni dalla sua scomparsa, non si può smettere di parlare di Emiliano Sala. Cosa che sta già avvenendo.

Chi è Emiliano Sala?

Ogni tanto, specie nel periodo in cui Claudio Ranieri allenava i francesi del Nantes, andavo su Livescore per vedere i risultati dei gialloverdi. E spesso spiccava questo nome tra i marcatori: Emiliano Sala.  Nome palesemente italiano, eppure mai sentito. Non proseguo con le ricerche, ma con lo stalkerizzare le gare del Nantes, quelle si. E c'era sempre quel nome, Emiliano Sala.

Classe '90, Sala è un centravanti possente, ma tuttavia agile, che sa far salire la squadra e al contempo essere un rapace d'area di rigore. Prima dell'exploit di Nantes non aveva avuto grandissime occasioni. Ha giocato solo in Francia e solo col Bordeaux ad alti livelli, senza tuttavia emergere. Furono le annate nelle serie minori, con l'Orleans e con il Niort, a far destare l'attenzione di tutti su questo ragazzo. Nel 2016 viene ingaggiato dal Nantes, dove diventa un idolo per i successivi due anni e mezzo. Facile diventarlo quando fai più di 40 gol in 120 gare in una squadra non certo di vertice.

Emiliano Sala sul taccuino di Roberto Mancini

Mi inizio a chiedere, visto che Mancini stava iniziando a testare i vari Lasagna e Grifo, perchè non si dava una chances a questo bomber. Mi basta poco, qualche ricerca superficiale, per capire che Emiliano Sala è argentino, di Santa Fe, proprio come Gabriel Omar Batistuta, suo idolo fra l'altro. I suoi nonni, loro si, erano italiani, partiti mezzo secolo fa alla volta del continente sudamericano. Trovare spazio nell'attacco argentino, inoltre a 28 anni, con i vari Messi, Dybala, Icardi, Higuain, Aguero non è roba semplice. E non è un caso poi scoprire, subito dopo, che Mancini stava davvero seguendo questo lungagnone di 1,87m.

D'altronde l'Italia continuava e continua ad avere il problema del gol con Immobile e Belotti che sembrano involversi quando indossano l'azzurro, con Lasagna e Zaza che non brillano neanche in campionato, e, infine, con Mario Balotelli che è appena passato al Marsiglia. L'ex centravanti di Milan ed Inter ha sofferto molto al Nizza in questa prima parte di stagione, a differenza di Emiliano Sala che, grazie a 13 gol in 21 gare, è riuscito a strappare un contratto in Premier League. Il Cardiff City lo aspetta.

La sparizione di Emiliano Sala

Il Cardiff, terzultimo in Premier League ha bisogno di un bomber di razza per non retrocedere. Non ci pensa due volte a sborsare 15 milioni di sterline per assicurarsi i gol di Emiliano Sala. Il tecnico dei gallesi, Neil Warnock, lo invita ad assistere alla gara contro il Newcastle, ma Emiliano preferisce rimandare, perchè voleva prima salutare gli amici di Nantes e sbrigare le ultime cose, rimandando di fatto la partenza. Partenza che avviene il 21 gennaio, con condizioni climatiche non molto favorevoli, mediante il velivolo Piper PA-46 Malibu, dalla capienza di 6 posti in tutto. La tratta era diretta, Nantes-Cardiff. A bordo il pilota David Ibbotson. Passeggeri uno, Emiliano Sala.

Alle 19,15 del 21 gennaio si alza in volo il velivolo, ma solo un'ora dopo circa, il contatto con la torre di controllo viene smarrito. In quel momento il velivolo era a circa 13 km a nord ovest di Alderney, nelle Isole del Canale. Quindi in piena Manica. Solo 6 ore dopo inizieranno le ricerche di salvataggio in quanto le proibitive condizioni climatiche le avrebbero rese impossibili fino a quel momento. Le autorità francesi ed inglesi hanno spiegato le loro forze nelle ricerche.

Pur ritrovando alcuni oggetti in acqua, non vi è mai stata la conferma che essi appartenessero all'aereo. Le ricerche continuano fino al 24 gennaio, quando la polizia twittò che le ricerche erano sospese fino a sostanziali aggiornamenti. D'altronde era già stato annunciato che le speranze di trovare dei sopravvissuti erano nulle. È quasi stucchevole poi venire a sapere che il pilota del mezzo, David Ibbotson, non era autorizzato a pilotare a pagamento un aereo con passeggeri. Nel frattempo il Cardiff City si smarca da ipotetiche accuse, affermando che la società era estranea all'organizzazione del volo.

Nel frattempo fa venire i brividi, oltre che a far pensare al peggio, l'ultimo messaggio che l'attaccante ex Nantes, ha inviato ad un amico, poco prima che ogni segnale si perdesse:

"Sono qui sull'aereo che sembra che sia sul punto di cadere a pezzi e sto andando a Cardiff". Se entro un'ora e mezza non avete mie notizie, non so se manderanno qualcuno a cercarmi perché non mi troveranno ma... sai… che paura che ho".

Le reazioni alla tragedia di Emiliano Sala

Se all'inizio le speranze di tutti erano riposte nell'ipotizzare Sala e Ibbotson in un altro aeroporto, senza la possibilità di poter avvisare o mandare dei segnali radar, ben presto si farà largo il trauma che questa vicenda ha generato. Messaggi di cordoglio travestiti da speranza vengono emessi da chiunque. Kantè, ex compagno di Emiliano Sala ai tempi del Caen, ha dato piena disponibilità di donare dei fondi per continuare le ricerche, così come la stessa cosa è partita anche dai tifosi del Nantes, mediante una colletta.

Il Cardiff, in tutto questo, è rimasto molto scosso. Significative, in tal direzione le parole del tecnico dei gallesi:

"È stata una settimana traumatica, la più difficile della mia carriera. Pensi 24 ore al giorno a quello che dovresti fare e non riesci a dormire. In 40 anni di carriera non ho mai vissuto momenti così. Quando ho visto Emiliano con la nostra maglia, ho pensato subito che era un giocatore ideale per noi, che avrebbe segnato tanti gol. Abbiamo parlato per un mese e mezzo, so quanto volesse giocare con noi. In un mondo ideale non credo vorrei ci fosse una partita. Non vorrei allenare, almeno per come mi sento ora. Il calcio è importante, ma credo che tragedie del genere cambino molto la prospettiva di come si vive".

Il drammatico silenzio dopo 10 giorni

Come avete notato non ho mai voluto parlare di Emiliano Sala usando l'imperfetto, o comunque il passato. Continuare a parlarne, e parlarne al presente, è l'unica speranza rimasta. Il silenzio, quello si che uccide. Mentre il mondo, pian piano, si abitua, ahinoi, a questa storia, il peso di questa tragedia rimane ai suoi familiari, a chi lo ha conosciuto ed amato. Per questo i giorni a venire saranno sempre i peggiori, finchè non arriverà magari una notizia.

Nel frattempo, il 23 gennaio, è stato avviato un'iter per un'inchiesta sull'incidente dalla Sezione investigativa sugli incidenti aeree. Intanto, come ha ben detto Neil Warnock, la prospettiva di come si vive sta cambiando per molti. Non è per niente facile abituarsi all'idea che un bomber come Emiliano Sala voli in alto, come fosse un colpo di testa, senza poter tornare a terra ad esultare, come fosse per l'ennesimo gol.


Tifoserie Argentine, Argentina, Barras

Cosa c'è dietro le tifoserie argentine?

A volte, quando diciamo che la violenza nel calcio italiano è un fenomeno troppo grande e pesante, ignoriamo quello che accade nel calcio argentino. È chiaro che non si tratta di sminuire le violenze minori (sempre violenze sono, e tali sono da condannare), ma il quadro delle tifoserie argentine è parecchio oscuro. Non si tratta di semplici tifoserie poco mansuete, o di ultras di stampo violento. Qui abbiamo di fronte il fenomeno delle barras bravas, autentiche organizzazioni che influenzano pesantemente il calcio in Argentina.

Che cosa sono le barras bravas?

Le barras bravas sono delle bande formate da un gruppo molto eterogeneo: non ci sono restrizioni legate ad età o alla classe sociale a cui si appartiene. Essi sono tutti legati da un comune denominatore: l'appartanenza al barrio, ovvero al quartiere di provenienza, il quale non solo va difeso, ma va anche reso, agli occhi dei rivali, il più potente possibile. Le partite sono solo un'occasione, il calcio un mero pretesto, per prendere di mira i tifosi avversari, appartenenti ad altri quartiere. Ecco perchè spesso i derby sono i match più infuocati in Argentina.

I leader di queste band sono tutti rispettati in maniera enorme nella società argentina. Sempre più ragazzi vorrebbero impersonare questo ruolo da grande, vista la celebrità che ne ricevono. Questo avviene anche per via della connivenza tra queste tifoserie argentine e le istituzioni. Esse lasciano impunite queste bande, dentro e fuori dallo stadio, visto il palese grado di corruzione in Argentina. Ma perchè la politica appoggia queste bande? Perché queste bande possono essere utili quando devono reprimere i dissensi manifestati in piazza dai sindacati, oltre che per un mero tornaconto elettorale. Il più classico degli scambi di favore.

Cosa possono fare queste tifoserie argentine?

Mi verrebbe da rispondere: tutto. Alcuni si permettono di fare anche da bodyguard ai calciatori, oltre ad usare lo stadio come se fosse una proprietà personale, sfruttandone i servizi o accedendo alla sala trofei come se fosse normale. Le curve sono diventate autentiche zone franche, in cui queste bande esercitano spaccio di droga, estorsione, bagarinaggio e il business dei parcheggi, oltre all'immancabile incarico di occuparsi del cibo e delle bevande.

Essendo spesso soci delle società, essi interferiscono, oltrepassando tuttavia i limiti, nelle scelte del club. Ecco vederli intervenire sul calciomercato della squadra, favorendo acquisti o cessioni (vedi Gonzalo Higuain al Real Madrid) con un sole fine, che non è quello del rafforzare la squadra. Lo scopo delle barras bravas è solo quello di sfare soldi. punto e basta. Chi si mette in mezzo ne può pagare le conseguenze. Basta chiedere al presidente dell'Independiente, Javier Cantero, che voleva liberarsi di questa parte della tifoseria, che rischiò tantissimo per la sua vita. Oppure chiedere a Juan Ignacio Mercier, giocatore del San Lorenzo che venne colpito alla nuca mentre si stava dirigendo verso la propria auto. Quale era la sua colpa? Rifiutarsi di consegnare al capo della barra la sua maglietta.

Nascita ed evoluzione delle barras bravas

nacquero negli anni 50 e il loro scopo non aveva uno stampo violento: era davvero nato tutto con l'idea di supportare la propria squadra. Così si creò un pacifico connubio col club che agevolava le loro tifoserie argentine con biglietti e permessi concessi. Col tempo la situazione si evolse, fino ad arrivare a registrare oltre 40 vittime negli ultimi 4 anni, su un totale di 322 morti nel calcio argentino da quando vi sono i campionati.

Sostanzialmente il 1967 è considerato l'anno in cui queste bande criminali sit rasformarono, complice anche le difficili situazioni politiche che si sono susseguite, specie negli anni 70. Il livello di tensione era così alto che in occasione della Coppa del Mondo del 1978, giocata proprio in Argentina, il governo fu costretto a fare un accordo con queste tifoserie affinché non creassero disordini. In cambio soldi e biglietti gratuiti. Stesso accordo ripetuto nei Mondiali del 1982 e del 1994, aprendo così le porte al bagarinaggio da parte delle bande.

È praticamente impossibile depotenziare questo fenomeno, visto come si sono radicati i rapporti anche ai massimi vertici. Basti pensare alle ombre su Julio Grondona, considerato il Padrino del Calcio argentino, con le sue nove presidenze in Federazione. Nel suo mandato ultradecennale morirono 183 persone. Grondona, inoltre, permise ad alcuni tifosi di salire sullo stesso aereo che portò l'Argentina in Sudafrica per i Mondiali del 2010, nonostante fossero strapieni di carichi pendenti nei confronti dela giustizia.

Come debellare le barras bravas?

Non è facile bloccare un'organizzazione che si nutre da oltre 60 anni di una mentalità unidirezionale. Come fai a dire che da oggi certe cose non sono più permesse, a gente che è nata facendo solo in un modo? Ci stanno provando, tra esibizioni di documenti prima degli ingressi, alla limitazioni di trasferte, ma la privazione non è sempre l'arma migliore per sconfiggere un problema. Si pensò anche al chip sottocutaneo da impiantare nei tifosi, denominato Ticket Pasiòn, arrivando anche alla sperimentazione. Ma la troppa invasività del sistema ha bloccato tutto.

Far parte di una barra è qualcosa che esula il contesto sportivo. È l'appartenenza a qualcosa di così fanatico che porta a seguire, fin troppo, alla lettera questa scelta di vita. Ma negli anni questo fenomeno è diventato troppo pesante da sopportare, com'è sfiancante concepire come normale l'idea di morire dentro ad un campo di calcio.


Rabah Madjer, Porto

Rabah Madjer, il tacco di Dio

La stagione appena conclusa è stata segnata, tra gli altri, dalle prodezze di Mohamed Salah. All'attaccante egiziano è mancato solo il sigillo della vittoria in Champions League per aspirare legittimamente al Pallone D’Oro. Avrà tempo per riprovarci, Salah, e cercare di raggiungere un altro atleta di Allah come Rabah Madjer, facilmente il miglior calciatore algerino di sempre e una delle leggende africane.

Pochi, forse, ricordano Madjer, un giocatore dalla straordinaria competenza tecnica che ha imperversato sui campi europei durante gli Anni Ottanta. Escludendo i naturalizzati (Eusebio, per esempio), l’algerino è stato il primo africano a fare realmente la differenza ad alto livello. Che fosse un predestinato, Madjer, lo capirono subito nella terra natia: esordì in Nazionale a vent’anni, e nel 1980 la condusse a risultati inediti per la sua storia: secondo posto nella Coppa d’Africa e quarti di finale del Torneo Olimpico.

Quando il calcio si accorse di Rabah Madjer

La prima consacrazione internazionale giunse nel Mondiale di Spagna, nel 1982. L’Algeria di Madjer riuscì a battere con una sua rete la Germania Ovest (poi finalista contro l’Italia), ma dovette abbandonare la kermesse iridata per differenza reti, complice il pareggio “sospetto” tra i tedeschi e i cugini austriaci.

Per raggiungere il gradino superiore, ovvero fare il professionista in Europa, Madjer dovette superare un vincolo importante: in Algeria non era concesso ai calciatori di trasferirsi all’estero prima dei 28 anni. Si rese necessaria una lunga querelle con la Federazione, nel 1983 arrivò infine il trasferimento al Racing Parigi, ma la consacrazione giunse in Portogallo, tra le fila del Porto, dove giunge nel 1985.

Una Coppa dei Campioni conquistata a colpi di tacco

Madjer restò con i biancoblu per sei anni, con il solo intervallo di un semestre passato in prestito al Valencia. Il suo periodo migliore, ricco di trofei: tre campionati, due coppe del Portogallo, due Supercoppe e, soprattutto, la Coppa dei Campioni del 1987, ottenuta superando in finale il Bayern Monaco per 2-1, grazie anche ad un iconico colpo di tacco di Madjer.

https://www.youtube.com/watch?v=nk6ZtOEmP4w

Questo era Madjer: non uno sfondareti dalle statistiche incredibili, ma un fuoriclasse dalle giocate imprevedibili, in grado di segnare goal pesantissimi, proprio quando era necessario. Questo raffinato gesto tecnico è giustamente passato alla storia, tanto che in Algeria il nome dell’attaccante viene utilizzato comunemente per definirlo. Nello stesso anno arrivò anche la Coppa Intercontinentale, ottenuta superando gli uruguagi del Penarol (allenati da un giovane Oscar Tabarez) per 2-1. Una partita strana, questa, giocata a Tokyo (erano i tempi della Toyota Cup) dopo una fitta nevicata, e decisa ancora una vota dall’algerino, autore dell’assist per il primo goal di Fernando Gomes e della segnatura finale, siglata nel secondo tempo supplementare.

Rabah Madjer e il suo (quasi) approdo in Italia

Un giocatore straordinario, Madjer, poco conosciuto in Italia. Eppure “rischiò” di giocare anche da noi. Nell’estate del 1988 era stato ingaggiato dall’Inter di Ernesto Pellegrini: sarebbe stato il terzo straniero assieme a Lothar Matthaus e Andreas Brehme, proprio coloro che aveva sconfitto nella finale di Coppa dei Campioni. Non si trattò della solita voce di mercato, era tutto fatto, al punto che Madjer venne addirittura presentato a giornalisti e tifosi.

Rabah Madjer, Inter
Quando Rabah Madjer sfiorò l'Inter

Poi vennero le visite mediche, e qui insorse il problema: Madjer soffriva di un problema al bicipite muscolare dovuto ad un infortunio di gioco, apparentemente tanto grave da impedire al medico nerazzurro, il dottor Bergamo, di rilasciare il certificato d’idoneità.

Ne nacque un caso diplomatico tra le due società, l’Inter si ritirò dall’acquisto e, forse cercando di risparmiare un po’ in un calciomercato fino ad allora sontuoso, optò per Ramon Diaz in prestito dalla Fiorentina. Madjer dimostrò di non essere proprio finito vincendo un altro paio di scudetti con i portoghesi e poi si ritirò nel 1992, giocando in Qatar. Nel frattempo aveva alzato anche l’unica Coppa d’Africa algerina, nel 1990.

Tutti ai piedi di Rabah Madjer, e precisamente sul suo tacco destro.


Italia, Alessio Cerci

Tutti i giocatori dimenticati dell'Italia in una rassegna

Si avvicinano i Mondiali di Russia 2018 e dobbiamo in qualche modo trovare la via per sopperire all'enorme dolore sportivo che patiremo per la mancanza dell'Italia. Un ciclo si sta provando ad aprire, con Roberto Mancini commissario tecnico. Non dovrebbe esserci più Buffon, dopo 20 anni, si punta forte su Balotelli, Chiesa, Insigne e Bernardeschi, aspettando che Verratti e Immobile facciano bene in azzurro per come fanno bene nel Paris Saint Germain e nella Lazio. E allora che si fa?

Sapete, ogni tanto mi perdo nei meandri del web e visto che questa Italia ci da pochissime soddisfazioni, corro indietro per vedere le imprese azzurre, gioie e delusioni tra Mondiali ed Europei. Mi soffermo spesso sulle competizioni che si sono seguite dal 1994 ad oggi. Il mondiale americano è il mio primo ricordo calcistico, forte dei miei 6 anni. Tutti ci ricordiamo di Baggio in quel Mondiale. Di Baresi, Pagliuca e così via. Ma avete mai fatto caso che spesso ci sono nelle rose dei convocati dei giocatori che avevamo totalmente rimosso fossero nel giro azzurro. Leggete la carrellata che sto per farvi, vi assicuro che rimarrete stupiti.

Da Usa 94 al Mondiale tedesco del 2006

  • Usa '94: in questo Mondiale abbiamo bissuto imprese magiche, grazie ai due Baggio, Roberto e Dino, ma ci sono anche altri outsider che non ricordiamo. Alla kermesse americana parteciparono pure uno stempiato Antonio Conte. Da sottolineare i due parmensi Lorenzo Minotti e Luca Bucci, con zero presenze, malgrado ben 7 gare dell'Italia.
  • Inghilterra '96: un Europeo molto amaro per gli azzurri di Sacchi. Troppi alti e bassi nel girone, tra Casiraghi e Zola, senza che l'Italia riesce a qualificarsi. In quella rosa c'era, oltre al solito 3° Luca Bucci, pure l'udinese Fabio Rossitto, all'attivo una sola presenza in azzurro, per giunta in amichevole.
  • Francia '98:  una delle migliori Nazionali in assoluto sbarca in Francia. Le stelle sono davvero tante e quasi nessuno ha un ruolo troppo marginale, se non il fiorentino Sandro Cois, che non giocherà mai. Solo 3 le gare in azzurro per lui.
  • Belgio Olanda 2000: è la rassegna del super Toldo, del cucchiaio di Totti e della delusione cocente al golden gol di Trezeguet. Anche qui, parata di stelle assolute. Gli outsider sono Paolo Negro, che farà comunque una presenza contro la Svezia, e il terzo portiere Antonioli, che non farà mai alcuna presenza in azzurro.

 

  • Giappone e Corea del Sud 2002: erano anni d'oro, lo sottolineo. Oggi direi che Francesco Coco, autentica meteora del nostro calcio, sembra lontano anni luce da quei giocatore. Eppure allora aveva un'ottimo rendimento, giocando anche alcune partite, finendo pure al Barcellona. Spicca anche la presenza di Cristiano Doni: sette presenze e un gol per lui.
  • Portogallo 2004: l'Italia si spegne ai gironi nonostante un girone non irresistibile. Gli attaccanti Di Vaio e Corradi non avranno vita lunga in Nazionale, mentre Matteo Ferrari resterà una promessa mai sbocciata appieno. Tuttavia tutti e tre supereranno quota 10 presenze con la maglia azzurra.
  • Germania 2006: qui sono stati davvero tutti importanti. A parte i due portieri di riserva, tutti i giocatori hanno giocato le gare della vittoriosa rassegna iridata. Più tempo passerà e magari sarà più facile dimenticarsi che Amelia e Peruzzi fossero nella rosa. Più facile ricordare Zaccardo e Barone, uno per un autogol, l'altro per una corsa infinita contro la Repubblica Ceca, ad attendere un passaggio di Inzaghi. Follia.

L'Italia, dal dopo Berlino fino ai giorno nostri

  • Austria e Svizzera 2008: ci sono tanti reduci dal Mondiale vittorioso, ma anche qualcuno che non ti aspetti. Alla rassegna europea partecipò Marco Borriello, con la maglia numero 12 fra l'altro. Non giocando mai quella competizione.
  • Sudafrica 2010: fu un Mondiale disastroso, non ripetemmo i fasti di quattro anni prima. In quella rosa erano presenti, fra quelli che oggi non ricordi più, Pepe, Salvatore Bocchetti e Palombo. Tutti onesti gregari, utili, ma non dei fenomeni.
  • Polonia e Ucraina 2012: l'Italia diventò vice campione d'Europa, inchinandosi solo alla Spagna. Era la Nazionale di Balotelli, Cassano, ma anche di Nocerino, Diamanti, Ogbonna e del "nuovo Maldini" Marco Motta.
  • Brasile 2014: resterà l'ultimo nostro Mondiale per quattro anni. E il fatto che non si andato bene fa ancora più male. In una rosa logora, erano presenti pure Cerci e Paletta.
  • Francia 2016: la nazionale di Conte ha stupito, schiantandosi solo contro la Germania ai rigori ai quarti. In quella rosa, anche se sono passati solo due anni, c'è chi si è già dimenticato che ci fosse Sturaro.

Da aggiungere che l'Italia partecipò, nel 2009 e nel 2013, a due Confederations Cup, competizioni tuttavia non con lo stesso appeal delle rassegne continentali e mondiali. Nel 2009 vi erano Legrottaglie, Gamberini, Dossena e Santon, mentre nel 2013, quando arrivammo terzi, non ci sono grossi nomi clamorosi da ricordare. Anzi, ce ne sta uno che non si può mai dimenticare: quello di Davide Astori.


Federico Nicastro, Neuchatel Xamax, Svizzera

Federico Nicastro, partito per lavoro, oggi è in Super League

Ci sono storie che possono essere raccontate con poche parole, per svariati motivi. Vuoi perchè ci sia poco da raccontare, vuoi perchè non c'è quell'epicità giusta nella storia. Ma non è il caso della storia di Federico Nicastro, classe 1981, professione: portiere. Ma non solo.

Mi arriva all'orecchio la voce che un italiano avrebbe stravinto, con la sua squadra, la Challenge League svizzera, ovvero la nostra Serie B. Penso subito che si tratti di uno dei tanti calciatori italiani emigrati all'estero per giocare a pallone. Ma subito qualcosa risalta all'occhio: tale Federico Nicastro ha una storia diversa dalle altre. E ora capirete perchè, visto che mi sono prodigato di mettermi in contatto con lui.

Federico Nicastro, dal calcio al casinò al ritorno al calcio

Al telefono Federico Nicastro è molto disponibile e conquista il mio cuore sportivo quando, alla mia domanda "Ma pensi di essere uno dei calciatori penalizzati dal sistema calcio?", mi dice che nel calcio, alla fine, hai quasi sempre quello che ti meriti, eccetto se hai la sfortuna di subire infortuni gravi. La carriera di Federico è transitata dall'Eccellenza fino alla C1. Ha girovagato la penisola, passando pure da piazze come Crotone (giocando con giocatori come l'ex Juventus Ogbonna e l'ex Parma Ghezzal), Lucchese e Savona. A Lucca viene insignito del titolo "miglior portiere della C2". Chiude la sua esperienza italiana nel 2012/13, quando giocava all'Ebolitana, in Seconda Divisione, dopo che alcuni suoi compagni furono aggrediti dopo una sconfitta pesante contro il Gavorrano. Lui ebbe la fortuna di trovarsi in palestra in quel momento, altrimenti sarebbe rimasto coinvolto anche lui. Questo è troppo, Federico Nicastro preferisce dire basta col calcio.

Ma la Svizzera? Calmi, calmi, ci arriviamo. Vi avevo già preannunciato come fosse una storia che ha dell'incredibile. Nel 2013, a 32 anni neanche compiuti, va a Roma per fare un corso di croupier, per cambiare nettamente vita. A corso finito, viene subito chiamato per lavorare, a tempo indeterminato, nel casinò di Neuchatel, cittadina della Svizzera francese, grazie anche alle sue abilità linguistiche. E il calcio? Non c'è tempo per il calcio, ma forse c'era ancora spazio per il destino. Una sera, al casinò di Neuchatel, c'era un tizio che parlava di calcio proprio accanto a Federico. Quest'ultimo nota diverse inesattezze in quei discorsi, al punto da lanciarsi in un "Con tutto il rispetto, ma... non credo che lei ne capisca di calcio".

"E cosa vuoi che ne capisca un croupier?!"

Federico Nicastro, portiere
Federico Nicastro in porta

Questa la frase di risposta di questo signore, che davanti sapeva di avere un croupier, ma non un ex calciatore professionista. Parola dopo parola, Federico racconta la sua storia, racconta pure di aver giocato ben due Universiadi con l'Italia, ottenendo l'argento sia nel 2007 a Bangkok (in squadra con Parolo ed Antenucci) sia nel 2009 a Belgrado. Ma se questa persona non sapeva chi fosse Federico, anche Federico non sapeva chi avesse di fronte. Questa persona ha un'azienda di medaglie, che si occupa pure di rifinire le coppe della Uefa e della Fifa. Ma ha anche una squadra, in 7° divisione, l'FC Ticino. Ed ecco subito la proposta: se giochi nella mia squadra ti assumo nella mia azienda. Federico accettò, coinvolgendo pure due suoi amici calciatori, come Aldo Perricone e Salvatore Vicari (ex Reggina in A). Il campionato fu stravinto ovviamente.

La scalata di Federico Nicastro verso il Neuchatel Xamax

Federico, a  stagione finita, lasciò sia l'Fc Ticino che l'azienda, perchè era riuscito ad entrare presso La Poste, l'equivalente delle nostre poste italiane. Nel frattempo Federico giocò con l'Audax Friuli e con il Portalban, sempre squadre svizzere delle serie minori, vincendo campionati e scalando e leghe, portandosi in 4° divisione. Ma l'occasione è dietro l'angolo. Nel luglio 2017, era di ritorno dalla vacanza in Madagascar, e lo chiama l'ex Genoa Luca Ferro, l'allenatore dei portieri del Neuchatel Xamax, nobile decaduta del calcio svizzero, che si trovava in Challenge League, ma con un passato glorioso (giocò contro l'Inter di Ronaldo in Coppa Uefa). Luca esordì dicendo:

"Ehi Federico, te la senti di fare il 3° portiere al Neuchatel Xamax in Serie B?"

Fu quasi scioccante sentire quella proposta. Lo capisco da come me lo racconta Federico. Aveva sempre avuto il pensiero, quando, in auto, costeggiava lo stadio dello Xamax, "chissà se riuscirò mai a giocare qui". Ma il sogno si allontanava, perchè l'età si faceva sentire, e le esigenze della vita portavano altrove. E invece no, Federico non aveva ancora finito con il calcio. La risposta fu affermativa e i sacrifici per godersi questa esperienza furono immensi. La mattina sveglia alle 6, alle 7.15 a Berna alle Poste, per poi rientrare a Neuchatel per allenarsi. Per i primi due mesi, fino a settembre, complice appunto le difficoltà a incastrare lavoro e calcio professionistico, Federico si allenò da solo, alle 19 con l'allenatore dei portieri. Quanti sacrifici, ma era un sogno troppo grande per lasciarlo andare.

L'esordio in Challenge League e la promozione

Bella storia, eh? Ma non è ancora finita qui, perchè le soddisfazioni saranno tante. A settembre un problema al dito mise ko il portiere capitano dello Xamax, Walthert. In Swiss Cup, contro i dilettanti dell'Echallens (quarta divisione) andò in porta il secondo portiere, che al 95' venne espulso. La gara andò ai supplementari, ma in porta, il Neuchatel Xamax, dovette mettere un giocatore di ruolo, perchè ebbe finito le sostituzioni e il nostro Federico non poté dunque esordire. Esordio che arrivò 3 giorni dopo nel big match contro il Servette, squadra che oggi conta tra le sue fila anche di Paolo De Ceglie, ex Juventus, oltre a giocatori che hanno militato nel Siviglia e nella Real Sociedad.

All'inizio Federico era un po' teso, ma un miracolo lo fece sciogliere. A fine primo tempo lo Xamax perdeva 1-2, in casa. Ma nel secondo tempo vi fu un'assedio da parte del Neuchatel che voleva portare a casa il derby. Alla fine, grazie ad un gol in zona cesarini, il Neuchatel vinse 3-2. Fu un gioia incredibile, soprattutto per Federico Nicastro che non giocava un match di livello da 5 anni, rispondendo alla grande. Il portiere nativo di Certaldo giocherà anche la gara successiva a Winterthur, mantenendo la porta inviolata nella vittoria dello Xamax. Il Neuchatel vincerà un campionato senza rivali, lasciando oltre venti punti sulla seconda in classifica, lo Schaffausen. Federico Nicastro giocò anche la gara contro il Rapperswil di maggio, ottenendo un altro clean sheet, e godendosi la sua 8° promozione in carriera. Un autentico talismano.

La Super League che verrà, da protagonista con il Neuchatel Xamax

La dirigenza del Neuchatel Xamax questo lo sa, ed è per questo che ha rinnovato di un anno il contratto a Federico, facendogli coronare il sogno di vivere una stagione nella massima serie elvetica, confrontandosi contro realtà incredibili come Basilea e Young Boys, girovagando la Svizzera tra Lugano, San Gallo, Zurigo e Lucerna.

Neuchatel Xamax, Federico Nicasto
La festa del Neuchatel Xamax per la promozione

Il sogno della Super League non permetterà comunque a Federico Nicastro di distogliere lo sguardo dalla realtà, ed è per questo che continuerà il suo lavoro alle poste, continuando a frequentare un corso di contabilità che gli possa dare nuove opportunità in futuro. Questa, mi fa notare, è la vera differenza tra i giocatori in Svizzera e in Italia: molti calciatori che militano in Lega Pro o in D non percepiscono che il calcio potrebbe non essere il mestiere che darà loro il pane. Così facendo molti in Italia si cullano su questa cosa (malgrado in Lega Pro alcuni prendano €1000 al mese), mentre in Svizzera moltissimi giocatori hanno anche un lavoro oltre a giocare a calcio.

Tutto questo Federico lo ha imparato sulla sua pelle, essendo stato prima un uomo emigrato all'estero, e poi dopo anche un calciatore emigrato all'estero. Come una roulette, giro dopo giro, la sua avventura l'ha portato a vivere un sogno, dopo averlo coltivato per 30 anni, con mille sacrifici e con il supporto della sua ragazza, toscana come lui, con cui vive a Neuchatel. Federico è pronto a non perdersi un secondo di questa meravigliosa partita chiamata vita, dopo averci insegnato, mediante questa storia, la sua, che non bisogna mai smettere di crederci.

Grazie per questa storia, la tua. In bocca al lupo Fede!


Alessandro Lucarelli, Parma

Alessandro Lucarelli, missione Parma compiuta

Alessandro Lucarelli è il capitano di questo incredibile Parma che, in modo assai rocambolesco, è riuscito a salire in A all'ultimo secondo dell'ultima giornata di Serie B. La vittoria dei gialloblu contro lo Spezia dell'ex Gilardino e il contemporaneo pareggio del Frosinone, in casa col Foggia, ha sancito la matematica promozione dei ducali. I ciociari, con un autentico harakiri, hanno buttato via, all'89' una promozione che sembrava cosa fatta, subendo il definitivo due pari. E così Parma e Frosinone finiscono entrambe a 72 punti, ma gli emiliani, grazie alla classifica avulsa, sono riusciti ad avere la meglio sui frusinati. Incredibile. Nessuna squadra aveva mai fatto dalla D alla A in 3 anni. Ma d'altronde uno scenario simile può vedersi solo in piazze come Parma, in cui, specie negli anni '90, abbiamo visto di tutto e di più.

Zola, Brolin, Asprilia, Dino Baggio, Mussi, Apolloni, Mutu, Benarrivo, Adriano, Crespo, Cassano, Chiesa, Veron, Giovinco, Ortega, Amoroso, Di Vaio, Almeyda, Buffon, Frey, Fabio e Paolo Cannavaro, Nakata, Thuram, Gilardino, Boghossian, Sensini, Taffarel sono solo i primi nomi che mi vengono se penso all'incredibile parco giocatori che ha avuto negli anni il Parma. Ma permettetemi di aggiungere a questa incredibile schiera di nomi anche Alessandro Lucarelli, mister 40 primavere (quasi 41), capitano del Parma.

La storia di Alessandro Lucarelli con il Parma

Alessandro Lucarelli, dopo aver girato diverse piazza come Palermo, Fiorentina e Genoa, è in forza agli emiliani dal 2008. 10 anni in cui il parma non ha avuto molti motivi per sorridere. Dalla retrocessione del 2007/2008 in Serie B alla promozione in Serie A nella stagione 2017/2018. In mezzo un fallimento vergognoso, un'agonia lunghissima e senza senso, che ha mortificato la storia di questo club. Nel 2014 il club, grazie specialmente alle magie di Cassano, è riuscito a volare in Europa League, salvo poi non andarci per problemi finanziari.

Erano i primi scricchiolii, il sentore di quello che stava avvenendo: una stagione disastrosa, la 2014/2015, per colpa di personaggi che mi guardo bene dal menzionarli e dal far loro pubblicità. Il Parma fallisce e va dritto in Serie D. Il Parma riparte da Nevio Scala come presidente, Luigi Apolloni come allenatore, Lorenzo Minotti come responsabile dell'area tecnica e Fausto Pizzi responsabile del settore giovanile. In campo Alessandro Lucarelli, su tutti.

Il Parma girovaga per i campetti di periferia del girone D e vince comodamente il torneo, risultando l'unica squadra, dalla A alla D, a non aver mai perso. Anche in Lega Pro, la stagione successiva, il Parma riesce ad imporsi, ma passando dai playoff. Saranno i gol del bomber Emanuele Calaiò, oltre alla sagacia difensiva di Capitan Lucarelli, a proiettare i ducali nel difficile campionato cadetto. Quella appena conclusa, la stagione 2017/18, vede il Parma lottare sanguinosamente con compagini di livello.

Salire in A non era facile, specie se ti confronti contro realtà come Frosinone, Palermo, Venezia, che hanno tutto per salire nella massima Serie A. Ma i ragazzi di mister Roberto D'Aversa ce l'hanno fatta. I gol di Calaiò e Ceravolo, le giocate di Baraye e Di Gaudio, le scorribande di Ciciretti e Barilla, sono state fondamentali per la risalita parmense, ma è stato, ancora una volta, Alessandro Lucarelli a comandare la difesa. Guarda caso, ma non è un caso, il Parma ha avuto la miglior difesa dell'intero torneo.

Adesso Capitan Alessandro Lucarelli può anche smettere

Con 331 gare e 20 reti, Alessandro Lucarelli può lasciare il Parma e, naturalmente, il calcio giocato. Potrà seguire le vicende della sua squadra del cuore da bordocampo, dopo essere riuscito nell'impresa di riportarlo nel posto dove gli spetta. Potrà seguire i progressi del figlio Matteo, che gioca nell'under 17 del Parma. Può seguire i playoff del fratello Cristiano, allenatore del Catania, cercando di dargli magari qualche consiglio su come si vincono i playoff di Lega Pro.

Può, Alessandro Lucarelli, ribadire all'intero mondo del calcio che certa gente può affondare mille volte un ambiente calcistico importante come quello di Parma, ma sarà naturale poi rivederlo mille e una volta ristabilirsi nell'habitat che gli compete: gli Alessandro Lucarelli esistono per questo.


Diego Pablo Simeone, Cholo, Cholismo, Atletico Madrid

La mia lectio magistralis sul Cholismo

Seduto comodamente sul mio divano, ieri sera ero ben contento di guardare uno dei momenti calcistici tra quelli che maggiormente preferisco: la finale di Europa League. Una competizione che racchiude, davvero, a differenza della viziatissima sorella Champions League, lo spirito della geografia sportiva. Non a caso ai quarti di finale si sono presentate 8 squadre di 8 Paesi diversi. Diciamo che c'è sempre spazio per le favole (Ostersund su tutti) e per le delusioni. Solo che è accaduto, alla fine, quello che accade sempre più spesso: vince una spagnola. Dal 2000 ad oggi 29 coppe sono state vinte dalle spagnole contro le 26 vinte dal resto d'Europa. Un dominio, incontrastato, di cui avevo già parlato proprio un mesetto fa all'incirca.

Mi aspettavo una gara diversa, per un attimo ho dimenticato l'inesperienza di una squadra offensiva come il Marsiglia e ho dimenticato come fosse persistente, tenace e volitivo l'Atletico Madrid. Una squadra plasmata ad immagine e somiglianza del suo allenatore, Diego Pablo Simeone, detto "el Cholo", portatore sano del cholismo. In un'epoca in cui si abusa di neologismi, qui mi sento di poter attribuire all'ex calciatore di Inter e Lazio una teoria calcistica tutta sua. Il Cholo ha vinto in meno di 7 anni ben 6 trofei, di cui uno Scudetto (che contro Real Madrid e Barcellona è roba da matti) 3 internazionali (due Europa League e una Supercoppa Europea). Senza tralasciare le due finali di Champions League, perse per un soffio, contro i cugini mai amati del Real. Ma cosa è il cholismo?

La definizione di cholismo

Il Cholismo  è un movimento sviluppatosi nell’area di confine tra Messico e Stati Uniti, tra gli anni 70 e 80, che aveva come scopo l'affermazione delle origini messicane da parte dei giovani del luogo che erano succubi degli ideali razzisti dei bianchi americani». Una sorta di ribellione, una sorta di povero contro ricco, di Davide contro Golia. Capite bene che l'Atletico Madrid, rapportato a questo contesto, rappresenta il riscatto da parte di chi non è tra i favoriti solo perchè non è ricco. E quindi come gioca l'Atletico Madrid?

Partiamo dal presupposto che non parliamo di bel calcio, quello scintillante, fine a sè stesso: qui servono i tre punti e basta. Quindi va bene la spazzata, va bene il catenaccio, ma non si disdegna la qualità: d'altronde non passano per caso gente come Griezmann, promesso sposo ormai del Barcellona. Marca, quotidiano sportivo spagnolo, poco tempo fa ha redatto alcuni fattori imprescindibili del Cholismo.

Lavoro, aggressività, pressing, cautela, contropiede, ripiegamento

Centro di tutto è il lavoro: senza sacrificio, disponibilità e determinazione non si va da nessuna parte. Sono dei concetti che vanno seminati e curati ogni giorno. Poi abbiamo l'aggressività, ovvero lo spirito combattivo di Simeone dentro il gioco dei suoi 11 che scendono in campo: il pallone va sempre cercato e, se perso, riconquistato. Il pressing è uno dei capisaldi di Simeone: parte il capitano Gabi e tutti via a seguirlo, razionalmente ovviamente: notate infatti quando l'Atletico è senza palla come si dispongono i giocatori, formando quasi un triangolo difensivo.

Marca inoltre parla di cautela: la zona centrale in cui vi è la propria porta è uno scrigno inviolabile, e per farlo bisogna limitare le caratteristiche individuali dell'avversario, portandolo a giocare sul piede debole. Il contropiede è un'altra arma fondamentale dei colchoneros: un italianissimo"attacchiamo difendendo", cosa che riesce bene anche per via di diversi giocatori tecnici e guizzanti tra le fila madrilene. Ma quando sono gli altri a fare il contropiede? Ecco che si parla di ripiegamento. La linea difensiva, orchestrata alla grande da Godin, non si scompone mai. Mai. Basta vedere come corrono all'indietro per proteggersi, senza andare in confusione.

Concentrazione, intensità, immaginazione. fede

Inoltre gli errori non vengono concepiti. Sono dei veri e propri difetti da smussare: il singolo passaggio non va sbagliato mai, ecco perchè si parla molto di concentrazione. Ecco perchè siamo in presenza di passaggi brevi e semplici: quasi mai vedremo nell'Atletico Madrid cambi di gioco clamorosi. Impossibile, quando si parla di Cholismo,  non parlare di intensità. Forse è il punto cardine per eccellenza del tecnico argentino, che impersona al meglio il concetto argentino di garra.

Ma non abbiamo solo corsa, grinta e pedalare. Come dicevo, anche la tecnica chiede il suo spazio. Ed è tramite l'immaginazione, che va allenata, che una squadra può venir fuori al meglio da qualunque situazione. L'ultimo concetto stilato da Marca prescinde praticamente dall'aspetto tecnico tattico. Il Cholismo è fede: crederci, sempre, come una fede verso le proprie capacità e quelle del compagno.

I successi mai casuali di Simeone

Dinanzi a questo decalogo risulta quasi normale che l'Atletico Madrid vinca una finale di Europa League per 3-0, contro un avversario che aveva disputato una gran bella competizione, ma che non ha la stessa organizzazione degli spagnoli. D'altronde gli erroracci di Germain e Zambo Anguissa pesano parecchio, e contro squadre avare come l'Atletico Madrid è un harakiri fare sbagli simili. Da sottolineare come l'Atletico Madrid sia perennemente fuori dalla Top10 delle squadre che hanno i maggiori fatturati, ma sostituisce la possibilità economica con la competenza e il lavoro.

Solo una grande squadra trasforma in pochissimo tempo la delusione della mancata qualificazione agli ottavi di Champions League ad un trionfo senza storie. L'Atletico Madrid è un fenomeno scientifico da studiare, soprattutto da noi in Italia che, purtroppo, in fondo all'Europa League non ci arriviamo mai, spesso per scelta. Magari per tornare a conquistarla abbiamo bisogno che Simeone torni in Italia a spiegarci come si fa.


Red Bull Salisburgo

Dentro il mondo del Red Bull Salisburgo

Al 60' di Salisburgo - Lazio, con il risultato sull'1-1 (3-5 per i laziali se consideriamo l'andata), Simone Inzaghi era un uomo ad un passo dalla qualificazione. Ma ho capito, non so perchè, che quella gara la Lazio non l'avrebbe superata uscendone indenne. C'era qualcosa di mistico nel gioco degli austriaci. Attenzione, nulla di trascendentale, ma semplicemente autodeterminazione trasmessa dagli spalti della Red Bull Arena di Salisburgo. Pur conoscendo la storia del Salisburgo, ieri sera ho avuto la prova provata di come quel sorpasso, poi avvenuto, è tutt'altro che figlio del caso. La Lazio, col suo crollo, ci ha messo tanto, tantissimo del suo. Ma un attento osservatore è riuscito a capire come il Salisburgo ha un mondo, dentro sè, tutto da scoprire.

Nel 2005 la vecchia Austria Salisburgo diventa Red Bull Salisburgo: il produttore della bevanda energetica più famosa al mondo, l'austriaco Dietrich Mateschitz decide di investire pure nel calcio, dopo i successi in Formula 1 e nell'hockey sul ghiaccio. E non si fermerà solo agli austriaci, coinvolgendo pure la città di Lipsia, formando l'RB Lipsia, con risultati clamorosi.

Il Salisburgo, più forte delle perplessità

Le criticità del progetto Salisburgo sono rappresentate dalla doppia posizione che mantiene Mateschitz, che detiene la proprietà di RB Lipsia e RB Salisburgo. Questo non è molto apprezzato dai tifosi che temono, soprattutto gli austriaci, un maggiore interesse per l'altra squadra della proprietà. Fa discutere infatti che è già capitato che dei giocatori del Salisburgo fossero passati ai tedeschi del Lipsia: ben 11, tra cui Naby Keita fra tutti. La UEFA vieta un possibile incontro in competizioni ufficiali tra due club che hanno la stessa presidenza, ma il magnate austriaco si è prodigato a sostenere come il Salisburgo ha solo una normale sponsorizzazione di Red Bull.

Stride un po' a dire il vero, ma l'uscità dall'Europa League dell'RB Lipsia ha fatto fare un respiro di sollievo a molti. Gli ultras storici del vecchio Austria Salisburgo, inoltre, non si vedono identificati nell'RB Salisburgo, ragion per cui è stato fondato, anni fa, l'SV Salisburgo, che oggi milita in terza serie. Fra l'altro la storica maglia bianco lilla resterà all'SV, mentre il RB passerà ad una casacca bianco rossa

L'inizio del successo del Salisburgo

Dal 2005 ad oggi il Salisburgo ha vinto 8 scudetti, superando rivali storiche come Sturm Graz o le due squadre di Vienna, l'Austria e il Rapid. In questi anni sulla panchina austriaca passa pure un certo Giovanni Trapattoni, con Lothar Matthäus a fare da vice. Sebbene la svolta arriva con il duo Rangnick - Schmidt.

Dopo la sconfitta ai preliminari di Champions League nel 2012, contro gli sconosciuti campioni del Lussemburgo, il RB Salisburgo, riparte davvero da zero. In panchina c'è Schmidt (che farà faville al punto da esser chiamato a guidare il Bayer Leverkusen), in Germania, mentre negli scranni della dirigenza austriaca capeggia Ralf Ragnick, ex calciatore tedesco, che, contribuì a portare l'Hoffenheim dalla terza divisione alla Bundesliga.

Ragnick, insieme al tecnico, imposterà la vera filosofia, che abbiamo visto anche ieri, del Salisburgo: pressing offensivo che costringe gli avversari a giocare senza pensare il più delle volte. Il possesso palla degli austriaco parte molto lentamente, aumentando la velocità d'esecuzione man mano che si avanza verso la porta avversaria. Ma sarà il nuovo allenatore, proveniente dalle giovanili, a imprimere maggiore funzionalità nel gioco del Salisburgo. Ecco chi è Marco Rose.

Marco Rose, la sua mano su questo Salisburgo

Proprio perchè il Salisburgo voleva conservare la sua mentalità homemade ha puntato su un tecnico di casa, il classe '76 Marco Rose, di Lipsia. In 140 gare di giovanili col Salisburgo ha perso solo 7 gare. Ma la sua perla è stata la vittoria della Youth League lo scorso anno, con il Salisburgo U19, battendo tutte le corazzate europee. Questa è la sua prima stagione e i suoi risultati sono sotto gli occhi di tutti: primo nella Bundesliga austriaca, dentro alle semifinali di Coppa d'Austria ed Europa League. Il gioco di Rose richiede un gran lavoro dei terzini e degli interni di centrocampo,m in fase di possesso. Si vede spesso infatti un gioco diagonale quando gli austriaci costruiscono l'azione. Inoltre gli uomini di attacco sono tutti prettamente mobili, donando all'azione offensiva una certa coralità e imprevedibilità. Questa squadra ha finora perso solo una gara in campionato, ad inizio stagione, e l'andata contro la Lazio, in Europa League.

Il Salisburgo non gioca per subire un gol in meno, ma per farne uno in più. Ecco spiegato il senso di un 4-3-1-2, che da spazio a molti interpreti quando si è nella fase offensiva. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre solo a Rose questo exploit: dietro c'è un lavoro importante ed eccellente in termini di scouting. Da qui passò anche un giovanissimo Sadio Manè. Tuttavia fa impressione come lo staff di Rose sia giovanissimo: alcuni collaboratori hanno solo 25 anni, come il suo assistente Renè Maric, ingaggiato dopo che Rose ha letto un articolo, scritto da Maric su Spielverlagerung, sulla squadra Under 18 dello stesso Rose. CI mancava che dietro una squadra simile non si celassero simili favole.

Tutti pazzi per i gioielli del Red Bull Salisburgo

Il Salisburgo ha gli occhi puntati da mezza Europa sui suoi giocatori, che non sono più delle sorprese. A partire dal classe '93 Valon Berisha, centrocampista centrale e leader degli austriaci. GIocatore di quantità e qualità, inoltre è il primo storico marcatore per la nazionale del Kosovo. Da segnalare la mezzala, di soli 20 anni, Amadou Haidara, ieri in gol dalla distanza contro la Lazio, nativo del Mali. Inoltre PSG, Marsiglia e Borussia Dortmund sarebbero sulle tracce del regista Semassekou, così come lo stesso Schlager ha parecchie richieste. Ma è la coppia d'attacco che attira moltissimo: l'israeliano Dabbur e il sudcoreano Hwang Hee-Chan rappresentano le vere stelle di una squadra che non vuole smettere di stupire. Da notare come, a parte Walker e Ulmer, tutta la squadra ha al massimo 26 anni.

Adesso per il Salisburgo c'è il Marsiglia, altra squadra che gioca benissimo in questa Europa League, guidata da Rudi Garcia. Sarà uno scontro a ritmi altissimi, con gli austriaci pronti a vendicare i cugini del Lipsia, usciti fuori dalla competizione proprio per mano dei francesi. Ma comunque andrà, sono certo che sentiremo parlare parecchio di Rose, dei suoi giocatori e del progetto del Salisburgo. E magari l'anno prossimo se ne accorgerà pure chi preferisce seguire solo la Champions League e si stupirà di questa banda quasi perfetta.


Cristiano Ronaldo

Le dieci cose che non sai su Cristiano Ronaldo

Ditemi la verità: dalle 22.10 di ieri sera avete anche voi le homepage di Facebook, Twitter, Instagram, strapiene del gesto tecnico di Cristiano Ronaldo, vero? Sono passate più di 12 ore e io ancora ho in bacheca questo misterioso oggetto volante, messo lì, a svettare a 2 metri e 30 col suo piedone. Ho ancora la faccia corrucciata di De Sciglio, come ho continuamente Barzagli che sbatte le mani sui fianchi, quasi a dire "Ancora tu? Ma non dovevamo non vederci più?".

Fare un post su Cristiano Ronaldo dopo una gara sontuosa, una doppietta in uno degli stadi più difficili al mondo da espugnare, è difficilissimo. Di che vuoi parlare? Vogliamo parlare che dal 2004 questo portoghese è sul podio del Pallone d'Oro? O vogliamo parlare che ha più gol che presenze con la maglia del Real? Vogliamo discutere di come, a differenza degli essere umani, più invecchia e più diventa forte? Stucchevole.

Com'è stucchevole fare un'analisi tattica della gara di ieri, dove la Juventus ha pagato le disattenzioni difensive e tanta imprecisione (e un po' di sfortuna) sotto porta. Di fronte ad un extraterrestre simile, coadiuvato da tantissimi altri campioni, anche gli sfottò diventano banali. Da annotare il giusto tributo dello Stadium alla stella portoghese, che ha finalmente realizzato il gol della vita che vedremo per almeno 100 anni.

Chi è davvero Cristiano Ronaldo?

In mezzo a tutte queste considerazioni ho scavato e cercato almeno dieci curiosità su Cristiano Ronaldo. Facile parlare di quello che tutti vedono e sanno, dei suoi numeri. ma come si diventa Cristiano Ronaldo? Cosa passa nella sua testa? Com'è una sua giornata? Perché per diventare un campione devi passare attraverso tutta una serie di storie e scelte personali. E poi lo faccio per spruzzare un  po' di umanità (nel senso "dare una configurazione umana" e non nel senso "caritatevole") a questo giocatore venuto da chissà quale galassia.

Cristiano Ronaldo dagli albori all'aeroporto

  • Una gravidanza non voluta. L'ultimo di quattro figli: la gravidanza che porterà alla sua nascita fu piuttosto indesiderata, tant'è che la madre, Maria Dolores, andò al consultorio per praticare l'aborto, ma allora i medici, quando notavano che non c'era alcun problema di salute, si opponevano a tale pratica. Così , qualche mese dopo, nacque Cristiano Ronaldo.
  • Abelinha. Da piccolo, quando viveva a Funchal, giocava in un modo strano, quasi a zigzag per via dei suoi infiniti dribbling. Ecco perché fu soprannominato "abelinha", ovvero ape per via del suo moto indefinito e costante.  Oggi il suo cane si chiama così.
  • Ad un passo dallo stop al calcio. Quando aveva 15 anni, il portoghese si dovette operare al cuore per via di una disfunzione cardiaca che ha rischiato seriamente il proseguo della sua carriera.
  • Aeroporto Cristiano Ronaldo. L'aeroporto di Madeira, in Portogallo, è intitolato a Cristiano Ronaldo.

Le regole e i riti scaramantici di Cristiano Ronaldo

  • Lo stile di vita esemplare di Cristiano Ronaldo. Non fuma e non beve, anche perchè tali vizi hanno causato la perdita del padre e numerosi problemi al fratello. Inoltre non ha alcun tatuaggio. Perchè? Per motivi di salute, poichè lui è un assiduo donatore di sangue e non vuole, in alcun modo, limitare la sua scelta. Inoltre, secondo una ricerca statunitense, il portoghese è il calciatore che dona maggiormente in beneficenza.
  • La benedizione dall'alto. "È la prima volta che accostano un giovane di talento a me senza che io mi senta offeso per il paragone". Queste le parole di uno dei più forti di sempre, George Best.
  • Re dei social. Con oltre 122 milioni di like, quella di Cristiano Ronaldo è la pagina al mondo che ha in assoluto più like. Anche sugli altri social Cristiano Ronaldo è seguitissimo: anni fa un suo tweet, in termini di marketing, era stato valutato 230mila euro. Ragion per cui è uno degli atleti più richiesti nel settore pubblicitario.
  • Allenamenti speciali. Nel centro di allenamento del Real Madrid, Cristiano Ronaldo ha a disposizione una stanza privata dotata di macchina aerobica della Nasa, la quale serve a simulare gli effetti della corsa in assenza di gravità.
  • La scaramanzia di Cristiano Ronaldo. Quando indossa i calzini mette prima sempre il piede destro. Poi, al momento di fare l'ingresso in campo, entra sempre per ultimo e fa si che sia sempre il piede destro il primo piede a calcare il terreno di gioco. Inoltre, sull'aereo, si siede sempre davanti ai compagni, mentre in pullman va sempre in fondo.
  • Cristiano Ronaldo ha un osso in più. L'asso portoghese ha un ossicino nella caviglia destra che ha in più rispetto al 90% della popolazione mondiale, e che lo rende ancora più speciale. Sarà questo il suo segreto?